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Quanta America c’è nella Liberazione

di Alessandro Maran

 

Intervento svolto a Romans d’Isonzo in occasione della Festa della Liberazione

 

Ringrazio il sindaco per l’invito, ringrazio tutti voi di essere qui e, in modo particolare, i ragazzi che oggi ci hanno parlato dei protagonisti della Resistenza e ci hanno esortato a non dimenticare.

 

La Campagna d’Italia

Oggi celebriamo la data simbolica della liberazione dell’intero territorio nazionale dalla dittatura e dall’occupazione. La guerra di Liberazione italiana fu il complesso di operazioni militari ed azioni di guerriglia condotte dall’esercito cobelligerante italiano e dalle brigate partigiane nell’ambito della Resistenza italiana al fianco degli alleati durante la campagna d’Italia.

Una campagna intrapresa per sconfiggere l’Italia fascista. Allora era l’Italia, il nostro paese, a stare dalla parte sbagliata. Eravamo i cattivi. E benché non fosse un fenomeno esclusivamente italiano, il fascismo ha avuto origine proprio nel nostro paese – come reazione e conseguenza della grave crisi politica ed economica seguita alla prima guerra mondiale; c’è sempre, come vedremo, una grave crisi da affrontare – e dopo un ventennio di errori e di orrori – nel 1938 l’Italia ha adottato le leggi razziali – è finito con una disastrosa sconfitta militare e con il paese ridotto in macerie.

 

La Resistenza e gli Alleati

La nostra Repubblica è una conquista della Resistenza. La libertà ci è costata molto cara. Come ha detto Calamandrei, «dietro ogni articolo della nostra Costituzione stanno centinaia e centinaia di giovani che sono caduti».

Anche agli alleati risalire l’Italia è costato caro. Erano americani, inglesi, polacchi, francesi, ecc. L’avanzata verso Trieste fu compiuta dalla IV armata jugoslava e dalla VIII armata britannica, ovvero dalla seconda divisione neozelandese; e la Nuova Zelanda è agli antipodi dell’Italia. Che cosa ha condotto l’idraulico di Auckland, il barbiere di Baltimora, i contadini polacchi e francesi, a combattere fin quassù i fascisti italiani e tedeschi, assieme agli operai del cantiere di Monfalcone e ai contadini friulani di Romans o di Gradisca?

Cominciamo da qui e dalla necessità di prendersi cura delle piume. Che c’entrano le piume?, direte. C’entrano.

 

Prendersi cura delle ‘piume’

Sembra che Benito Mussolini, fosse solito dire, con una metafora adatta alla società di allora – una società contadina che i polli li spennava in casa – che per accumulare potere bisognava, appunto, fare come con i polli, spennarli piuma per piuma: in questo modo l’intero processo è sottratto alla vista, resta il più nascosto possibile. E’ così che i leader autoritari prendono il potere, trasformando le democrazie fino a deturparle. Un pò alla volta.

L’ex segretario di Stato americano, Madeleine Albright ha usato questa metafora nel suo ultimo libro, “Fascism: A Warning”, uscito negli Stati Uniti nei giorni scorsi. Un avvertimento. Perché il fascismo è tornato di moda. In molti paesi vediamo salire al potere “uomini forti”, e questo revival autoritario è accompagnato dal riemergere delle idee dell’estrema destra.

«La democrazia è come un pollo, se vuoi spennarla viva devi togliere una piuma alla volta, così ogni strillo vale a sé, e quando ti accorgi che c’era dietro un piano, un obiettivo – destabilizzare, indebolire, annichilire – il pollo non ha più nemmeno una piuma, basta il colpo finale».

Nel libro, Madeleine Albright – che scappò bambina dalla Cecoslovacchia prima della guerra – esprime le proprie preoccupazioni sul riemergere fascismo a livello mondiale. Un allarme che rivolge a noi che siamo così abituati alla libertà da darla per scontata.

 

La paura mette a rischio la libertà

A noi democratici piace pensare che nel cuore di ogni uomo ci sia una brama inesauribile di libertà. Il che di solito è vero. Ma «in realtà, il più delle volte quel desiderio lotta con un altro: il bisogno di sentirsi dire cosa fare». Quando le persone sono spaventate, arrabbiate o confuse, osserva l’ex segretario di stato americano, sono tentate di regalare un po’ di libertà, o la libertà degli altri che è anche meno doloroso, in cambio di una direzione e di un po’ di ordine. In tempi di incertezza, in molti non vogliono più che gli si chieda che cosa pensano: vogliono sentirsi dire dove andare, o meglio, dove marciare.

E Madeleine Albright non è la sola a preoccuparsi. Sulla copertina dell’ultimo numero di Foreign Affairs, la prestigiosa rivista statunitense dedicata alle relazioni internazionali, campeggia un’urna elettorale – che riduce la scheda in frammenti – ed il titolo: «La democrazia sta morendo?».

 

Il senso della Resistenza

Vi ho parlato dell’oggi e di due pubblicazioni americane – dopo ci torniamo – perché per gran parte degli italiani, specie per i più giovani, la Resistenza rimane un episodio genericamente positivo, ma psicologicamente, culturalmente e politicamente remoto. Sono passati 70 anni e quando avevo la vostra età, erano trascorsi 70 dalla prima guerra mondiale: mi sembrava un’epoca lontanissima.

Nessuno di noi prova nulla di particolare pensando al 1861. Ovviamente, sappiamo che è stato un periodo importantissimo per l’Italia e per noi tutti, ma ormai è parte di una storia lontana. Tuttavia, è bene ricordare che, l’Unità d’Italia e la Resistenza rappresentano due dei momenti più alti e gloriosi della nostra storia, durante i quali molti nostri compatrioti hanno combattuto e dato la vita non solo per sé stessi, ma soprattutto per il Paese e per le generazioni future.

Invece, dalla metà degli anni Ottanta, man mano che un ciclo storico dell’Italia repubblicana si è venuto esaurendo, il legame costituente fra antifascismo, Resistenza e Costituzione – il legame che è alle origini dello stato democratico – è stato messo in discussione. E’ stata messa in discussione l’importanza quantitativa della Resistenza e della guerra di Liberazione e, sul piano qualitativo, stata contestata la loro capacità di costituire il fondamento morale e civile dell’unità del Paese – riconquistata con la Liberazione – e della Repubblica democratica.

Ma queste idee, che hanno avuto grande amplificazione dai mass-media, traggono forza dall’isolamento dell’antifascismo, come forma della politica italiana, dall’antifascismo come fenomeno internazionale e passaggio fondamentale della storia del Novecento, che, anche rispetto alla guerra, resta invece un fenomeno di più lunga durata, di portata internazionale più vasta, di perdurante vitalità.

 

Il secolo dell’interdipendenza

L’antifascismo, come ha rimarcato Beppe Vacca nei suoi saggi, è un punto d’arrivo che contribuisce a definire il secolo e non ha riguardato solo la storia d’Italia, ma i caratteri del nuovo ordine mondiale generato dalla guerra. Il problema è allora quello di comprenderne il significato nella storia del Novecento. Oggi tutti parlano di globalizzazione, ma proprio il Novecento è stato anzitutto il secolo dell’interdipendenza, della globalità, un’età in cui tutta la storia è diventata storia mondiale.

Gli eventi fondamentali dell’antifascismo sono la formazione della coalizione anti-hitleriana e la seconda guerra mondiale. Dal ‘41 in poi ciò ha condizionato la storia del mondo.

Ciò che rese possibile la formazione della coalizione antifascista – con l’iniziativa di Roosevelt di gettare tutto il peso degli USA nel conflitto, di allacciare una alleanza con l’URSS, di tracciare nella Carta Atlantica una prospettiva nuova, una volta eliminati nazismo e fascismo, per i paesi europei e per il mondo nel dopoguerra – non fu solo la minaccia del dominio hitleriano, ma anche la convinzione che, con la sconfitta del fascismo, si potesse instaurare un ordine internazionale fondato sull’interdipendenza economica e su relazioni politiche multilaterali; la convinzione che questo avrebbe consentito di diffondere la crescita economica, ma anche di favorire, a livello nazionale, la combinazione di sviluppo e democrazia.

 

I Trenta Gloriosi

Questo programma in Occidente consentì, dopo la guerra, il «trentennio d’oro» del keynesismo nazionale e del welfare, cioè di quel tipo di politica economica volta a combattere la disoccupazione aumentando i consumi e espandendo la sfera pubblica; che ha costruito un sistema sociale che ha garantito a tutti i cittadini la fruizione dei servizi sociali indispensabili; che ha ridotto drasticamente le sofferenza causate dalla «distruzione creatrice» capitalista – c’è sempre, come vi dicevo, una crisi, un mutamento improvviso da affrontare.

Un programma che ha ridefinito l’idea stessa di nazione, che oggi non è separabile dall’idea di cittadinanza – oggi non siamo sudditi, vogliamo contare – e cioè non è separabile dalla relazione fra antifascismo, welfare e interdipendenza: una sequenza che dobbiamo tenere bene a mente per dare risposte democratiche alle crisi da modernizzazione. Oggi la cittadinanza dipende infatti dallo sviluppo e dalla democrazia e queste derivano sempre più dall’avanzare della società civile internazionale.

 

La costruzione dell’Unione europea

Quel programma favorì l’intreccio fra sviluppo dei consumi e crescita della democrazia. Generò la costruzione dell’Unione europea, forse il fatto più rilevante della storia contemporanea. Quando si descrive l’evoluzione dell’Unione europea, uno degli errori più comuni è quello di sostenere che nacque come un progetto squisitamente economico e che solo successivamente divenne politico. Invece, l’Unione europea è stata fin dalle origini un progetto politico che ha fatto ricorso a strumenti economici. Si tratta di un disegno e di una strategia alternativi rispetto a quella di Versailles, il trattato he pose ufficialmente fine alla prima guerra mondiale.

La filosofia di Versailles era semplice: se metti il nemico di ieri ai tuoi piedi e gli impedisci con la forza di svilupparsi militarmente (col disarmo forzato) ed economicamente (con le sanzioni punitive), questo non sarà più una minaccia. Ma quel disegno fallì e aiutò, in Germania, il nazionalsocialismo a mobilitare l’opinione pubblica in favore dei suoi disegni criminali.

Lo spirito del progetto di integrazione europea non è più quello di mettere di mettere il nemico di ieri – i tedeschi e poi i paesi ex comunisti – ai nostri piedi, ma quello di stringerlo a noi con tanto calore che ogni guerra diventi non solo impensabile, ma di fatto impossibile. E in questo disegno la guerra sarebbe stata impensabile e impossibile non perché Francia e Germania avrebbero sottoposto la produzione di carbone e acciaio a un’alta autorità – un’istituzione che precede l’attuale Commissione; la guerra sarebbe stata impensabile e impossibile a causa del livello di interdipendenza che si sarebbe creato tra gli stati della nascente comunità. Tanto per fare un esempio terra terra del rapporto di reciproca dipendenza, oggi dentro ad un’auto tedesca, buona parte del valore è costituito da componenti italiane.

 

Il significato dell’antifascismo

Inquadrato nell’intera vicenda del Novecento, l’antifascismo assume dunque un significato molto più ampio di quello che ha avuto nella vita politica italiana – ed in quella tormentata della nostra regione. É stato anzitutto un passaggio della storia mondiale che ha consentito anche all’Italia di rientrare a far parte della comunità politica ed economica internazionale.

E la caratterizzazione della guerra come antifascista è il risultato di un processo lungo e complesso, che coinvolge la vicenda di paesi europei ed extraeuropei e interessa una pluralità di piani: riorganizzazione sociale, forme e forze politiche, economia, mercato e stato. E’ la risposta, alternativa a quella del fascismo, che alcune tra le principali democrazie occidentali avevano dato alla “grande crisi” degli anni ’30 – ancora: c’è sempre una grande crisi.

Una risposta che dimostrava che i problemi posti dal sorgere della società di massa si potevano risolvere, non con l’inquadramento “militare” delle masse dei fascisti, ma con la riorganizzazione della produzione e dei consumi, la crescita dell’economia nazionale, l’estensione della democrazia e lo sviluppo dello stato sociale.

 

Dopo la guerra: riforme, economie miste, stato sociale

Il programma dell’antifascismo prese infatti slancio dalle esperienze riformistiche degli anni ’30 – il New Deal negli Stati Uniti, i primi governi socialdemocratici in Inghilterra, Svezia, Belgio e il Fronte popolare in Francia – e mirava a generalizzare quelle esperienze – realizzate in alternativa all’aut-aut tra bolscevismo e fascismo – e a ridisegnare gli assetti mondiali secondo il principio dell’interdipendenza. In questa asimmetria con l’URSS vi è l’origine della fine precoce dell’alleanza una volta conclusa la guerra e probabilmente del collasso del regime sovietico.

Perciò non solo l’origine, ma la storia della nostra Repubblica ha tratto impronta e legittimazione dal consenso amplissimo all’idea di nazione, di società e di stato democratico elaborate insieme, nonostante le profonde differenze, dalle correnti politiche dell’antifascismo.

In tutto l’Occidente, quali che fossero le forze politiche al governo, dopo la seconda guerra mondiale la diffusione dell’industrialismo e della società dei consumi, si è accompagnata all’estensione delle economie miste e allo sviluppo degli stati sociali. Tutto questo senza l’antifascismo, senza quell’idea di nazione e di cittadinanza, non sarebbe stato possibile. I suoi valori e i suoi obiettivi furono il legame tra le sue diverse componenti, ben oltre le contingenze della guerra fredda, e costituiscono il nucleo centrale della sua persistente vitalità.

Da questo intreccio prende corpo alla fine la Resistenza come soggetto politico e militare. Un soggetto minoritario e politicamente fragilissimo, eppure capace di gesti che ridaranno il senso di una dignità ritrovata ad una nazione umiliata. Per questo cancellare dalla memoria collettiva questi gesti significa fare violenza non solo alla storia, ma anche alla democrazia del nostro paese.

 

L’articolo 11 della Costituzione

Vi faccio solo un esempio, quello dell’Articolo 11 della nostra Costituzione. Tutti di solito ricordano la prima parte. Ma c’è anche la seconda parte, separata dalla prima solo da un punto e virgola. Non c’è neppure un punto: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo»

Nella seconda parte dell’articolo 11 si coglie tutta la capacità visionaria della nostra Costituzione. Attraverso questo passaggio, al ripudio della legge della forza si combina l’aspirazione di concorrere a costruire un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra i popoli, attraverso le organizzazioni internazionali che sono promosse a tale scopo. E la clausola che consente alle limitazioni della sovranità, a condizioni di parità con gli altri Stati, segna la preminenza dell’interesse per la pace e la giustizia tra i popoli rispetto alla sovranità stessa.

 

Come cambia oggi il sistema internazionale

Torno all’oggi. Oggi il sistema internazionale costruito dopo la seconda guerra mondiale è quasi irriconoscibile. La sua trasformazione è stata innescata dalla globalizzazione economica – a sua volta favorita dalla rivoluzione tecnologica -, contraddistinta dal trasferimento di ricchezza e potere economico – senza precedenti nella storia moderna, quanto a dimensione, velocità, direzione – in corso dall’Ovest all’Est del mondo. Si pensi al peso crescente di nuovi attori come la Cina e l’India.

Il nuovo ordine che sta emergendo è caratterizzato dal passaggio dal mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti a una gerarchia, relativamente poco strutturata, di vecchie potenze e nazioni in ascesa e dalla diffusione del potere dagli stati agli attori non statali – mondo degli affari, organizzazioni religiose, tribù, reti criminali. La transizione dal vecchio al nuovo ordine ancora in formazione non sarà priva di rischi. I sistemi multipolari sono storicamente instabili. E non è da escludere una corsa agli armamenti e l’esplodere di rivalità militari simili a quelle del XIX secolo.

Il nostro futuro è necessariamente legato a quello dei nostri partner europei. I nostri alleati americani, nonostante tutti i loro problemi, hanno le dimensioni e le risorse per rimanere al centro della politica mondiale. L’Europa, invece, si trova frammentata e divisa di fronte a un mondo grande nel quale le potenze asiatiche stanno spostando gli equilibri mondiali verso il Pacifico. Nel XXI secolo, gli stati nazionali europei, costituiti da decine di milioni di cittadini, sono semplicemente troppo piccoli per poter influenzare l’ambiente internazionale nel quale vivono. È proprio dalla consapevolezza di questo comune destino che bisogna far ripartire, con decisione, il processo d’integrazione europea – o qualcuno pensa davvero che possiamo fare da soli? E l’Europa sarà costretta – con le buone o con le cattive – a ripensare il proprio ruolo globale. Altrimenti, come ha giustamente sottolineato il ministro agli esteri tedesco proprio a proposito di sicurezza globale, «un’Europa vegetariana, in un mondo pieno di carnivori passerà momenti difficili».

Molti italiani sono convinti che il loro piccolo mondo antico sia rimasto quello protetto del pre-’89, ma il mondo sta arrivando da ogni lato. Possiamo tornare indietro? No. Non c’è modo di tornare indietro. Come dice un vecchio proverbio contadino cinese: “l’albero può desiderare la calma, non per questo il vento cesserà di soffiare”. Possiamo però farci guidare da quei principi che hanno condotto quaggiù l’idraulico di Baltimora e che hanno condotto in montagna l’operaio di Monfalcone e il maestro elementare di Vicenza.

 

Lennon o Bannon? Che cosa unisce l’America all’Europa

Se c’è una cosa che oggi unisce America ed Europa, questa è senza dubbio la profonda frattura che attraversa entrambe le società. C’è sempre una crisi di mezzo; che oggi ha a che fare con il cambiamento tecnologico, climatico, la globalizzazione. Da qui lo scontro ideologico interno all’Occidente, che riguarda, in sostanza, in che mondo vorremmo vivere. Si sfidano il «mondo di Lennon» e il «mondo di Bannon».

Il mondo di Lennon è quello dei liberal cosmopoliti, descritto da John Lennon nella sua più celebre canzone, «Imagine» («Imagine there’s no countries», cantava infatti l’ex Beatle, «a brotherhood of man»). Il mondo di Stephen K. Bannon, il giornalista americano, chief strategist del presidente Trump, è invece l’opposto: un posto fatto di barriere e prescrizioni e guidato da figure autoritarie e intransigenti. Nelle città americane e in buona parte dell’Europa il mondo di Lennon è già una realtà e sono stavolta i sostenitori del mondo di Bannon a volere la rivoluzione. A volere cioè tornare indietro.

Ma non c’è un posto dove tornare. Perché il governo delle sofferenze e delle contraddizioni sociali create dal capitalismo non è più possibile alla dimensione nazionale. E se non si vogliono lasciare i «perdenti» a se stessi, dobbiamo costruire la sovranità europea e istituzioni sovranazionali. E lo dobbiamo fare perché occuparsi e indennizzare i loser, coloro che nei mutamenti prodotti dalla globalizzazione, almeno temporaneamente, ci perdono, è l’unico modo per alleviare uno smarrimento e un’angoscia che, nella transizione, possono colpire tutti e che possono generare mostri.

 

I pericoli interni per le democrazie

I maggiori pericoli per le principali democrazie del mondo, in altre parole, non sono esterni ma interni. E i cittadini delle nostre democrazie si trovano spesso nella posizione scomoda della generazione di allora: si misurano con problemi le cui cause sono difficili da determinare e da comprendere fino in fondo e le cui soluzioni alla fine richiederanno una elaborazione e una architettura politica e culturale che non esistono ancora. Il populismo è la sveglia di cui forse la nostra democrazia aveva bisogno. Quando le persone sono insicure tendono a preferire leader «strong and wrong», forti ma in torto, piuttosto che giusti ma deboli («right and weak»).

Mentre Benjamin Franklin usciva dall’assemblea costituente nel 1787, una donna gli chiese: “Dunque, dottore, che cosa abbiamo, una repubblica o una monarchia?”. Franklin replicò: “Una repubblica, Signora, se saprete mantenerla”. Dopo più di due secoli, non é cambiato molto». Per questa ragione dobbiamo ricordare la lotta giusta di chi ha preso partito fra due contrapposte visoni del mondo. Per questo dobbiamo ascoltare i segnali d’allarme e ricordarci di prenderci cura delle piume. Viva il 25 aprile, viva la Resistenza!

Alessandro Maran
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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