Portogallo, gli scenari dopo l'exploit del partito di estrema destra Chega - Fondazione PER
20958
post-template-default,single,single-post,postid-20958,single-format-standard,theme-bridge,bridge-core-2.0.5,cookies-not-set,woocommerce-no-js,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,columns-4,qode-child-theme-ver-1.0.0,qode-theme-ver-21.0,qode-theme-bridge,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-6.0.5,vc_responsive

Portogallo, gli scenari dopo l’exploit del partito di estrema destra Chega

di Stefano Ceccanti

 

La prima sorpresa proveniente da Lisbona è stata l’improvvisa crescita della partecipazione. In un colpo solo essa si è impennata dell’8,3%, arrivando al 66,2. Era dal 1995 che non si raggiungeva un simile livello. La seconda è la direzione che ha preso questa partecipazione aggiuntiva. Per quanto ancora non si abbia uno studio sui flussi è impossibile non mettere in relazione quel dato con l’esplosione del partito di estrema destra Chega, che due anni fa era rimasto di poco sotto 400mila voti e ora supera il milione e centomila.

Sui voti validi un balzo dal 7,1 al 18,1. Questo sconvolgimento del sistema, simile a quello determinato nel 2013 dall’irruzione in Italia del Movimento 5 Stelle come momentaneo terzo polo del sistema (sia pure con la differenza che Chega è chiaramente posizionata sull’estrema destra e il M5s era invece traversale) fa sì che il Portogallo vada incontro a un incerto futuro. Restano ancora da assegnare 4 seggi all’estero, che però plausibilmente dovrebbero andare 2 al centro-destra di Alleanza Democratica e 2 ai socialisti. Pertanto dovrebbe rimanere lo scarto attuale che ha consegnato ad una minima maggioranza relativa di due seggi rispetto ai socialisti (in questo momento 79 a 77, che dovrebbe diventare 81 a 79).

Per questa ragione è quasi scontato che il Presidente della Repubblica interpreti come si è sempre fatto il vincolo costituzionale di nominare il Primo Ministro “tenendo in considerazione i risultati elettorali” (art. 187.1 Cost.) nel senso di scegliere colui il quale sia stato proposto prima del voto dalla prima liste elettorale, ossia in questo caso il leader moderato Montenegro. Egli costituirà pertanto il ventiquattresimo Governo costituzionale. La Costituzione prevede poi che egli debba esporre il programma alla Camera unica e che la fiducia sia presunta; i gruppi di opposizione possono però già in quella sede presentare mozioni di sfiducia che debbono raccogliere la maggioranza assoluta dei voti (art. 192.4).

Questo accadde nel parlamento bipolare scaturito nelle elezioni del 2015 perché la lista del centrodestra era arrivata prima, ma nel Parlamento esisteva una maggioranza plurale di sinistra. La legislatura pertanto iniziò con un breve Governo di centrodestra bocciato sul programma iniziale a cui subentrò il primo degli esecutivi del socialista Costa. Stavolta però il Parlamento è tripolare e non sono da attendersi coalizioni ulteriori.

Il centrodestra parte dagli 81 voti di Ad a cui aggiungere gli 8 dei liberali per un totale di 89, neanche il 40 per cento dei seggi. Al momento della presentazione del programma si aprono pertanto tre possibili strade. La prima è che gli altri due poli si sommino nella sfiducia, che il Governo cada e che si formi un Governo ponte per gestire gli affari correnti perché prima di sei mesi non si può tornare a votare per vincolo costituzionale (art. 172.1). La seconda è che Chega si astenga, ma la cosa appare improbabile perché un partito che abbia appena registrato un così largo consenso con una campagna anti-sistema si farebbe logorare in una posizione intermedia. La terza è che si astengano i socialisti, cosa già accaduta in passato, esistendo peraltro un rapporto di fair play tra i due poli tradizionali. Se questo può risolvere il problema immediato, non sembra però che l’equilibrio così realizzato possa comunque durare molto. I portoghesi potrebbero essere chiamati a votare ben prima della scadenza quadriennale della legislatura.

Stefano Ceccanti
ceccanti@perfondazione.eu

Vicepresidente di Libertà Eguale, membro del Cda della Fondazione PER e Deputato del Partito Democratico, eletto nel collegio di Pisa e Livorno. Professore di diritto costituzionale comparato all’Università La Sapienza di Roma. Già presidente nazionale della Fuci, si è occupato di forme di governo e libertà religiosa. Tra i suoi ultimi libri: “La transizione è (quasi) finita. Come risolvere nel 2016 i problemi aperti 70 anni prima” (2016).

Nessun commento

Rispondi con un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.