Risorse sì, ma in cambio dei diritti. Polonia e Ungheria alla prova del Recovery Fund | Fondazione PER
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Risorse sì, ma in cambio dei diritti. Polonia e Ungheria alla prova del Recovery Fund

di Rosario Sapienza

 

La notizia è che, dopo che gli ambasciatori di Polonia e Ungheria avevano annunziato nel COREPER (il Comitato dei Rappresentanti Permanenti) dell’Unione europea il voto contrario dei loro Paesi sul progetto di Bilancio pluriennale dell’Unione Europea e del Recovery Plan, questo voto contrario è stato confermato anche in occasione della videoconferenza del Consiglio. Per questo si parla sui giornali di un “veto”.

In verità il “veto” riguarda l’aumento del “tetto delle risorse proprie” degli Stati membri, passaggio previo all’attuazione del  piano “Next Generation EU”, e da approvarsi all’unanimità, mentre non tocca l’iter del testo di compromesso fra Parlamento europeo e Consiglio Ue, per il quale non è prevista l’unanimità, e che dunque passerà a maggioranza qualificata (ai sensi del Capo I del Titolo VIII del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea), secondo quello che appare probabile al momento.

L’aumento del tetto delle risorse proprie degli Stati membri (da approvarsi all’unanimità) è però necessario per reperire i finanziamenti da utilizzare per avviare il Next Generation EU ed anche per approvare (anche qui all’unanimità tra l’altro) il Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 e dunque qui sta l’effetto di “veto”.

A dire il vero non sarebbe nemmeno una notizia, dato che la posizione assunta era stata più volte anticipata. Come pure chiara a sufficienza è la motivazione: i due Stati non sono disposti ad accettare la norma, voluta dal Parlamento europeo, che prevede che l’erogazione dei fondi del Recovery Plan potrebbe essere congelata in caso di violazioni dei principi dello Stato di diritto, enunciati insieme ad altri principi quali valori fondanti dell’Unione europea fin dall’articolo 2 del Trattato che istituisce l’Unione europea (TUE).

Qualche parola di commento l’accaduto la merita però comunque. Cercheremo di comprendere meglio le complessive implicazioni di questa presa di posizione e di anticipare, per quanto possibile al momento, le probabili soluzioni di quello che indubbiamente si caratterizza come uno stallo sulla via, già di per sé ardua e accidentata, che conduce all’operatività piena del Recovery Plan e dunque alla disponibilità dei suoi finanziamenti di cui tutti gli Stati membri (incluse Polonia e Ungheria, non dimentichiamolo) hanno davvero bisogno.    

Tanto per cominciare, chiariamo come c’entra il discorso sullo Stato di diritto con la questione della disponibilità dei finanziamenti. C’entra perché, coerentemente con una posizione non da ora assunta, il Parlamento europeo ha ottenuto un consenso di massima dagli altri Stati sul fatto che Stati irrispettosi dei principi dello Stato di diritto potrebbero vedersi congelati i finanziamenti. E Polonia e Ungheria hanno notoriamente adottato riforme interne che certo non possono considerarsi in linea con i principi dello Stato di diritto: riforme che attentano alla indipendenza dei giudici, ad esempio, o alla libertà d’espressione dei giornalisti.

Ora, e non da ora, l’Unione europea affida al rispetto dello Stato di diritto e dei diritti umani e degli altri valori enunciati all’articolo 2 del Trattato sull’Unione la propria strategia di evoluzione che dovrebbe (il condizionale è comunque d’obbligo) portarla ad essere sempre più una organizzazione che si regge sulla garanzia di valori comuni e non un semplice mercato unico.

E come lo fa? Lo fa con la strategia della condizionalità, ossia subordinando la concessione di utilità e finanziamenti al rispetto di certi valori e principi. Come del resto avviene in diversi altri settori di attività.

Come si vede, quindi, quello che è in gioco in questo braccio di ferro è il futuro stesso dell’Unione e non solo la pur fondamentale problematica finanziaria.

Polonia e Ungheria la pensano infatti diversamente. Pensano che non sia una buona idea quella di imporre agli Stati membri regole e principi che li inducano ad adottare questo o quel regime interno, e questa è l’essenza di quello che oggi si chiama sovranismo, ed inoltre sanno benissimo di avere un assetto costituzionale interno che, anche a motivo di alcune recenti riforme (in materia di indipendenza della magistratura e di garanzia dei diritti fondamentali), oggi impedirebbe loro addirittura di divenire membri dell’Unione (se già non lo fossero) dato che l’articolo 49 del TUE prevede che “Ogni Stato europeo che rispetti i valori di cui all’articolo 2 e si impegni a promuoverli può domandare di diventare membro dell’Unione” e comunque, dato che invece sono membri, li esporrebbe alla ennesima procedura sanzionatoria di cui all’articolo 7 che si origina appunto dalla constatazione anche solo di “un evidente rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro dei valori di cui all’articolo 2”.

In verità sembra difficile che si giunga a tanto, come appare improbabile l’ipotesi (avanzata anche da Guy Verhofstadt) che si possa scegliere di trasformare il Next Generation EU in uno strumento di cooperazione rafforzata (articolo 326 del TFUE) tra gli Stati membri che vogliono procedere comunque.

Si è anche parlato di procedere al di fuori dello schema dell’Unione, dando vita a una struttura esterna, un po’ come per il Meccanismo europeo di Stabilità (MES). Ma ciò significherebbe gravare i singoli Stati di un ulteriore indebitamento ciascuno a titolo individuale, cosa di per sé problematica, e farebbe poi sfumare la prospettiva di una strategia di indebitamento autenticamente europea.

Quel che è accaduto è che Charles Michel, Presidente del Consiglio, ha dichiarato che i negoziati proseguiranno (con ritardi sulla operatività del Recovery Plan), conformemente del resto a una prassi ormai usuale nell’Unione.

Cosa che probabilmente poi è il vero obiettivo dei due Stati recalcitranti (che potrebbero cercare di lucrare qualche altro vantaggio). E, tra l’altro, appare   consona all’habitus negoziale della signora Merkel, avvezza a spingere le trattative fino al massimo possibile. Tanto che in Germania è diventato di uso comune, almeno tra i giovani, il neologismo merkeln col significato di temporeggiare senza decidere.

Una strada, comunque, in salita e quanto ripida lo vedremo nei prossimi giorni.

Rosario Sapienza
Rosario Sapienza
sapienza@per.it

Direttore di Autonomie e Libertà in Europa, contenitore di iniziative e ricerche sulla protezione dei diritti umani nei diversi territori europei. Professore ordinario di diritto internazionale nell’Università di Catania, ha dedicato particolare attenzione alle politiche di riequilibrio territoriale dell’Unione europea, collaborando con la SVIMEZ. E’ vicepresidente di Coesione & Diritto, associazione per la tutela dei diritti umani sul territorio. Autore del blog Lettere da Strasburgo sul magazine online www.aggiornamentisociali.it.

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