Politica e morale: la lezione di Sturzo - Fondazione PER
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Politica e morale: la lezione di Sturzo

di Francesco Malgeri

 

In un articolo pubblicato nel 1956, Sturzo così indicava, ai cattolici impegnati nella vita pubblica, gli ideali che dovevano ispirare la loro azione: «la missione del cattolico in ogni attività umana, politica economica, scientifica, artistica, tecnica, è tutta impregnata di ideali superiori, perché in tutto ci si riflette il divino. Se questo senso del divino manca tutto si deturpa: la politica diviene mezzo di arricchimento, l’economia arriva al furto e alla truffa, la scienza si applica ai forni di Dachau, la filosofia al materialismo e al marxismo, l’arte decade nel meretricio».

Il senso del divino lo sorresse nei lunghi anni di una vita intensa, che attraversa la storia politica e religiosa italiana ed europea del Novecento. Il senso del divino lo accompagnò sin dagli anni giovanili, quando abbracciò la sua vocazione religiosa ed entrò a far parte di quel giovane clero di fine Ottocento che si ispirava al magistero leoniano sui problemi della questione operaia e della giustizia sociale. Sturzo assorbì questi fermenti e queste istanze, si pose al lavoro nell’organizzazione del movimento cattolico siciliano, impegnandosi per la crescita civile e politica del Mezzogiorno, affrontando in prima persona i problemi della sua città e della sua regione.

A lui si deve la nuova fisionomia laica e moderna del partito ad ispirazione cristiana, lon­tano da integralismi e confusioni tra politica e religione, con una proposta politica non attardata nel rimpianto del passato, ma sorretta e guidata dai valori democratici e dalle istanze del pensiero sociale cristiano.

A questo risultato Sturzo era giunto attraverso una elaborazione culturale che era partita da lontano, e che si richiamava al filone politico culturale del cattolicesimo liberale. È indubbio – tenendo anche conto dei frequenti richiami di Sturzo al pensiero di Manzoni, Ventura, Rosmini, Lamennais e Montalembert – che le matrici del pensiero cattolico liberale confluiscano nella elaborazione teorica del popolarismo, venendosi a saldare con il filone cristiano sociale e democratico cristiano, che segnò la presenza cattolica nella vita pubblica nazionale tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del XX secolo.

Questo pensiero dovette confrontarsi e misurarsi con le altre grandi correnti politiche presenti nel paese – il liberalismo, il marxismo e il fascismo – attorno alla concezione dello Stato, della società, dell’economia, della persona, dei diritti e dei doveri dei cittadini. Se vi fu in quegli anni un uomo politico che si oppose con forza al fascismo e ai totalitarismi, che si pose in difesa della democrazia, contro ogni forma di sopraffazione, questi fu Sturzo, costretto a pagare con l’esilio la sua coerenza.

Proprio i suoi scritti negli anni dell’esilio evidenziano un interesse e una partecipazio­ne viva e sofferta per le sorti dell’Europa e del mondo. Vi è in Sturzo la convin­zione profonda che la realtà civile e politica europea, in quegli anni tra le due guerre, fosse avviata «verso una nuova grande apostasia più profonda di quella della rifor­ma», più che religiosa, civile: «apostasia dal metodo della libertà sopraffatto dal metodo dell’autorità».

La sua fu una battaglia serrata e intensa, che si poneva l’obiettivo di riaffermare la validità della concezione cristiana della vita, non solo sul piano interno, ma anche nei rapporti internazionali. Sturzo rifiuta il nazionalismo, lo Stato inteso come “primo etico” della società, rifiuta gli egoismi, le chiusure e le separazioni culturali, razziali e religiose. Ed è soprattutto la sua fede a guidarlo verso l’idea di una comunità di popoli, la cui base ideale doveva essere data, come ebbe a scrivere, «dal principio di fratellanza umana». Aggiunse: «La enorme difficoltà era ed è ancora per molti milioni di uomini la inserzione del principio di fratellanza nella loro vita familiare e politica, la universalizzazione, pur nel loro particolarismo».

Se, dunque, l’attività sociale e politica per Sturzo non è altro che la manifestazione necessaria delle virtù cristiane dell’amore fraterno e della giustizia, tali virtù non possono essere vissute esclusivamente nella sfera intima della coscienza individuale, ma sgorgano all’esterno segnando l’ambiente sociale che si trovano a toccare e improntando a sé la realtà che circonda l’individuo che le pratica.

Nella sua opera La vera vita. Sociologia del soprannaturale, Luigi Sturzo ci ha lasciato una chiara e lucida definizione del rapporto che esiste tra impegno politico e visione cristiana della vita. «La politica – scrive Sturzo – è per sé un bene: il far della politica è in genere, un atto d’amore per la collettività; tante volte può essere anche un dovere per il cittadino. Il fare buona o cattiva politica, dal punto di vista soggettivo di colui che la fa, dipende dalla rettitudine dell’intenzione, della bontà dei fini da raggiungere e dai mezzi onesti che si impegnano all’uopo».

Alla base di queste affermazioni è possibile cogliere un aspetto centrale del pensiero e dell’impegno politico di Luigi Sturzo, che possiamo individuare in primo luogo nella sua costante attenzione a non separare mai la ragione morale dalle ragioni politiche ed economiche. A suo avviso la separazione fra «ragione morale e ragione politica» e fra «ragione morale e ragione economica» non poteva esistere nel pensiero della sociologia cristiana.

Sturzo insiste particolarmente sulla necessità che il mondo cattolico non aderisca all’idea che esi­stono due morali, una pubblica e una privata. Scrivendo all’ex popolare Colonnetti, da Parigi il 9 gennaio 1939, ribadiva fer­mamente: «Non è possibile ammettere che si abbiano due mora­lità: una per sé una per gli altri; né due moralità in noi stessi, una per la vita privata e l’altra per la vita pubblica».

«Tutta la mia vita – scrisse Sturzo nell’ottobre 1935 – è stata una continua battaglia per la primauté (come dicono i francesi) della morale nella politica. Ho trovato cattolici indulgenti verso la violazione della morale nella vita pubblica. Tante volte, senza che essi se ne accorgano, cedono alla tentazione di approvare l’uso di mezzi illeciti per ottenere un successo. Le parole patria, monarchia o re­pubblica, si usano come ideali ai quali sacrificare gli avversari, senza guardare fino a quali limiti la giustizia (e la carità anche) ci con­sente di andare. […] Nella mia esperienza amministrativa e politica, di più di 25 anni, io ho trovato che la morale e la politica possono bene stare insieme senza alcun danno dell’ente pubblico che si amministra e si governa. E se un conflitto nasce, si fa sempre il vantaggio del paese accettando l’impeto della morale sopra l’utilità della politica».

Accanto alla moralità, alla base dell’impegno sociale e politico di Sturzo troviamo anche la carità, una carità che ha per oggetto gli uomini, con i loro problemi le loro esigenze, le loro attese, legate anche ai loro bisogni materiali. Scriveva il 4 marzo del 1938 a Giuseppe Stragliati, suo compagno d’esilio: «Perché io mi occupo anche di politica? Perché trovo che a mezzo di essa potrò fare del bene agli altri e realizzare, per quanto è possibile un benessere terreno che deve servire a meglio attuare il benessere spirituale delle anime. Gesù non si occupava forse del benessere terreno quando sanava gli infermi, resuscitava i morti e sfamava le turbe nel deserto?».

Da qui la sua interpretazione dell’impegno politico e sociale, che, ispirandosi alla esigenza di una mediazione e di un incontro tra diversi interessi e diritti, è ben lontano dall’idea della rassegnazione e dell’immobilismo delle classi lavoratrici. L’agire socio-politico di Sturzo diventava una sorta di attuazione del proprio ministerium caritatis, prima come cristiano e poi a maggior ragione come sacerdote.

In altre parole, il cristiano in virtù della sua fede non può avere un modo di pensare e di agire contrario a ciò che costituisce il cuore della sua stessa fede, la carità fraterna. É ovvio che la carità, come servizio al prossimo, diventa una delle categorie fondamentali dell’attività politica che, per Sturzo, implica tutta una serie di atteggiamenti interiori e di comportamenti concreti: una generale impostazione di vita nella linea della fraternità; un impegno personale che esige generosità e disinteresse; spirito di sacrificio; uno stile cristiano di rispetto e amore per gli avversari.

Nasce anche da questa visione del ruolo del cristiano nella società e nella vita politica, la sua serrata polemica nel secondo dopoguerra, contro i rischi connessi al ra­dicarsi di un costume ove sembravano prevalere interessi e connivenze in seno agli apparati dello Stato e ai partiti, con l’ampliarsi della presenza della mano pubblica nella vita economica, che, a suo avviso, stava corrompendo il costume del paese. Tornando in Italia, dopo l’esilio, aveva auspicato che ministri, deputati, sindaci, consiglieri, cooperatori, organizzatori sindaca­li dessero «esempio di amministrazione rigida e di osservanza fedele ai principi della moralità». Aggiunse che questo mo­nito era diretto principalmente ai democratici cristiani, in quan­to dovevano essere coloro che si sentivano principalmente obbli­gati alla osservanza delle leggi morali.

Questa battaglia per la moralizzazione della vita pubblica, contro l’invadenza della partitocrazia e della corruzione nella vita pubblica del paese, costituì il motivo costante delle sue polemiche del secondo dopoguerra. Per Sturzo la vita politica e il sistema democratico del paese rischiavano di subire una profonda e pericolosa involuzione.

Tuttavia, questa critica è ben lontana dai toni e dalle polemiche populiste e qualunquiste, ispirate ai temi dell’antipolitica, che oggi attraversano il dibattito politico.

Sturzo ha più volte riaffermato il significato e l’importanza della partecipazione dei cittadini alla vita politica, al confronto e al dibattito in seno ai partiti e alle istituzioni. Per lui la politica non poteva essere considerata, pregiudizialmente, come una cosa “sporca”, secondo giudizi liquidatori e ricorrenti.

In un articolo scritto nel 1942, affermò: «La politica non è una cosa sporca […]. Infatti, lavorare al bene di un paese, o di una provincia, o di una città, o di un partito, o di una classe […] è fare del bene al prossimo riunito in uno Stato, o città, o provincia, o classe, o partito. Tutto sta nel modo di lavorare, nello scopo e nei mezzi. In ogni nostra attività noi incontriamo il prossimo. Chi mai può vivere isolato? E i nostri rapporti con il prossimo sono di giustizia e di carità. La politica è carità, ma non nel senso che non costituisca un dovere; il dovere c’è ed è il dovere che oggi si chiama dovere civico o dovere sociale».

Affermazioni che ci aiutano a cogliere pienamente il senso profondo del messaggio di un cristiano illuminato, che ha speso la sua lunga intensa e difficile esistenza, a delineare l’architettura di una filosofia politica e sociale ispirata ai valori della giustizia, della libertà e della democrazia.

Francesco Malgeri
malgeri@per.it

Dopo aver insegnato Storia contemporanea alla Facoltà di Magistero dell’Università di Salerno, nel 1979 è stato chiamato a Roma come professore ordinario alla Sapienza Università. Ha insegnato anche alla Lumsa. È stato presidente del Consiglio scientifico dell’Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI ed è consigliere dell’Istituto Luigi Sturzo. Nel 1969 ha pubblicato gli Atti dei Congressi del Partito popolare italiano, nel 1972 la prima biografia di Luigi Sturzo, con particolare attenzione agli anni dell’esilio. Il suo interesse si è concentrato anche sulle figure più significative della storia del movimento politico dei cattolici italiani, da Ferrari a Galati, da Giordani a Scelba e ad altri. Ha pubblicato numerosi saggi sulla storia della Democrazia cristiana, del movimento cattolico, dell’Italia repubblicana. Nel volume Democrazia e coscienza religiosa nella storia del Novecento. Studi in onore di Francesco Malgeri, a cura di A. D’Angelo, P. Trionfini, Roberto P. Violi, Ave, Roma 2010, è riportata la bibliografia completa dei suoi scritti.

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