Resa dei conti dopo l'attacco al Campidoglio. Il mondo economico contro Trump e i repubblicani | Fondazione PER
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Resa dei conti dopo l’attacco al Campidoglio. Il mondo economico contro Trump e i repubblicani

di Vittorio Ferla

 

L’assalto di Capitol Hill è stato l’ultimo e più grave sfregio inferto alle istituzioni americane da parte di Donald Trump. È l’opinione diffusa pure nel mondo economico. Che ha ormai deciso di rompere i ponti con l’ormai ex presidente. Ma c’è di più. I disordini di Washington rappresentano anche lo strappo decisivo nel rapporto tra il mondo del business e il Grand Old Party. Con un valore retroattivo, visto che le imprese americane stanno chiudendo i rubinetti del finanziamento a quei rappresentanti e senatori repubblicani che hanno sostenuto la tesi complottista del ‘voto rubato’.

Fino all’inizio dell’anno scorso il patto di Trump con il mondo degli affari ha funzionato: le aziende americane hanno per lo più tollerato le mattane di Trump in cambio di tagli alle tasse e revisioni normative favorevoli alle imprese. Poi però sono arrivati i passi falsi: la sottovalutazione della pandemia, lo stile autoritario contro Black Lives Matter, fino alla farsa del ‘voto rubato’ e alle pressioni sul segretario di stato della Georgia per ribaltare i risultati delle elezioni. L’insurrezione di Washington ha fatto traboccare il vaso. La prima a chiedere l’immediata rimozione dall’incarico di Trump subito dopo i disordini da lui stesso istigati è stata la National Association of Manufacturers (Nam), che comprende proprio quelle società manifatturiere che avevano sposato il programma del “Make America Great Again”. L’associazione – che riunisce 14 mila aziende – accusa Trump di “sedizione”. Jay Timmons, il presidente, lo definisce “un pericolo evidente e presente per la nostra democrazia”. Così, le aziende che avevano coperto Trump più volte in passato – dagli scontri di Charlottesville ai bambini immigrati nelle gabbie lungo il confine meridionale degli Stati Uniti – oggi gli voltano le spalle: tra queste, molte imprese che hanno fatto affari direttamente con la famiglia Trump valutano i costi dell’essere associate a un’insurrezione storica e al presidente che l’ha aizzata.

Tutto è cambiato quando il vicepresidente Pence, nel febbraio del 2020, alla riunione del consiglio di amministrazione del gruppo manifatturiero, ha minimizzato la minaccia del coronavirus. Ostacolata all’inizio da una caotica risposta federale, la Nam ha lanciato una propria campagna pubblicitaria “Wear a Mask” (“indossa una maschera”) mentre Trump e altri repubblicani hanno continuato a negarne l’utilità. L’associazione ha anche condannato l’uccisione di George Floyd durante l’estate e, dopo le elezioni, ha invitato l’amministrazione Trump a collaborare con il team di transizione del presidente eletto Joe Biden. Ma le scene del Campidoglio hanno portato alla definitiva rottura. In una nota nella quale si chiedeva la rimozione di Trump, diffusa mentre la polizia cercava di sgomberare il Campidoglio, il presidente della Nam Jay Timmons ha dichiarato: “Il presidente uscente ha incitato alla violenza nel tentativo di mantenere il potere, e ogni leader eletto che lo difende viola il giuramento alla Costituzione e rifiuta la democrazia a favore dell’anarchia”. Anche Lloyd Blankfein, lex presidente e CEO di Goldman Sachs, la maggior banca daffari del pianeta, ha fatto autocritica, stigmatizzando la complicità di Wall Street con l’amministrazione Usa. Trump stava offrendo quello che volevamo così ci siamo messi una molletta sul naso. Non ignoravamo il tipo di rischi che stavamo correndo. Li abbiamo repressi, ha detto con sincerità Blankfein in unintervista al New York Times. Ma la stoccata più dura è un’altra: Pensiamo ai plutocrati della Germania dei primi anni 30 a cui piaceva il fatto che Hitler si stesse riarmando e industrializzando, spendendo soldi e facendoli uscire dalla recessione e guidando leconomia attraverso il suo stimolo alla spesa in materiale bellico. Non voglio andare troppo lontano con questo paragone, ma solo per mostrare cosa penso”.

Dichiarazioni critiche sono arrivate anche da altre società e associazioni di categoria: dalla Camera di Commercio degli Stati Uniti, fino ai capi dei colossi finanziari Citi e JPMorgan Chase. Ma le prime a voltare le spalle a Trump sono state proprio le aziende che gli forniscono servizi. Shopify, la società che gestisce gli shop online per la Trump Organization e la campagna Trump, ha chiuso entrambi i siti subito dopo l’assalto di Capitol Hill. Nel comunicato che spiega l’iniziativa si legge che la società “non tollera azioni che incitano alla violenza”. Dal sito oscurato Trump aveva incassato quasi un milione di dollari solo nel 2019. Jones Lang LaSalle, la società di servizi immobiliari ingaggiata dalla Trump Organization, ha comunicato che non fornirà più i propri servizi al tycoon. “Il nostro accordo con la Trump Organization per vendere il suo hotel a Washington DC è scaduto e non faremo più affari con loro”, ha detto il portavoce Jesse Tron in una nota.

Ma la ritorsione delle imprese americane ricade anche sui membri del Congresso che hanno sostenuto in queste settimane le false tesi di Trump sul ‘voto rubato’ e, di conseguenza, la delegittimazione del presidente neoeletto Joe Biden. Dopo l’assalto del 6 gennaio al Campidoglio, considerato anche dal mondo economico il santuario della democrazia americana, le grandi società hanno sospeso i loro contributi ai Pac, i comitati di azione politica che la legge americana istituisce per rendere trasparenti i finanziamenti ai partiti nel corso delle campagne elettorali. L’interruzione delle donazioni riguarda i 147 legislatori repubblicani – otto senatori e 139 rappresentanti della Camera – che, sostenendo le bugie di Donald Trump, hanno contestato il conteggio dei risultati delle elezioni presidenziali. Tra i più noti ci sono il deputato del Texas Ted Cruz e il senatore del Missouri Josh Hawley.

Il report di Public Citizen, un’organizzazione no profit per la tutela dei consumatori, ha calcolato che, a partire dal dal ciclo elettorale del 2016, i Pac hanno versato ai 147 parlamentari che hanno contestato i voti elettorali pro-Biden l’incredibile cifra di 170 milioni di dollari. Secondo il report, negli ultimi tre cicli elettorali, 19 di questi PAC hanno donato almeno 1 milione di dollari a ciascuno dei rappresentanti coinvolti da Trump nella campagna di delegittimazione del voto. Inoltre, 46 di questi Pac hanno sostenuto almeno il 50% dei membri del Congresso che hanno votato per eliminare almeno una parte dei risultati delle elezioni del 2020. Tra i maggiori contributori ci sono tutte le associazioni di categoria: la National Association of Realtors, l’American Bankers Association, la National Automobile Dealers Association e la National Beer Wholesalers Association. L’American Bankers Association, che ha contribuito con più di 2 milioni di dollari a 120 dei 147 oppositori, ha dichiarato che l’insurrezione ha segnato “un giorno buio per la nostra democrazia”. Goldman Sachs, Citigroup, Morgan Stanley e JP Morgan hanno annunciato che avrebbero sospeso tutte le loro donazioni politiche. Marriott, BlueCross BlueShield e Commerce Bank hanno annunciato al sito indipendente Popular Information la sospensione dei contributi a tutti i 147 legislatori pro-Trump. In totale, si possono contare ad oggi 20 grandi società che hanno bloccato le donazioni ai legislatori che non hanno riconosciuto la legittimità dell’elezione di Biden. Tra queste ci sono, per esempio, WalMart, Amazon, Airbnb, American Express, Nike, MasterCard. Altre 26 grandi aziende hanno sospeso tutte le donazioni politiche. Tra queste ci sono CocaCola, Facebook, Google, Goldman Sachs, Ernst & Young, Deloitte.

“Queste corporation stanno facendo qualcosa di inedito che potrebbe potenzialmente alienargli una base importante di consenso”, spiega Craig Holman, lobbista di Public Citizen presso il governo. Ciò nonostante, Public Citizen resta vigile e critica. Si legge infatti nel report: “Queste società vanno apprezzate per aver reagito sulla scia dell’insurrezione, ma vanno criticate per aver atteso così a lungo. Inoltre, se le azioni si riveleranno temporanee non saranno altro che una finzione per salvare la propria immagine. Rinviare i contributi di alcuni mesi non è una sanzione sufficiente”. Intanto però, una conseguenza sembra certa: dopo l’enorme crollo di credibilità, sancito dal ritiro degli investitori, il partito repubblicano sarà costretto a una lacerante resa dei conti interna. E Trump potrebbe diventare uno scomodo peso di cui liberarsi presto.

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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