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Se i diritti umani prevalgono sull’economia: l’Europa sospende gli accordi con la Cina

di Vittorio Ferla

Il lavoro per l’approvazione in Parlamento e la ratifica del “Comprehensive Agreement on Investment” (Cai), ovvero l’accordo economico tra Unione Europea e Cina concluso nel dicembre dell’anno scorso è stato sospeso. Lo ha annunciato la settimana scorsa il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis. “Con le sanzioni dell’Ue contro la Cina e le contro-sanzioni cinesi, anche contro membri del Parlamento europeo, il clima non è favorevole alla ratifica dell’accordo”, spiega Dombrovskis. Secondo il think tank europeo Bruegel, l’accordo economico tra Ue e Cina è positivo perché “include nuove regole su sussidi, imprese statali, trasferimento di tecnologia e trasparenza, che miglioreranno l’accesso effettivo al mercato per le imprese dell’Ue che operano in Cina”.

Le nuove regole bilaterali avrebbero potuto aprire la strada alla riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio, “con l’obiettivo di una migliore integrazione della Cina nel sistema internazionale del commercio e dell’investimento”. Dal punto di vista economico, quindi, il Cai era un accordo utile per i paesi europei. Tuttavia, le condizioni sulla tutela dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori imposte alla Cina non sono al livello di altri precedenti accordi commerciali con l’UE.

Sulla questione interviene in qualche modo la commissaria alla concorrenza, Margarethe Vestager. La sua recente proposta per la tutela delle aziende europee impedirà acquisizioni da parte di aziende sostenute dai sussidi di governi stranieri. Denuncia Vestager: “Abbiamo assistito ad acquisizioni fortemente sospette e procedure di appalto in cui aziende che devono stare in piedi con le proprie gambe e sostenere il loro business sono state danneggiate da aziende che ottengono sussidi da governi stranieri”.

In sostanza, l’Unione reagisce di fronte al rischio che la Cina acquisisca posizioni di vantaggio nel mercato interno europeo. Completa il quadro l’iniziativa del commissario all’Industria Thierry Breton, pronto ad avviare una strategia per il raddoppio della produzione di semiconduttori in Europa entro il 2030. Nello scenario della competizione economica e tecnologica tra Stati Uniti e Cina – dove la produzione di chip è centrale – l’Europa vuole rendersi sempre più autonoma dalla fornitura di paesi esteri. Un processo che qualcuno denomina “deglobalizzazione”. Come ricorda il think tank Bruegel, “gran parte delle acquisizioni cinesi in Europa dal 2018 si sono verificate nel settore industriale e, in misura minore, in quello dei semiconduttori”.

Un fatto che trova sempre più oppositori in Europa. “Finalmente la Commissione riconosce che il principio di concorrenza che ispira il mercato unico deve valere anche per le imprese estere che intendono operare nell’Unione”, spiega Alessia Amighini dell’Istituto per gli studi di politica internazionale. “Questo va a tutela sia delle imprese che dei consumatori europei: le prime devono essere tutelate da concorrenza sleale e da acquisizioni da parti di grandi imprese, diventate mastodontiche con aiuti di stato, i secondi dalla presenza di situazioni di concentrazione”.

In pratica, l’accordo Cina-Ue è diventato anacronistico. Nasceva per migliorare l’accesso delle imprese europee nell’economia in più rapida crescita nel mondo. Ma con l’arrivo dell’amministrazione Biden, impegnata nella competizione strategica con la Cina, tutto si è fermato. E la ratifica da parte del Parlamento europeo appare sempre più improbabile nel momento in cui la Cina continua a violare i diritti umani nello Xinjang e applica sanzioni contro i membri del Parlamento europeo per aver manifestato delle critiche.

Così, mentre si chiude la porta di Pechino, si riapre quella di Nuova Delhi. Unione Europea e India sabato scorso hanno riaperto i negoziati per un accordo di libero scambio: erano fermi dal 2013.
Per Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, le due parti stanno aprendo un “nuovo capitolo”. In una dichiarazione congiunta l’Ue e l’India affermano: “Abbiamo deciso di riprendere i negoziati per un accordo commerciale equilibrato, ambizioso, globale e reciprocamente vantaggioso che risponda alle sfide attuali”. Basta ricordare che l’India è, in Asia, un concorrente diretta della Cina. Questa iniziativa e quelle firmate da Dombrovskis, Vestager e Breton spostano nettamente l’economia europea verso un rapporto privilegiato con l’America di Joe Biden.

Pubblicato su Il Riformista l’11/05/2021

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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