Recovery plan per rilanciare l’economia: ok, ma non sia un assegno in bianco | Fondazione PER
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Recovery plan per rilanciare l’economia: ok, ma non sia un assegno in bianco

di Caterina Avanza

 

Dopo l’Eurogruppo, anche il Parlamento europeo ha approvato, la settimana scorsa, il Recovery plan, cioè un piano di rilancio massiccio dell’economia europea attraverso dei Recovery bonds.

Questo strumento permetterebbe di mettere in comune il debito dei paesi europei, ma non tutto il debito (quelli sono gli Eurobonds) ma unicamente il debito che verrà contratto per realizzare gli investimenti necessari per far ripartire il motore dell’economia europea. Il meccanismo di finanziamento non è ancora stato stabilito, lo sarà, si spera, il 23 aprile alla riunione del prossimo Consiglio dei capi di Stato e di Governo.

Oltre al Recovery plan da 500 miliardi di Euro, l’Eurogruppo e il Parlamento europeo si sono espressi a favore di SURE cioè di emissioni di bond comuni fino a 100 miliardi di euro finalizzati a prestare risorse agli Stati membri per finanziare programmi di cassa integrazione, emissioni di bond comuni da parte della BEI (banca europea di investimento) finalizzati a prestare risorse alle piccole e medie imprese degli Stati membri o a fornire garanzie bancarie (fino ad un massimo di 200 mld), a cui va sommato il nuovo MES (cioè con condizionalità ridotte e non macroeconomiche), più altri interventi minori, per arrivare ad una somma di 1451,5 miliardi a cui vanno aggiunti i 750 miliardi del piano della BCE e i piani dei singoli Stati ai quali è stato concesso di sforare il patto di stabilità e crescita.

Ottimo! L’Europa ha tentennato all’inizio della crisi ed ha poi tirato fuori il bazooka ed ha reagito. La crisi che stiamo vivendo è una crisi eccezionale e senza precedenti, sono necessarie misure eccezionali se vogliamo uscirne. Una politica espansionistica è fondamentale, politiche di austerity sarebbero un totale disastro.

Detto questo però, non dobbiamo dimenticare che per uscire da questa crisi stiamo indebitando, ancor più di prima, i nostri figli e i nostri nipoti. Vi ricordate la storia di ogni neonato italiano che nasce con 30 mila euro di debito sulle spalle? Ebbene, non potrà che andare peggio perché anche se si tratta di emissioni di bond comuni quindi a tassi bassissimi o vicino a zero, si tratta pur sempre di prestiti. E questo vale per l’Italia, come per gli altri paesi europei.

Allora forse sarebbe il caso di porre qualche condizionalità a questo debito in modo che rappresenti un’opportunità per le generazioni future e non un fardello o addirittura un boomerang.

 

1- La prima condizione è la sua sostenibilità climatica.

Questa crisi e il piano di rilancio che ne segue rappresentano una straordinaria occasione per accelerare la transizione climatica e il necessario cambio di modello per rendere le nostre economie neutre in carbonio entro il 2030. Disponiamo della tecnologia necessaria per fare il passo, non deve mancare la volontà politica.

Il dibattito è aperto fra chi, come il primo ministro della Repubblica Ceca e alcuni deputati europei come Pietro Fiocchi (Fratelli d’Italia), chiede alla Commissione europea di ritardare o addirittura annullare il Green Deal (Patto verde) in nome della crisi e della necessaria ripresa economica, e chi come Pascal Canfin (presidente della Commissione ambiente al Parlamento europeo) e il ministro Vincenzo Amendola (Partito democratico) insieme ad esponenti del mondo delle imprese, dei sindacati e delle associazioni, attraverso un appello pubblicato in vari paesi e in Italia sul Corriere della Sera, chiede un Green Recovery plan.

Uno dei pilastri del Patto Verde è un grande piano per l’isolamento termico degli immobili che rappresentano una delle più importanti fonti di Co2 e quindi di riscaldamento del nostro pianeta. Questo piano oltre a migliorare le nostre capacità di risparmio energetico, creerebbe una grande quantità di posti di lavoro non delocalizzabili. Opporre ambiente ed economia, nel 2020 è francamente anacronistico!

 

2- La seconda condizione è il suo utilizzo attraverso criteri di giustizia sociale, fiscale e anche un po’ morale!

La Danimarca l’ha già annunciato – le imprese che sono domiciliate in paradisi fiscali non potranno beneficiare degli aiuti di Stato. E mi sembra il minimo, io cittadino, io piccolo imprenditore che pago fino all’ultimo soldo di tasse, perché devo indebitare me e i miei figli per aiutare chi fa il furbo e le tasse non le paga?

 

3- La terza condizione si chiama Buy European Act (proposta già avanzata dal candidato Emmanuel Macron durante la campagna presidenziale francese del 2017).

Questa crisi, alla quale nessuno era preparato, ha mostrato le fragilità e le lacune dell’Europa. Troppo dipendente dalla Cina e da altri paesi terzi per la fabbricazione di maschere, respiratori e ventilatori ma anche di principi attivi per la fabbricazione di medicine. Il Recovery Plan deve permetterci di riprenderci la nostra sovranità nei settori strategici: salute, alimentazione, energia, comunicazioni.

La Cina protegge interi settori strategici della sua industria dalla concorrenza straniera, Trump appena arrivato al potere ha alzato i dazi sui settori strategici americani. Non si tratta di seguire la strada protezionista, che l’abbiamo visto ha portato alla guerra commerciale, ma di riservare l’accesso agli appalti pubblici alle imprese, europee e non, che localizzano almeno la metà della loro produzione in Europa. Gli appalti pubblici in Europa rappresentano il 14% del PIL europeo, non sono briciole. Il debito deve servirci a sviluppare la nostra capacità produttiva e industriale, a creare posti di lavoro e a riportare la crescita sul continente europeo, non ad arricchire imprese che producono dall’altra parte del mondo.

 

Più che perdersi in dibattiti sul “MES si” o “MES no”, dibattito per altro totalmente sterile perché nessuno ci obbliga ad attivare il MES, ci auguriamo tutti che non sia necessario ma, è fondamentale sapere che in caso di bisogno ci sono 36 miliardi di euro a disposizione dell’Italia senza condizionalità macroeconomiche cioè senza austerity della Troika; sarebbe molto più utile riflettere a come e per chi verrà usata questa liquidità che deriva da debito supplementare che ci accolliamo tutti. Da queste scelte e dalla lungimiranza strategica delle classi dirigenti europee deriverà, non solo la tenuta del progetto di integrazione europea, ma soprattutto la prosperità e la sicurezza delle generazioni future.

Caterina Avanza
Caterina Avanza
avanza@perfondazione.eu

Consigliera politica al Parlamento europeo per En Marche, il movimento del presidente francese Emmanuel Macron. Laureata in Scienze politiche all’Università di Bologna, quindi master in Affari europei alla Sorbona. Sempre per En Marche è stata coordinatrice della campagna delle europee. Consulente presso importanti istituti di sondaggi fra cui l’IFOP – Istituto Francese di Opinione e Politica.

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