Il riarmo della Polonia cambia l'equilibrio della difesa europea - Fondazione PER
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Il riarmo della Polonia cambia l’equilibrio della difesa europea

di Diodato Pirone

 

In Europa si aggira una nuova superpotenza militare: la Polonia. Anzi no. A ben vedere le nuove superpotenze attive nel Vecchio continente sono due: Polonia e Sud Corea. E questo perché, con una serie di mosse tanto veloci quanto pantagrueliche, Varsavia sta stringendo una alleanza politica e industriale con Seul che avrà ripercussioni enormi nel Vecchio Continente sia sul piano geopolitico che su quello industriale. Varsavia e Seul infatti, con la benevolenza di Washington, stanno lavorando a obiettivi che non sono strettamente militari perché puntano a sedersi in prima fila nel mercato europeo della Difesa che nei prossimi anni sarà fra i più vivaci del mondo e a ritagliarsi un proprio spazio d’azione nello spazio Occidentale. In ogni caso dall’Est Europa arriva un segnale forte col quale bisognerà fare i conti perché l’imponente riarmo polacco non è classificabile come un riarmo “classico” e in ogni caso non è indirizzato solo a Est, al contenimento o allo sfaldamento della Russia di Vladimir Putin,  ma soprattutto alla Germania e in definitiva a Bruxelles poiché potrebbe rimettere in discussione gli equilibri Ue fra paesi dell’Europa occidentale e orientale e quelli fra Ue e Usa.

 

Ma procediamo con ordine. Per ricavare la portata del progetto di Varsavia è importante sottolinearne l’incredibile tempistica: la Polonia, dopo aver ordinato agli Usa nell’estate 2022 ben 250 carri armati Abrams da 68 tonnellate, ne ha comprati altri 180 (modello k2) alla Corea del Sud da ricevere in appena tre anni e 800 (del tipo K2PL) da assemblare presso gli stabilimenti militari polacchi di Katowice, non troppo lontano dal confine con l’Ucraina. La spettacolarità della mossa di Varsavia non sta solo nell’enorme portata dei due ordini (quasi 5 miliardi di dollari solo per quello americano, quasi 9 miliardi per quello coreano per un numero totale di carri superiore a quelli sommati di Francia, Germania e Italia) ma soprattutto nella velocità dell’accordo con Seul. Gli esperti militari polacchi, anche se erano in contatto con i coreani fin dal 2020, hanno testato sul loro terreno i K2 di Seul solo per un mese prima di firmare il maxi-accordo. Si tratta di un lasso di tempo eccezionalmente breve e del tutto inadeguato per registrare pregi e difetti di uno strumento, come il K2, progettato per operare sul terreno montuoso della penisola coreana assai diverso dalle distese pianeggianti polacche (e dell’Est Europa). Basti ricordare che l’esercito norvegese sta effettuando test da oltre un anno sullo stesso tipo di sistema d’arma coreano e non ha ancora deliberato nulla. E non è finita qui. I polacchi hanno ordinato a Seul anche 648 cannoni semoventi K9, 300 lanciamissili K239 (oltre a 200 Himars americani), 48 aerei da caccia FA-50 e un’infinità di armamenti “minori” accordandosi per la produzione in casa di buona parte dei pezzi. A margine della valanga di ordini bellici meritano una segnalazione anche l’acquisto di 32 potenti caccia F35 dagli Usa e, per i riflessi sull’Italia, quello di 32 elicotteri multiruolo AW149 (valore 1,8 miliardi di euro) che saranno costruiti nello stabilimento Leonardo di Swidnik, a due passi da Lublino.

 

Ma che cosa ha scatenato il fulmine che ha colpito Varsavia sulla strada di Seul? La risposta è semplice: l’interesse comune. Primo: la Polonia ha innanzitutto l’esigenza di riarmarsi in fretta ma le aziende del settore europee e americane non sono in grado di aumentare in breve tempo la produzione d’armi al contrario delle tre grandi compagnie coreane della difesa (Hanwha, Kay e Hyundai Rotem). Inoltre, l’agguerritissimo esercito sud-coreano sta già assicurando il trasferimento nei porti polacchi di significative porzioni delle proprie artiglierie rispondendo al desiderio di elevare subito il livello di sicurezza del Paese espresso dal governo iper-conservatore polacco guidato dal premier Jaroslaw Kaczynski. Secondo: Varsavia vuole acquisire non solo armi ma tecnologie produttive per ammodernare e rendere competitiva la propria industria della Difesa senza più dipendere da quella tedesca o da quella Usa. E  Seul, al contrario di Washington e Berlino, non pone limiti al proprio export perché la stretta collaborazione con i polacchi spiana la strada ai propri prodotti in molti paesi europei e del Medio Oriente e ne riduce i costi grazie alle economie di scala. Terzo: Varsavia e Seul acquistano considerazione a Washington che apprezza il loro attivismo militare. Le strategie geopolitiche ed economiche dei due paesi finiscono così per coincidere e per essere cementate da una buona dose di assertività che li caratterizza entrambi.

 

Varsavia, del resto, si muove su un orizzonte di medio termine molto ambizioso che prevede l’innalzamento della spesa militare al 3% del Pil (che sfiora i 700 miliardi di dollari) e il raddoppio degli effettivi dell’esercito a 300.000 unità con la rapida costituzione di tre nuove divisioni perfettamente operative da schierare nell’Est del Paese. Di recente, il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha annunciato che Varsavia aumenterà la sua spesa per la difesa al 4% del Pil, alla luce della guerra in corso nella vicina Ucraina. Lo sforzo è così imponente che molti osservatori lo reputano eccessivo per un Paese che, pur avendo raddoppiato il Pil negli ultimi 20 anni, dichiara un reddito pro-capite di poco superiore alla metà di quello italiano mentre una percentuale ancora alta della propria economia resta legata ad una agricoltura non sempre ad alto valore aggiunto (sorprendentemente la Polonia è il primo produttore europeo di mele e il secondo di segale).

 

E tuttavia sarebbe sbagliato sottovalutare le mosse di questo Paese di circa 40 milioni di abitanti. Come in tutto l’Est Europeo a Varsavia si respira un solidissimo sentimento nazionale, irrobustito anche dalle vicende storiche che hanno visto il Paese soccombere più volte all’imperialismo russo e a quello tedesco. Ma c’è stato un tempo (dalla metà del 1500 ai primi anni del 1700) durante il quale anche i polacchi hanno avuto un loro impero, articolato socialmente su una aristocrazia colta che ebbe un proprio rinascimento (vedi la bellezza di Cracovia), che fu numericamente molto diffusa come in nessun altro Paese europeo (nel 1600 i nobili erano il 10% della popolazione) e che trovò la via della propria espansione proprio nella sconfinata steppa ucraina. Paradossalmente buona parte del nazionalismo ucraino, che ha avuto una venatura di lotta di classe, si è costruito proprio contro i suoi grandi alleati di oggi: i polacchi e la loro aristocratica élite di proprietari terrieri.

 

Ma oggi non è difficile intravedere nella strettissima collaborazione fra Polonia e Ucraina, nata dall’invasione russa di un anno fa, la formazione di una sorta di confederazione con una “massa critica” di 80 milioni di abitanti con alta istruzione, uniti da una forte cultura nazionale fortificata dall’aggressività coloniale e razzista di Mosca e pienamente inserita nei circuiti internazionali militari ed economici a guida americana più che europea. Inevitabile ricercarne le radici storiche. Negli anni ’20 dello scorso secolo, quando la Polonia rinacque alla fine della prima guerra mondiale che aveva spazzato via gli imperi di Russia, Germania e Austria-Ungheria, il maresciallo Josef Pilsudsky che guidò il Paese fino al 1935 assieme al fidato ministro degli esteri Josef Beck, operò per la creazione di quella che chiamava Terza Europa o Progetto Intermarium ovvero per la nascita di una alleanza fra gli stati compresi fra tre mari: Baltico, Nero e Adriatico. Il progetto aveva un marcato connotato anti-russo ma con una forte dose di diffidenza verso Berlino. L’asse Varsavia-Kyiv, involontariamente battezzato da Vladimir Putin con l’invasione del 24 febbraio 2022, è forse quanto di più vicino al progetto di Terza Europa si sia mai visto.

 

Reggerà quest’asse nel dopoguerra? E’ ovviamente prematuro rispondere, ma nella prudenza mostrata dalla Germania sull’invio di armi a Kyiv non è azzardato leggere una dose di circospezione verso la presenza di un vicino geopolitico molto più forte di quanto sia stato in passato, molto sostenuto dagli Stati Uniti e in piena attività per dare vita a un polo industriale concorrente e solido. E c’è da scommettere che qualche domanda sul futuro profilo politico, economico e di influenza culturale dell’intera area europea al confine con la Russia stia nascendo anche a Bruxelles e in molte cancellerie europee.

Diodato Pirone
pirone@per.it

Laureato in Storia Contemporanea, giornalista professionista, lunga carriera al «Messaggero». Ha un profilo professionale multitasking, si occupa soprattutto di economia e di politica. Segue l’evoluzione dei grandi sistemi industriali, a partire dalla Fiat, e si è occupato di temi popolari come le riforme delle pensioni, strettamente collegate al declino demografico. Ha scritto per la rivista «Il Mulino» un saggio su Sergio Marchionne e due libri, "Fabbrica Futuro" e "L’Italia degli scioperi". Il suo ultimo libro, scritto con Luca Cifoni, è "La trappola delle culle", edito da Rubbettino.

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