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Putin e lo stallo a Capitol Hill: due ostacoli che Biden dovrà affrontare dopo il G7

di Alessandro Maran

 

Il primo vertice dei paesi del G7 dell’era Biden ha segnato il ritorno ad un «lessico familiare», ha detto domenica scorsa, con un certo sollievo, il presidente francese Emmanuel Macron. «Per quattro anni abbiamo fatto il possibile, non noi europei da soli, ma insieme ai nostri partner canadesi e giapponesi nel G7, per garantire che l’ordine mondiale nel quale crediamo potesse continuare a funzionare».

Dopo i summit precedenti, difficili e molto tesi, con l’ex presidente americano Donald Trump, il vertice dell’altro ieri, ha dimostrato, ha aggiunto Macron, «che abbiamo riscoperto il linguaggio che ci è più familiare, in cui le economie sviluppate, indipendentemente dai loro disaccordi su questioni regionali… condividono comunque l’essenziale e hanno il desiderio di coordinarsi tra loro per difendere i propri valori, di riformare i loro sistemi e la loro capacità di agire insieme di fronte alle enormi sfide contemporanee».

Ma, come hanno osservato Stephen Collison e Caitlin Hu della CNN, ci sono due le forze irriducibili che Joe Biden dovrà affrontare e che potrebbero seriamente compromettere la sua presidenza: Vladimir Putin e la situazione di stallo a Capitol Hill. Le due cose testeranno il peso e l’autorevolezza del presidente americano e diranno se sarà in grado di restaurare la leadership globale degli Stati Uniti e attuare, in patria, una delle trasformazioni economiche più ambiziose da diverse generazioni a questa parte.

Il primo obiettivo è stato delineato dal vertice del G7, nel quale Biden ha dimostrato di essere molto di più dell’anti-Trump. Il meeting si è concluso con l’impegno di rifornire il mondo in via di sviluppo di un milione di dosi di vaccini contro il Covid, con un accordo per ostacolare l’evasione fiscale delle grandi multinazionali e mostrando compattezza riguardo alla violazione dei diritti umani in Cina.

Ovviamente, come sempre, la verifica reale degli esiti del vertice dei paesi del G7, si avrà quando i leader torneranno a casa. L’impegno sui vaccini è, per esempio, solo una goccia nel mare e la linea più intransigente sulla Cina, metterà ovviamente a dura prova l’unità transatlantica. Ma il mondo democratico è sembrato davvero sollevato all’idea di lavorare di nuovo assieme ad un presidente americano ed ha sostenuto i suoi obiettivi. Ora il leader americano, dopo il vertice della Nato di Bruxelles che ha definito la Cina un «rischio per la sicurezza» e la Russia una minaccia militare, dovrà pensare a Putin.

In patria, considerato l’atteggiamento aggressivo della Russia nei confronti degli Stati Uniti e l’ondata di attacchi ransomware provenienti dal suo territorio, in molti hanno criticato la disponibilità di Biden ad incontrare il presidente russo. Il presidente americano sostiene che il summit di Ginevra con Putin servirà a verificare se sia possibile una relazione più stabile e produttiva con un paese che l’Intelligence americana accusa di aver interferito nelle ultime due elezioni degli Stati Uniti. Ma perfino Biden non è persuaso fino in fondo che la cosa possa funzionare.

«Non è detto che si possa cambiare il comportamento di una persona», ha detto Biden domenica. «I despoti hanno un potere enorme e non devono rendere conto all’opinione pubblica. E può darsi benissimo che voglia andare avanti così e che anche rispondere per le rime, cosa che farò, non lo dissuada da un tale proposito».

Le cose non migliorano se Biden volge lo sguardo in direzione di casa. Il leader di minoranza del Senato, il repubblicano Mitch McConnell, ha assunto una posizione di ostruzionismo totale contro Biden e potrebbe mandare all’aria gli ultimi (e disperati) negoziati per raggiungere un compromesso su un provvedimento bipartisan sulle infrastrutture che per il presidente sarebbe una grande vittoria. Senza contare che le concessioni che Biden sarà costretto a fare per conquistare il sostegno dei repubblicani potrebbero rendere poi difficile convincere tutti i democratici in un Congresso in bilico. Del resto, fare il presidente degli Stati Uniti non è una passeggiata.

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Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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