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Se Bloomberg si mette al servizio di Biden

di Vittorio Ferla

 

In cinque giorni il panorama delle primarie democratiche americane è cambiato radicalmente. In pista restano solo due nomi: Bernie Sanders, il socialista indipendente, e Joe Biden, l’ex vicepresidente di Barack Obama. Sabato scorso, l’affermazione di Biden in South Carolina ha messo fine alla corsa di Pete Buttigieg e di Amy Kobluchar. Il 3 marzo, grazie al sostegno del partito democratico riorganizzatosi intorno a lui, Biden ha vinto il Super Tuesday. Subito dopo si sono ritirati Michael Bloomberg ed Elizabeth Warren.

Bloomberg è entrato in gara a fine novembre, nel momento in cui Elizabeth Warren era in ascesa, Sanders minacciava la rivoluzione socialista, Biden appariva scialbo ai limiti dell’inconsistenza, gli altri candidati centristi non sembravano competitivi. Il suo obiettivo era battere Trump. E nessuno dei candidati in gara sembrava in grado di farlo. La sua era una candidatura ‘di servizio’, insomma. E pertanto non programmata. “Per questo motivo – spiega Perry Bacon di Fivethirtyeight – Bloomberg ha saltato le prime quattro gare sperando che il suo enorme vantaggio di spesa e di pubblicità lo avrebbe messo nelle condizioni di accumulare delegati nel ​​Super Martedì. All’inizio la sua strategia sembrava funzionare”. Tant’è vero che, nei dibattiti televisivi, gli altri candidati, ma soprattutto Warren e Sanders, lo hanno martellato duramente. “Ma la vera fine della candidatura dell’ex sindaco – continua Bacon – è arrivata quando Biden ha vinto in modo schiacciante nella Carolina del Sud, ha raccolto il sostegno della gran parte dei rappresentanti del suo partito e poi ha vinto il Super Tuesday. A quel punto, l’ala centrale dei Democrats non aveva più bisogno di un sostituto di Biden: perché aveva di nuovo Biden, il candidato democratico più probabile. Così la corsa di Bloomberg non ha più senso”.

Le primarie hanno dimostrato quello che già sapevamo. Non bastano i soldi per vincere le campagne elettorali. Così come non bastano gli spot, i meme sui social media e le fake news. Soprattutto in un paese di antica democrazia come gli Stati Uniti, dove l’abitudine a confrontarsi con il peso della ricchezza è consolidata e dove è alta la vigilanza sui rischi di commistione tra potere politico e potere economico. Molti in Italia, con un certo provincialismo, hanno salutato con soddisfazione la sconfitta del plutocrate. Ma per fare politica servono soldi: gli americani lo sanno bene e per questo si sono dotati di una normativa dettagliata sul finanziamento delle campagne elettorali. Una normativa che è liberale, perché consente le donazioni da parte dei privati (no, in America i giudici non fanno perquisizioni nelle case di chi contribuisce in modo trasparente alle fondazioni politiche, come succede in Italia). Ma, allo stesso tempo, molto rigida sul piano della trasparenza.

Possiamo dire quindi che gli oltre 400 milioni di dollari spesi da Bloomberg in pubblicità – un record nella storia delle campagne presidenziali – siano semplicemente andati in fumo? Probabilmente no. Bloomberg ha posto un grande tema politico – trovare il candidato giusto per competere con Donald Trump – e ha vinto in un altro modo.

Ora ‘Mini Mike’ – così lo apostrofa l’odiato Trump – può tornare al suo ruolo più consono: usare i suoi miliardi per raggiungere l’obiettivo politico. “Il nostro obiettivo prioritario è la vittoria a novembre”, ha affermato Bloomberg nel momento del suo ritiro. “Non sarò il candidato del nostro partito – ha ammesso – ma non abbandonerò la più importante lotta politica della mia vita”.

Con la sua campagna, il tycoon ha assunto un esercito di persone in numerosi stati, garantendo un lavoro fino a novembre. Cioè fino alla fine della campagna presidenziale. Un segnale preciso, anche se, ad oggi, non è ancora chiaro se e come possa essere effettivamente utilizzata questa macchina poderosa. “Gli avvocati di Bloomberg stanno valutando il modo migliore per convertire le risorse della sua campagna politica in un aiuto ad altri democratici nel rispetto della legge”, avvertono Jonathan Martin e Alexander Burns del New York Times. “I candidati benestanti come lui sono autorizzati, infatti, a spendere somme illimitate di denaro per le proprie campagne – continuano – ma la dimensione delle contribuzioni agli altri candidati è sottoposta a limiti rigorosi. In sostanza, Bloomberg non può semplicemente continuare a pagare il personale della sua campagna facendolo lavorare per conto di Biden”.

Intanto i rumors dallo staff di Bloomberg dicono che la campagna sosterrà Biden, ormai candidato unico, in almeno cinque swing states (cinque stati dove il risultato è in bilico) come Michigan, Pennsylvania, Wisconsin, Florida e Carolina del Nord oltre che nel campo di battaglia emergente che è l’Arizona, dove bisogna fronteggiare il consenso di Sanders tra i latinos. C’è chi teme, però, che un intervento esplicito contro Sanders da parte di uno degli uomini più ricchi del pianeta possa perfino rivelarsi controproducente per l’immagine di Biden, specie adesso che sembra tornato sulla cresta dell’onda del consenso. Bloomberg ha ancora in magazzino un vero e proprio arsenale di materiale pubblicitario negativo contro Sanders. Chissà se lo userà.

 

 

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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