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Se vince Trump sono guai per tutti

di Vittorio Ferla

 

Disprezzo per la scienza e disprezzo per gli esperti che mettono in discussione la sua narrazione. I media americani stigmatizzano così il modo in cui Donald Trump gestisce gli interventi per fronteggiare la pandemia da Covid-19. Nell’ultimo briefing con la stampa il Presidente, messo alle strette dalla pioggia di critiche, non solo ha reagito malamente alle domande dei giornalisti ma ha perfino cercato di impedirle. Non basta l’opera silenziosa di Anthony Fauci, l’immunologo esperto di malattie infettive che fa il consulente per la Casa Bianca: la gestione di Trump appare finora fallimentare.

Ciò nonostante, secondo un sondaggio Gallup – ma lo stesso dicono altri enti demoscopici – il 49% degli americani approva il lavoro del presidente: è il livello più alto di consenso mai raggiunto nei sondaggi dell’istituto. Secondo Gallup, 6 americani su 10 approvano le scelte di Trump nella gestione della crisi. E perfino il 27% dei democratici lo apprezza.

“Tutto ciò non deve sorprendere”, spiega Chris Cillizza della Cnn. “La storia ci dice che il consenso intorno al presidente cresce quando il paese affronta delle gravi crisi. Era capitato anche a George W. Bush, dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Nei momenti di radicale pericolo anche gli oppositori ammorbidiscono la loro percezione negativa. Prevale la necessità che i nostri leader ci conducano fuori dalla crisi”.

Alla popolarità di Trump corrispondono però gravi rischi per l’America e per il mondo. La pandemia potrebbe travolgere il corretto funzionamento delle elezioni presidenziali. Molti osservatori preparano scenari apocalittici: rinvio delle elezioni al prossimo anno, aumento di controversie legali tra i contendenti e crisi del sistema costituzionale. Nel frattempo, nessuno parla più delle primarie democratiche. Con l’interruzione dei comizi, i candidati dem spariscono. Joe Biden si limita a mandare video malinconici dal suo scantinato. I prossimi mesi saranno dominati dal caos, soprattutto con riguardo alle operazioni di voto. In un’epoca di distanziamento sociale è difficile immaginare lunghe file di elettori e squadre di anziani vulnerabili ai seggi. Ci saranno rischi enormi anche per l’affluenza. Il voto postale può essere un’alternativa ma non è così semplice farlo in tutto il paese. In verità, nessuno sa come si vota legalmente durante un’epidemia. È possibile, per esempio, il rinvio delle elezioni in un quadro molto complesso, anche sul piano costituzionale? In America, questo potere non spetta al presidente ma al Congresso, che può approvare uno statuto modificando la data delle elezioni, ma non può annullarle del tutto. Inoltre la Costituzione dispone il termine di ‘scadenza’ del mandato presidenziale: 20 gennaio 2021. Per quella data il presidente dovrà comunque lasciare la carica, salvo rielezione. Ecco perché molti critici attendono con preoccupazione le sue prossime mosse. Di recente Trump ha affermato che “rinviare le elezioni non è una cosa molto positiva”. I democratici temono il cortocircuito: un Trump vittorioso sull’onda del disordine politico-istituzionale.

L’elezione del presidente degli Stati Uniti, inoltre, è un evento che riguarda tutto il mondo: negli ultimi cento anni ha sempre ridefinito lo schieramento delle forze sullo scacchiere geopolitico. L’America rischia di arrivare all’appuntamento stremata. Nei quattro anni di politica isolazionista di Trump gli Usa hanno abdicato nei fatti al loro ruolo di paese guida nelle relazioni internazionali. Per la prima volta subiscono una minaccia ‘interna’, sferrata da un nemico invisibile: un virus. I morti saranno decine di migliaia e il paese potrebbe trovare un nuovo motivo per ripiegarsi su se stesso. Nel frattempo, la Cina rovescia a proprio vantaggio la crisi, rilanciandosi come il paese di riferimento nella lotta al virus e negli aiuti internazionali ai paesi colpiti. Il 2020 potrebbe diventare l’anno in cui gli Usa cedono il passo al colosso asiatico. Ecco perché un secondo mandato di Trump potrebbe essere un guaio per l’America e per tutto l’occidente.

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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