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Reopen America: ecco il piano di Biden

di Vittorio Ferla

 

“Milioni di americani vogliono la risposta a una semplice domanda: qual è il piano per riaprire in sicurezza l’America?” Joe Biden apre così il suo articolo pubblicato dal New York Times proprio nel giorno di Pasqua. È la prima uscita pubblica ufficiale, dopo la rinuncia a correre del suo avversario Bernie Sanders. Questa volta non parla più il candidato per le primarie democratiche ma lo sfidante del presidente in carica.

Negli ultimi mesi, nel confronto con il coronavirus, Donald Trump ha collezionato una serie di giravolte. Prima ha sottovalutato l’emergenza e poi ha dovuto arrendersi in gravissimo ritardo all’evidenza. Ha cominciato seminando fake news e poi si è affidato agli scienziati. Si è dato poteri da ‘presidente di guerra’ ma ha lasciato ai governatori la responsabilità di scegliere. Un tira e molla dissennato che includere le bizze del presidente nei briefing con la stampa, le sue indecisioni circa la fase 2 (che l’America dovrà affrontare dopo le misure di restrizione sociale) e il travagliato rapporto con il virologo di origini italiane Anthony Fauci, responsabile scientifico della task force presidenziale anti Covid-19, che rischia di essere silurato un giorno sì e l’altro pure.

Di fronte alla confusione irresponsabile e carnevalesca del presidente, il piano di Biden per la ripresa sembra un’ancora di ragionevolezza e di moderazione. “Non possiamo restare a casa e aspettare solo che arrivi il vaccino. Dobbiamo costruire un ponte da qui a lì”, avverte il candidato democratico. Ovviamente, “la distanza sociale deve continuare e le persone in prima linea devono ottenere le forniture e le attrezzature di cui hanno bisogno”, spiega, ma il presidente Trump deve finalmente darsi una mossa: “usi tutti i suoi poteri, ai sensi del Defense Production Act, per combattere la malattia con tutti gli strumenti a nostra disposizione. Deve organizzare la risposta federale e smettere di inventare scuse. Perché più americani tornino al lavoro, il presidente deve fare meglio il suo”.

Biden chiede un ampio uso dei test e una strategia di tracciamento dei contatti che, allo stesso tempo, protegga la privacy. Viceversa, “un recente rapporto del Department of Health and Human Services di Trump ha chiarito che siamo lungi dal raggiungere questo obiettivo”. A questi test andrebbero affiancati degli “esami sierologici rapidi per stabilire chi è già stato infettato dal coronavirus e ha anticorpi”. Biden accusa Trump di brancolare nel buio: “sono passati ormai diversi mesi dall’inizio di questa crisi, e ancora questa amministrazione non ha affrontato il ‘peccato originale’ che sta alla base del suo fallimento: l’incapacità di testare”. In effetti, sulle ormai famose “3 T” – test, trace and treat: testare i contagi, tracciare i contatti e trattare i casi – la paralisi della Casa Bianca sembra totale. Al punto che, in questi giorni, i governatori di alcuni stati americani cominciano a muoversi in ordine sparso: un fenomeno che ricorda molto la confusione del regionalismo italiano. Molto più rapide, ovviamente, le grandi compagnie tech statunitensi. Apple e Google, proprio pochi giorni fa, hanno annunciato una collaborazione senza precedenti per abilitare i loro sistemi operativi iOS e Android al tracciamento automatico dei contatti finalizzato a contenere la pandemia nel rispetto della privacy.

Ma nel piano di Biden non poteva mancare una voce sul rafforzamento della tanto discussa sanità americana. “Dobbiamo assicurarci che i nostri ospedali e il nostro sistema sanitario siano pronti per le riacutizzazioni della malattia che possono verificarsi quando ricomincerà l’attività economica”. Sul punto c’è pure un calcolo politico-elettorale. La riforma del sistema sanitario è stata infatti uno dei punti di forza di Bernie Sanders. L’avversario di Biden si è ritirato dalla corsa proprio la settimana scorsa, ma resta il detentore di un pacchetto di delegati che può determinare la linea del Partito democratico. Con il suo notevole pacchetto di voti, Sanders sarà determinante per sconfiggere Trump a novembre. Ecco perché, proprio giovedì scorso, Joe Biden ha rilanciato alcune proposte del programma del suo avversario: abbassare a 60 anni l’età per l’ammissione alla sanità pubblica – oggi il limite è di 65 – e ridurre (o abolire) i debiti degli studenti provenienti dalle famiglie più disagiate. È un esplicito appello all’ala progressista del partito. “Il senatore Sanders e i suoi sostenitori possono essere orgogliosi: il loro impegno è stato decisivo per dare basi a queste idee “, ha dichiarato Biden. Ma l’ex vicepresidente non si ferma qui. “Mi concentrerei come un laser sulle disparità razziali nei casi Covid-19”, ha scritto, ricordando così che l’epidemia non colpisce tutti allo stesso modo. Nelle classifiche dei morti e dei contagiati negli Stati Uniti, i soggetti più colpiti sono sempre i cittadini afroamericani e latini. Le condizioni economiche e sociali più critiche rendono questa parte della popolazione più fragile. Neri e ispanici hanno meno soldi per curarsi e questo significa patire malattie non curate e cronicità pregresse che, con l’aggiunta dell’infezione da coronavirus, diventano letali.

Il piano di Biden si conclude con una serie di proposte puntuali, settore per settore, per la riapertura delle imprese, sempre sulla base del principio di sicurezza. “Mentre ci prepariamo a riaprire l’America, dobbiamo ricordare cosa ci ha insegnato questa crisi: l’incapacità dell’amministrazione di pianificare, preparare, valutare onestamente e comunicare la minaccia alla nazione ha portato a risultati catastrofici. Non possiamo ripetere quegli errori”, scrive Biden sul New York Times. A guardarlo dall’Italia, il piano del candidato democratico ricorda tantissimo quello proposto per primo da Matteo Renzi. D’altra parte, lo stato confusionale di Donald Trump ha molto in comune con quello di Giuseppe Conte. Ecco perché il piano di Biden dice qualcosa anche al nostro paese. “Un piano efficace per sconfiggere il virus è la risposta definitiva alle domande sulla ripresa della nostra economia. Dovremmo smettere di pensare alle risposte sanitarie ed economiche come separate. Non lo sono”. Nel tempo dell’incompetenza al potere, sembra davvero un manuale pratico del buon governo.

 

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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