Segnali positivi di cambiamento dal Medio Oriente? - Fondazione PER
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Segnali positivi di cambiamento dal Medio Oriente?

di Alessandro Maran

 

Tira davvero aria di cambiamento (positivo) in Medio Oriente? Di recente, il Medio Oriente ha registrato un’ondata di aperture diplomatiche che potrebbero segnalare che (dopo il ritiro degli Stati Uniti) la regione sta cambiando: gli accordi di Abramo appoggiati da Trump che hanno visto quattro stati arabi normalizzare le relazioni diplomatiche con Israele; l’entusiasmo della Turchia verso le monarchie (e gli investimenti) del Golfo come l’Arabia Saudita ed gli Emirati Arabi Uniti, con cui Ankara fino a poco tempo fa aveva rapporti gelidi; l’accordo di normalizzazione diplomatica (guidato dalla Cina) tra sauditi e iraniani di questa primavera.
Su Middle East Eye, Ali Bakir scrive che anche l’Egitto potrebbe essere pronto a sviluppare un rapporto migliore con l’Iran (👉 https://www.middleeasteye.net/…/egypt-iran-turn-page…), anche se, scrive Steven A, Cook, il paese è al verde, rovinato da Sisi (👉 https://foreignpolicy.com/…/egypt-economy-debt-imf…/).
“Probabilmente”, scrive Ian Dudgeon per il blog The Strategist dell’Australian Strategic Policy Institute, “c’è più ‘stabilità’ in Medio Oriente oggi che in qualsiasi altro momento dell’ultimo decennio, il che ha consentito questo cambiamento nelle priorità” (👉 https://www.aspistrategist.org.au/winds-of-positive…/). In un articolo sulla Cairo Review of Global Affairs, anche Albadr Alshateri sostiene che il pragmatismo, piuttosto che la rivalità, è diventato il nuovo paradigma per la politica regionale del Medio Oriente (👉 https://www.thecairoreview.com/…/from-cold-war-to…/).
In un articolo su Foreign Affairs, Joost Hilterman dubita tuttavia della serietà e della durata di questo cambiamento, scrivendo: “Molti dei fattori alla base dei conflitti della regione rimangono in gran parte irrisolti: il dibattito sul ruolo dell’Islam e degli islamisti nel governo; l’inimicizia di lunga data tra l’Iran e Israele e alcuni stati arabi; il conflitto israelo-palestinese, che è alle prese con nuove violenze in mezzo all’ascesa di un governo di estrema destra in Israele; e la debilitante mancanza di una governance efficace della regione, rafforzata da una riaffermazione in tutta la regione del governo autocratico, anche in Tunisia, il cui leader sta invertendo il progresso democratico post-2011. In realtà, la normalizzazione dei rapporti tra i vari governi potrebbe aver ulteriormente consolidato alcuni di questi problemi (…) Un drone Houthi che colpisce un centro commerciale di Abu Dhabi, un libanese che scavalca la recinzione di confine con Israele e attacca un autobus, le forze di sicurezza israeliane che uccidono giovani palestinesi all’interno della moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme e infiammano l’intero mondo musulmano, o l’Egitto che dichiara il default sul debito e deve tagliare i sussidi per il pane e il carburante: è fin troppo facile immaginare un evento che potrebbe rapidamente ribaltare l’attuale parvenza di stabilità regionale. E anche se la gente potrebbe non scendere di nuovo numerosa in piazza tanto presto, la pressione pubblica per una migliore governance continuerà ad acuirsi” (👉 https://www.foreignaffairs.com/…/middle-easts-makeover…).
Resta il fatto che, come rileva Kenneth M. Pollack dell’American Enterprise Institute su Foreign Policy, Teheran sembra aver cambiato notevolmente la sua strategia regionale, tendendo la mano ai rivali arabi. Oltre all’accordo mediato dalla Cina per normalizzare le relazioni diplomatiche con l’Arabia Saudita, l’Iran ha portato avanti un mix di legami diplomatici e commerciali più approfonditi con gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, l’Oman e l’Egitto, osserva Pollack. Qual è il loro significato? “Non possiamo mai esserne certi perché il processo decisionale iraniano è sempre opaco, ma l’Iran sembra improvvisamente aver scoperto che le carote possono essere utili strumenti di politica estera”, scrive Pollack, lasciando intendere che il paese cerca di mettere a frutto il ritiro degli Stati Uniti dalla regione, tagliando fuori America e Israele mentre corteggiano gli stati arabi. I bastoni sono ovviamente riservati ai due nemici: l’aggressività dell’Iran nei confronti degli Stati Uniti e di Israele, scrive Pollack, non è diminuita (👉 https://foreignpolicy.com/…/irans-grand-strategy-has…/).
Negli Stati Uniti, la discussione più recente sull’Iran si concentra sul suo programma nucleare o sul rilascio di cinque cittadini statunitensi dalla prigione. In un altro editoriale di Foreign Policy, Aaron David Miller, consigliere e analista di lunga data degli Stati Uniti per il Medio Oriente, scrive che non bisogna criticare “too forcefully” un accordo che scambia sanzioni e contanti congelati (da monitorare da parte di terzi) con i prigionieri. “Non ci sono buoni accordi con l’Iran”, scrive Miller, “solo cattivi e peggiori” ma tutto ciò che riduce le tensioni fa bene agli Stati Uniti (👉 https://foreignpolicy.com/…/iran-us-prisoner-swap-deal…/).
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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