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Quei magnifici anni Ottanta tra Rawls e Veca

di Nicola Pasini* e Sergio Scalpelli**

 

Cenni sparsi su una bella storia e un grande maestro. Pur provenendo noi due da tradizioni ed esperienze di vita molto diverse, senza nessun dubbio la nostra amicizia e soprattutto la nostra vita professionale e pubblica (in senso lato quella culturale e politica) devono molto all’incontro con Salvatore Veca e al suo insegnamento.

È stato, a distanza di pochi mesi, un colpo di fulmine. Uno, abbagliato durante una sua lezione, nel lontano 1984, sull’eguaglianza (o meglio le diseguaglianze), prendendo le mosse da Rousseau e dal Discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza tra gli uomini. Il corso di filosofia politica quell’anno era prevalentemente incentrato sul neo-contrattualismo rawlsiano. Veca spiegava, a una classe stipata di studenti affascinati, la questione centrale della ‘sorte’ degli umani rispetto alle dotazioni naturali e sociali (spesso Veca esemplificava il concetto di dotazione sociale ricorrendo alla distanza tra Cipputi e Agnelli). Di qui, facendo riferimento al principio di differenza del Rawls di Una teoria della giustizia, l’avvicinamento a questioni filosofiche decisive per interpretare lo spirito del tempo e le conseguenze politiche e sociali. L’altro, Segretario della Casa della Cultura, alle prese con la crisi finale del socialismo realizzato, le sofferenze del Pci, la rivoluzione neoconservatrice di Thatcher e Reagan, il papato potente di Giovanni Paolo II e, soprattutto, per ciò che ci riguardava da vicino, col duello a sinistra, la sfida lanciata dal socialismo liberale e autonomista di Craxi all’egemonia culturale del Pci.

Una parte importante di quel duello si è giocata a Milano, in poche centinaia di metri, tra la facoltà di scienze politiche, il club Turati e Politeia, la Casa della Cultura e Veca, con Michele Salvati, Alberto Martinelli, ma anche con Antonella Besussi, Alberto Melucci, Guido Martinotti, Giulio Giorello, Marco Mondadori, Marco Santambrogio e altri frequentava e animava il dibattito politico culturale di quegli anni ‘80, consegnando, come poi vedremo, riflessioni e tesi molto innovative e di forte discontinuità a una parte conservatrice, ahinoi maggioritaria, della sinistra italiana. Ed erano proprio i dibattiti tenuti alla Casa della Cultura quelli più vivaci e fecondi dal punto di vista politico. Si confrontavano ragionamenti di natura filosofica in difesa della tradizione comunista ovvero a quelli più audaci nel ricercare il superamento di tale tradizione e la sua opprimente narrazione; tali dispute culturali confermavano ancora di più, sempre che ce ne fosse stato bisogno, quanto le intuizioni morali rawlsiane (fatte proprie da Veca), erano in grado di dare una forte spallata al pesante bagaglio della tradizione comunista di quegli anni, totalmente inadeguata a interpretare e a cambiare la società italiana; e, nel contempo, proprio quella sinistra stava smarrendo il contatto sia con le classi svantaggiate sia con la parte più dinamica della società stessa.

Di qui la competizione delle idee con l’altra parte della sinistra italiana, quella riformista, molto ben rappresentata dal PSI – attraverso la leadership di Bettino Craxi e il consolidamento di un gruppo di politici molto determinati nel rinverdire e modernizzare la società italiana come Claudio Martelli, Gianni De Michelis, Giuliano Amato, Giorgio Ruffolo e tanti altri – e da una minoranza di intellettuali comunisti, ben presenti a Milano e soprattutto alla Casa della Cultura, afferenti alla corrente culturale e politica migliorista.

In effetti si arrivava dalla marcia dei quarantamila a Torino del 1980, che pose fine, una volta per tutte, all’idea di eguaglianza dei risultati. E proprio il 1985, con l’ultimo referendum abrogativo che spaccò l’Italia, ma soprattutto sancì il destino diverso della sinistra riformista (di matrice socialista e migliorista) da quella massimalista (fortemente di stampo comunista), fece capire come la tradizione politica e culturale comunista in Italia era non solo dalla parte sbagliata, ma su un binario morto.

Il PSI, già nel 1982 con la conferenza programmatica di Rimini dal titolo tuttora attuale, “meriti e bisogni”, dimostrava non solo di possedere gli strumenti per ambire a una società (più) giusta, ma anche di comprendere, intrerpretare e proporre buone politiche pubbliche per l’Italia che stava diventando sempre più individualizzata e sempre meno sedotta da logiche di appartenenza totalizzanti (e, naturalmente, ideologiche). Si intravvedeva già a metà degli anni Ottanta del secolo scorso la perdita di punti di riferimento valoriali (erano ormai finite da tempo le ideologie totalizzanti del Novecento, prima ancora del crollo del Muro di Berlino!) da parte sia del corpo elettorale (la domanda politica) sia dei partiti (l’offerta politica), non sempre capaci di comprendere e interpretare le questioni pubbliche all’ordine del giorno. Gli studi sulla cultura civica e politica di quegli anni ci permettevano di capire meglio i modelli di orientamento valoriale e di spiegare il comportamento elettorale delle diverse popolazioni europee e nord americane, soprattutto rispetto alle credenze (ciò che la gente pensa sia effettivamente giusto o sbagliato), ai valori che guidano il comportamento (ciò che la gente pensa sia moralmente buono o cattivo) e alle norme sociali (linee guida comportamentali e socialmente sanzionate).

E Veca, insieme ad alcuni intellettuali milanesi, in maniera molto lucida e acuta aveva capito prima di altri tutto ciò. Non a caso, la famosa lettera, scritta con Michele Salvati su Rinascita (29 luglio 1989), Cambiare nome. E se non ora quando? provocò un tale terremoto dentro il PCI che di lì a poco, ma sempre tardi, convinse il partito a cambiare nome in PDS e diventare una forza a pieno titolo socialdemocratica.

Cambiando i valori di riferimento, mutavano necessariamente anche i comportamenti elettorali. Programmi, condizioni politiche e strutturali del contesto, caratteristiche dei singoli partiti diventavano quindi variabili fondamentali per esercitare la scelta, condizionata tra l’altro da un elevato grado di incertezza e da una decrescente fidelizzazione nei confronti del partito o dello schieramento preferito (venendo meno il cosiddetto voto di appartenenza o di fedeltà). Nuove issues entravano prioritariamente nei programmi elettorali e nell’agenda politica in riferimento al mutamento di valori di cui sopra: immigrazione, economia, nuove tecnologie e nuovi media, stili di vita, differenze di genere ecc. Di qui, l’ulteriore incremento di complessità dello spazio politico italiano, secondo una struttura nella quale alla pluridimensionalità ereditata dal passato si aggiungeva la ridefinizione delle principali dimensioni del sistema partitico alla luce delle trasformazioni sociali intervenute.

Emergeva così una dimensione, di natura extra-economica, correlata a fattori di ordine culturale e valoriale inerenti le concezioni del bene e gli stili di vita individuali e collettivi (di qui l’attenzione di Veca ai diritti di cittadinanza). In tal senso, cruciali, ai fini dell’auto-collocazione politica degli individui, risultavano non tanto le tradizionali divisioni di classe (oggi il disagio sociale è diffuso in modo trasversale e non riconducibile alle vecchie categorie basate sulla dicotomia capitale/lavoro), quanto il livello di istruzione, il genere, il ruolo professionale e la sua eventuale caratterizzazione su scala internazionale.

Erano tempi di grande fermento culturale e politico, soprattutto nella sinistra riformista, che aveva a cuore la modernizzazione della società italiana da una posizione di governo. Soprattutto alla Casa della cultura fiorivano iniziative culturali di spessore internazionale e iniziative editoriali innovative (ricordiamo ancora con stupore la coda fino alla Metropolitana di San Babila, nel lontano 1986, durante il ‘lancio’ di Micromega, in origine ambiziosa rivista riformista), nonché presentazioni di libri che all’epoca erano il nostro nettare quotidiano.

Solo per fare qualche esempio, grazie anche allo stimolo intellettuale di Veca, ricordiamo Arthur M. Okun, Eguaglianza ed efficienza, libro che affrontava la tensione, essenziale nelle democrazie occidentali, tra gli eguali diritti di cittadinanza e le caratteristiche dell’economia capitalistica. Oppure il Nobel dell’economia James Meade, Agathotopia,  sempre sulla possibilità di combinare eguaglianza ed efficienza, imprenditività ed equità nei sistemi sociali contemporanei. Come vedete tutti temi che ruotavano intorno all’oggetto di ricerca e di analisi di Salvatore Veca: la società giusta.

Anche in questo caso, oggi si capiscono le origini di una nuova riflessione che contribuì al dibattito culturale e politico della fine degli anni ’80 con il volume di Alberto Martinelli, Michele Salvati, Salvatore Veca, Progetto 89. Tre saggi su libertà, eguaglianza e fraternità, dove “(…) nel bicentenario della Rivoluzione francese, un sociologo, un economista e un filosofo si interrogano sul significato di libertà, eguaglianza e fraternità. (…) quelle tre parole magiche ancora circoscrivono l’area nella quale noi, epigoni della modernità, cerchiamo il disegno di una società desiderabile”. In tale progetto di ricerca, poi ripreso con la seconda edizione del 2009, già allora si intravedeva una vera e propria ridefinizione del conflitto sociale che esploderà nei decenni successivi fino ai giorni nostri. In effetti la maggior parte della classe lavoratrice è incline ad essere sempre più conservatrice, non soltanto rispetto alla dimensione economica, ma anche alle questioni relative alla sicurezza personale, all’ordine pubblico e al recupero delle identità primarie di carattere localistico e territoriale, specialmente in contrapposizione alle tendenze della globalizzazione.

Inoltre, coloro che sono rimasti svantaggiati dalla globalizzazione economica trovano rifugio nelle forze politiche che promettono, non solo metaforicamente, la chiusura delle frontiere, l’indipendenza dalle lontane burocrazie europee, il recupero e la difesa delle tradizioni, nonché uno scudo dall’immigrazione vista come minaccia nel mercato del lavoro e nei costumi culturali e religiosi.

Nell’atteggiamento anti-globalizzazione, troviamo che le nuove destre presentano spesso una curiosa affinità con la sinistra estrema e il passaggio di voti da un estremo all’altro dello spettro politico (specialmente nei settori dei lavoratori manuali con basse qualifiche) non è un paradosso, anzi è proprio legato alla rete di protezione, economica e culturale che la destra radicale e la sinistra estrema pensano di offrire a certe categorie danneggiate dalla competizione internazionale.

Infine, l’estremismo sembra figlio di un’ulteriore radicalizzazione in un continente dove la crisi economica e finanziaria prima e la pandemia da Covid-19 dopo hanno portato spesso la tensione al livello di guardia, scatenando uno stato di angoscia in una parte dell’elettorato facilmente preda delle spinte estremiste abili nel proporre soluzioni semplicistiche a problemi assai complessi.

Di qui la domanda tuttora attuale e che ha visto impegnato anche Veca fino alla sua scomparsa: come libertà, eguaglianza e fraternità possono, così come le abbiamo conosciute, sopravvivere? Questioni maledettamente difficili, avrebbe detto Veca, ma di fronte alle quali si sarebbe impegnato ancora di più per fare ordine nella tempesta.

 

* Professore associato di scienza politica nel Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano.

* Presidente di Linkiesta Club e animatore del Centro Internazionale Brera

 

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