Putin rigioca la carta della propaganda di regime - Fondazione PER
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Putin rigioca la carta della propaganda di regime

di Vittorio Ferla

 

L’ottavo anniversario dell’annessione della Crimea diventa, per Vladimir Putin, l’occasione per una formidabile operazione di propaganda interna a favore della guerra. Secondo la polizia locale sono oltre 200 mila le persone coinvolte ieri allo stadio Luzhniki a Mosca per il concerto celebrativo con il quale il regime festeggia la riunificazione della penisola del Mar Nero con la Russia. E, soprattutto, esalta l’aggressione militare dell’Ucraina.

Una folla festante, composta soprattutto da ragazze e ragazzi sorridenti che sventolano il tricolore bianco, blu e rosso della Russia. Una scenografia contemporanea e pop, che tenta di aggiornare la comunicazione grigia e ruvida del tiranno. Immortalato nell’immagine algida dell’uomo solo al comando, Putin ha trasmesso finora una rappresentazione di profondo isolamento. La moltitudine di giovani che lo circonda vuole contraddire questa sensazione e promuovere l’idea di un leader di successo, amato dal suo popolo. Molti partecipanti mostrano, disegnata sulle giacche, la lettera ‘Z’, divenuta simbolo dell’invasione: difficile non pensare alla tragica eredità novecentesca di simboli raccapriccianti come svastiche e croci celtiche. In forma moderna, non è altro che la classica mitografia di ogni regime. Il recupero delle più buie e drammatiche scene dei totalitarismi del secolo scorso, quando la strumentalizzazione della gioventù (simbolo del vigore della nazione) e delle masse giovanili (espressione di un consenso assoluto) era una delle armi preferite dei regimi autoritari.

Il discorso del leader, vestito casual con giaccone blu e golf a collo alto color crema come un turista sulla neve, ripete una ormai trita e alterata visione della realtà. C’è la battaglia per la denazificazione e l’accusa di genocidio rivolta agli ucraini: “Gli abitanti della Crimea hanno fatto la scelta giusta. Hanno messo un ostacolo al nazionalismo e al nazismo, che continua ad esserci nel Donbass, con operazioni punitive di quella popolazione. Sono stati vittime di attacchi aerei: è questo che noi chiamiamo genocidio. Evitarlo è l’obiettivo della nostra operazione militare”. C’è la missione di ‘russificare’ i paesi confinanti e di riportarli nell’alveo della terra madre: “i cittadini della Crimea volevano vivere nella propria terra, nella loro patria storica, con la Russia. Avevano tutto il diritto di farlo e hanno raggiunto il loro obiettivo”. C’è la conferma che la guerra continuerà nonostante il bluff sui negoziati di questi giorni: “Sappiamo esattamente che cosa dobbiamo fare, come dobbiamo farlo, e a spese di chi attueremo tutti i nostri piani”.

Ma il messaggio di terrore di Vladimir Putin adotta perfino dei richiami biblici. Secondo il capo del Cremlino, infatti, la Russia “ha lanciato l’operazione speciale perché non c’è azione più grande del donare la propria anima per i propri amici”. Un plauso per “le azioni eroiche dei nostri uomini”. Così come aveva fatto giorni fa il patriarca ortodosso di Mosca Kirill, anche Putin arricchisce di finalità religiose il racconto della guerra: “Le parole che arrivano dalle sacre scritture sono valori universali, care a tutti i popoli e a tutte le confessioni, ma anche e soprattutto a noi: la conferma è che i nostri soldati stanno combattendo spalla a spalla, sostendendosi e proteggendosi a vicenda sul campo di battaglia come fratelli. Noi non vedevamo da tempo tanta unità”. Insomma, la guerra come missione salvifica. La patria come organismo vivente ispirato da un senso religioso. La morte e la distruzione come strumenti per forgiare l’unità della patria. Un mix terrificante di totalitarismo nazionalista, crociata cristiana e imperialismo guerrafondaio. Ancora una volta, al concerto-raduno di Mosca, Vladimir Putin si offre al suo popolo acclamante come l’erede della tradizione dispotica russa, capace di conciliare l’autoritarismo zarista e quello sovietico sotto le insegne armate di un comune destino escatologico.

Il problema è che qualcosa sta andando storto. Diversamente dalle aspettative, la popolazione locale non ha accolto l’esercito occupante con i fiori. Viceversa, continua a sostenere il governo di Zelensky. La resistenza ucraina appare ben salda, potendo contare su competenti forze di difesa locali e sulle armi degli alleati occidentali. L’esercito russo si è arenato in una operazione che sa devastare ma non sa conquistare. La frattura con gli ucraini sta diventando insanabile e irrecuperabile. Per adesso la Russia sembra ancora garantire un largo consenso al tiranno, ma gli episodi di protesta di questi giorni segnalano sinistri scricchiolii nel gradimento del leader. Ieri, la trasmissione del suo discorso allo stadio di Mosca sul canale televisivo Russia 24 è saltata all’improvviso e misteriosamente, proprio mentre Putin stava ancora parlando, sostituita da altre immagini dell’evento. il portavoce presidenziale Dmitry Peskov ha parlato di un “guasto tecnico” assicurando che il discorso sarebbe stato ritrasmesso. Come è puntualmente avvenuto. Nel frattempo, però, la lotta per la libertà degli ucraini diventa, ogni giorni di più, quel ‘guasto tecnico’ che potrebbe far saltare – stavolta definitivamente – il sogno putiniano di riconquistare Kiev. E che segna la rivincita della verità sulla propaganda.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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