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Se la giustizia non funziona, l’economia italiana non cresce. Intervista a Carlo Cottarelli

di Vittorio Ferla

“Sappiamo per certo che la lentezza della nostra giustizia è uno dei tre grandi problemi, assieme a una burocrazia inefficiente e un’alta tassazione, che tengono lontani gli investimenti esteri dall’Italia”. Parola di Carlo Cottarelli, economista, direttore dell’Osservatorio Conti pubblici dell’Università Cattolica Sacro Cuore. Nei giorni scorsi, in veste di coordinatore di “Programma Italia”, Cottarelli ha presentato un pacchetto di proposte per la riforma della giustizia, nel tentativo di riportare l’Italia agli standard migliori dell’Unione europea.

 

Giustizia, burocrazia e tasse sono le voci che spaventano di più chi vuole investire nel nostro paese. Ci spiega perché?
Cominciamo con la burocrazia. Qui ci sono due questioni diverse. Da un lato, un eccesso di regole. Per esempio, le troppe procedure o i moduli da compilare. Le regole ci vogliono, ma quando sono troppe diventano soprattutto un problema. L’altra questione è quanto si muove rapidamente l’amministrazione pubblica, quanto è rapida nel rispondere alle richieste e nel fornire servizi. Per affrontare la prima serve la semplificazione. Per affrontare la seconda servono strumenti di gestione: quindi la definizione degli obiettivi, la misurazione dei risultati, la formazione dei dipendenti pubblici, la valutazione dell’azione amministrativa a partire dal parere degli utenti e, infine, il premio al merito. Al primo punto, la semplificazione, il Pnrr dedica un’attenzione sufficiente. Al secondo, la gestione e la valutazione, un po’ meno.

L’altro peso per l’economia italiana sono le tasse troppo alte…
Ovviamente le tasse sono necessarie, ma il livello di pressione fiscale nel nostro paese è più alto di quello della maggior parte dei paesi dell’Ue. Anche il cuneo fiscale, ovvero la tassazione del lavoro, è parecchio più alto di quello dell’Unione. Questo è uno svantaggio per la nostra economia. Ma se si vogliono ridurre le tasse bisogna anche ridurre le spese. E se vogliamo ridurre le aliquote bisogna ridurre l’evasione fiscale. Ma adesso che i tassi di interesse sono bassi nessuno parla più di spending review.

C’è poi la lentezza dei processi e, in generale, il malfunzionamento della macchina della giustizia. Come incide sull’economia nazionale?
La voce più dannosa è quella relativa alla lentezza della giustizia civile. Se un imprenditore straniero viene a investire in Italia può capitare che debba affrontare delle liti e rivolgersi alla giustizia per chiedere tutela. Ma se la controversia dura otto anni – questa è stata finora la media dei processi civili in Italia – quell’imprenditore non ritornerà più. La certezza del diritto è una base per lo svolgimento dei rapporti economici. E qui la giustizia svolge un ruolo importante.

E invece?
Invece in Italia facciamo fatica. Nel 2016 la durata media delle cause civili era di otto anni. Nel 2018 abbiamo registrato una riduzione a sette anni e quattro mesi. Nel 2019 abbiamo guadagnato ancora qualche mese. Ma è ancora troppo tempo se si pensa che in Germania la durata media di un processo è di due anni e quattro mesi. Poi c’è anche il capitolo della giustizia penale. Se questa funzionasse meglio ci permetterebbe di fare meno controlli ex ante sulle aziende, con le conseguenze che sappiamo sul piano dell’aumento di complessità delle procedure. Infine, c’è il capitolo della giustizia amministrativa i cui ritardi possono frenare gli investimenti pubblici. Anche in questo ambito abbiamo fatto qualche miglioramento ma è ancora insufficiente.

Nel frattempo, la fiducia nella giustizia italiana e nella magistratura è crollata. Come si risolvono questi problemi?
Proprio nei giorni scorsi un sondaggio dell’Ipsos apparso sul Corriere della Sera ci ha ricordato che dieci anni fa la fiducia degli italiani nella magistratura stava al 68% e che oggi è crollata al 39%. Le ragioni sono semplici: mancano una chiara separazione tra il ruolo del giudice e l’attività politica così come tra la carriera del procuratore e quella del giudice. Bisogna separare il giudizio dall’accusa. Con Programma Italia abbiamo proposto perfino di creare du Csm distinti per i due ruoli.

Quali altre proposte di riforma avete formulato?
Oltre alle modifiche relative al rito, in questa sede mi pare molto importante sottolineare la parte relativa alla gestione manageriale dei tribunali. Chi dirige un tribunale e dirige i giudizi deve essere valutato per la capacità di chiudere i processi nei tempi giusti. Servono quindi strumenti di formazione manageriale e di valutazione dei risultati. Bisogna poi dare più spazio alle procedure extragiudiziali che possono aiutare a ridurre il peso dei processi sulla macchina della giustizia.

C’è anche un tema di risorse?
Certamente sì. Bisogna chiarire però che, nel campo della giustizia, l’Italia investe la stessa quantità di risorse degli altri paesi europei. La differenza sta nel fatto che noi abbiamo meno magistrati degli altri paesi e che li paghiamo di più. Ovviamente non avrebbe senso abbassare gli stipendi attuali, ma dovremmo avvicinarci alla media europea aumentando il numero dei magistrati. Tutto sommato, l’aumento della spesa non sarebbe eccessivo.

Allarghiamo lo sguardo alla ripresa. Come valuta il Pnrr di Draghi? Quali i punti di forza e di debolezza?
La strategia complessiva del piano è giusta, a partire dalla considerazione che la crisi italiana è dovuta alla bassa crescita della produttività. Il piano pertanto insiste sull’aumento del capitale fisico e umano necessario per il lavoratore. Dunque, infrastrutture da una parte e formazione/istruzione dall’altra. Così è possibile rilanciare la produttività. Tuttavia, non sappiamo ancora tutto del piano. Il documento principale è costituito da più di 200 pagine che abbiamo letto. Poi però ci sono duemila pagine di schede ancora da verificare. Lì si capirà che cosa serve fare perché i soldi siano dati a una certa scadenza. L’altra perplessità riguarda l’implementazione delle misure. A giudicare da alcune dichiarazioni di questi giorni – alcuni auspicano l’elezione di Draghi a presidente della Repubblica all’inizio del prossimo anno – si va verso una durata breve di questo governo. Sarà pertanto necessario un forte sostegno al piano da parte dell’opinione pubblica. Ricordiamoci che questo governo agisce senza un preciso mandato elettorale e che pertanto non conosciamo ancora il grado di consenso degli italiani per queste politiche. Se alle prossime elezioni il consenso dovesse premiare qualche forza politica che ripropone misure simili a Quota 100 o al reddito di cittadinanza gli sforzi di oggi potrebbero essere vanificati.

Vede il rischio di una sovrabbondanza di intervento pubblico in una economia come quella italiana caratterizzata da spesa pubblica alta e inefficiente?
Il rischio c’è. Ma in questo momento dobbiamo aumentare il debito pubblico. Si deve fare più deficit e si pensa che ci sia più libertà nel farlo oggi rispetto a ieri. Si dice che serve per crescere, ma è difficile distinguere il debito buono da quello cattivo. All’inizio ti fanno crescere entrambi, ma quando i soldi saranno finiti si capirà se il debito accumulato sarà stato speso bene. Ma se sale l’inflazione e cambia la politica monetaria con l’aumento dei tassi di interesse per noi sarà un disastro.

Ci spieghi meglio…
Il problema per noi è l’aumento dei tassi di interesse reali. L’Italia ha un debito pubblico al 160% del Pil. L’aumento del debito è stato finanziato da acquisti di buoni del tesoro da parte della Banca centrale europea. Di conseguenza, finché il debito è gestito dalla Banca d’Italia nessun problema. Ma se aumenta l’inflazione Bce e Banca d’Italia potrebbero smettere di comprare titoli di stato e ridurne l’acquisizione per assorbire l’eccesso di liquidità. A quel punto il debito graverebbe sui mercati finanziari e l’Italia sarebbe più esposta.

Il Pnrr impiega le risorse del Next Generation EU, strumento voluto dall’Ue per fronteggiare la crisi. È l’inizio di una politica fiscale comune?
Per ora i paesi membri hanno raggiunto un accordo solo per un intervento straordinario. Non è ancora un “Hamilton Moment” dell’Europa (dal nome di Alexander Hamilton, che nel 1790 trasformò il debito accumulato dalle 13 colonie nella lotta per l’indipendenza dal Regno Unito in debito pubblico del nuovo stato federale, ponendo le basi per la nascita degli Stati Uniti, ndr), né tantomeno una mutualizzazione del debito passato. Piuttosto, si prendono a debito i soldi insieme e si decide come usarli. Io spero che sia la base per un bilancio europeo che ci consenta di concentrare a livello comunitario le politiche di tassazione e di spesa.

In conclusione, da che cosa dipenderà il successo del piano Draghi?
Come spiegavo prima, dipenderà tutto dal consenso e dalla volontà degli italiani.

Pubblicato su Il Riformista del 18/05/2021

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Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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