Populismo antieuropeo e legge elettorale: lezioni francesi per l’Italia - Fondazione PER
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Populismo antieuropeo e legge elettorale: lezioni francesi per l’Italia

di Vittorio Ferla

 

Okay, al primo turno delle elezioni presidenziali francesi Emmanuel Macron è andato meglio di quanto ci si aspettasse. Ma questo non è ancora sufficiente per cantare vittoria sul movimento populista e sovranista che strizza l’occhio alla Russia di Putin. In Francia come in… Italia.

Il risultato francese ci dice che Macron ha qualche punto di vantaggio sulla sua concorrente Marine Le Pen. I sondaggi, per adesso, prevedono che al ballottaggio il presidente uscente dovrebbe riuscire a raggiungere la soglia del 55% dei voti. In questo caso, la Francia e l’Europa l’avranno scampata bella.

Negli ultimi giorni della campagna elettorale, Madame Le Pen ha calcato la mano sulle politiche anti-immigrati (con la promessa di multe da parte della polizia alle donne con copricapo musulmano) e ha riscoperto la sua vena islamofoba per prepararsi a raccogliere i voti di Eric Zemmour, il candidato di ultradestra che ha provato a superarla. In più ha promesso che i cittadini francesi avranno la precedenza sui posti di lavoro e sull’edilizia sociale rispetto ai cittadini stranieri insieme con la riduzione dell’Iva al 5,5%, con una modifica unilaterale contraria alle normative europee. Nel suo crescendo nazionalista, la Le Pen ha rilanciato le richieste di referendum per fare uscire la Francia dall’Ue e dall’euro e avere mani libere per infrangere unilateralmente le regole comunitarie. Nel pieno della tragica aggressione della Russia all’Ucraina, Le Pen si oppone sia agli aiuti militari a Kiev che alle ipotesi di embargo su petrolio, gas o carbone russi. Dal suo punto di vista, nonostante l’evidenza dei fatti, sul tema della sicurezza europea la Francia e l’Occidente dovrebbero cooperare con la Russia. Emmanuel Macron l’ha accusata infatti di essere la migliore amica di Vladimir Putin nell’Unione Europea. Un’accusa assai fondata, a dire il vero.

La fotografia del populismo filorusso francese non sarebbe completa, però senza ricordare che anche il leader della sinistra antisistema, Jean-Luc Mélenchon, è un sostenitore di Putin e vuole che la Francia prenda le distanze da l’Unione Europea. Fatta eccezione per il razzismo e l’antisemitismo, tipici connotati della destra, il nazionalismo populista e demagogico di Mélenchon condivide molte politiche con quello di Marine Le Pen. Tant’è vero che, nonostante le assicurazioni del capo (dopo aver appreso il risultato del primo turno Jean-Luc Mélenchon ha proclamato: “nessuno dei nostri voti dovrà andare alla Le Pen”), sappiamo già dai sondaggi che almeno un elettore su quattro del suo partito voterà per la candidata di destra contro l’europeista Macron. Magari non sarà sufficiente per farla vincere ma la saldatura dei due populismi – di segno diverso, ma accomunati dall’odio verso l’Europa e dalla simpatia per Vladimir Putin – fa riflettere. Anche perché insieme fanno almeno il 45% dei voti. In Francia esiste dunque una larga fetta di insoddisfatti che non solo sarebbero pronti a cacciare Macron, ma nemmeno avrebbero problemi a dire addio all’Europa strizzando l’occhio alla Russia. È assai probabile, inoltre, che, nei giorni in vista del ballottaggio, la Le Pen cercherà di cavalcare la paura delle ripercussioni economiche e sociali che potrebbero derivare dalla recrudescenza delle sanzioni contro Putin e dall’aumento generale dei costi della guerra. Declinato con parole e personaggi diversi, ritorna la slogan “Pace e bollette” che ha dato la vittoria a Viktor Orbán in Ungheria. E che Matteo Salvini ha già fatto sua in vista delle elezioni italiane del 2023.

La domanda conseguente è: quali lezioni per l’Italia dal voto francese? Per adesso, i toni sono ancora bassi, ma già si vedono le avvisaglie di una riproposizione del populismo francese in salsa italiana. I partiti di centrodestra fanno le barricate in parlamento contro le riforme del catasto e del fisco, mentre chiedono più trasferimenti agli italiani per calmierare le bollette. Il M5s ha già usato la bandiera del no alle spese militari in una demagogica contrapposizione con le esigenze di ristoro sociale ed economico. Man mano che i costi della guerra aumenteranno – basti pensare alla prospettiva di rinunciare al gas russo – è destinato a crescere lo schieramento trasversale che, sotto la domanda di “pace” per l’Ucraina, nasconde, in realtà, una richiesta italianissima di essere “lasciati in pace”, di non subire una diminuzione degli standard di benessere e di non affrontare nuovi sacrifici dopo quelli sofferti con la crisi economica e quella pandemica. Si tratta di un mix esplosivo che vede già in prima linea i populismi italiani interpretati da Lega, M5s e Fratelli d’Italia. Con l’aggiunta, anche da noi, del riflesso condizionato antieuropeo e filoputiniano, ad eccezione della nuova Meloni atlantista (e vediamo se dura). Visti la massa numerica e il peso politico delle forze populiste italiane, vediamo che non ci sono poi moltissime differenze rispetto al caso francese. Con un’aggravante: la legge elettorale (e il modo in cui è disegnato il sistema politico). Il semipresidenzialismo francese con il doppio turno maggioritario ha avuto il pregio – almeno fino ad oggi – di penalizzare le ali estreme (con i populisti antisistema che restano fuori dal governo) a vantaggio di quei soggetti capaci di interpretare una politica più equilibrata e sensata, capace delle mediazioni necessarie, una politica europeista e riformista. Anche in queste ore Macron insiste, senza se e senza ma, sul fatto che il destino della Francia e quello dell’Europa coincidono. Fino ad ora questo schema ha funzionato e, per il bene dell’Europa (e anche dell’Italia), dobbiamo sperare che funzioni anche in questa occasione. Viceversa, i meccanismi di selezione del nostro sistema politico-elettorale sono meno efficaci. La frammentazione del nostro quadro politico e molto simile a quella della Francia. Ma a differenza del sistema istituzionale transalpino, il nostro si limita a fotografare questa frammentazione, in pratica riportandola in parlamento così com’è. I premi elettorali alle coalizioni non sono sufficienti a garantire coesione alle maggioranze né stabilità ai governi. E così alle elezioni del 2023 l’Italia rischia di ritrovarsi in un nuovo pantano. Non proprio il massimo in un tempo di guerra.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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