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Serve una politica estera comune. E Draghi si mette alla guida della UE

di Vittorio Ferla

 

Il ritiro degli Usa dall’Afghanistan ha lasciato evidenti scottature sulla pelle delle cancellerie europee. L’abbandono di Kabul resta un’onta. Non solo per gli americani, ma anche per gli stati della Ue. La fuga di Joe Biden lascia scoperte le contraddizioni dell’Europa.

Dalla fine della Seconda Guerra mondiale gli europei hanno potuto godere dell’ombrello protettivo a stelle e strisce. Così riparati, hanno ricostruito le loro economie dalle macerie, hanno conosciuto uno sviluppo invidiabile per tutto il resto del mondo, hanno attrezzato sistemi universali di welfare che garantiscono la qualità della vita dei suoi abitanti. Agli Stati Uniti è rimasto il compito di fare le guerra nei posti più lontani e improbabili del mondo.

Ma l’estate del 2021 segna un punto di svolta. Dopo anni di tormento, gli Usa concludono che quella per l’Afghanistan non è la loro guerra. E che la minaccia della Cina è ben più urgente. Il cambio di strategia sulla scacchiera globale è stato rapido. Al precipitoso congedo dal paese dei talebani, è seguito l’accordo con l’Australia e il Regno Unito per la fornitura di sottomarini al governo di Canberra, per difendere l’Indo-Pacifico dalla minaccia di Pechino.

La sfida si sposta a Oriente. Un pezzo di Occidente – Usa, Uk e Australia – la raccoglie. L’altro Occidente – l’Europa – si ritrova nudo. Di questo hanno parlato i 27 paesi dell’Ue nella cena di lavoro dell’altroieri al castello di Brdo, in Slovenia, a margine del vertice sui Balcani occidentali.

Nella conferenza stampa di ieri, successiva ai colloqui, Mario Draghi ha sintetizzato gli esiti: serve una politica estera comune europea. E serve presto: “non abbiamo tempo”, ha detto il premier italiano. Secondo il quale il ritiro dall’Afghanistan e la sostituzione degli Usa alla Francia nel contratto di fornitura di sottomarini all’Australia dimostrano che la Nato “sembra meno interessata dal punto di vista geopolitico all’Europa e alle zone di interesse dell’Europa e ha spostato le aree di interesse ad altre parti del mondo. Se nasce una forza esterna alla Nato, rafforza entrambe”. Chiaro il riferimento alla necessità di un esercito comune europeo. Avverte però Draghi: “Se l’Europa non ha una politica estera comune è molto difficile che possa avere una difesa comune”. Per farlo ci sono due possibile opzioni: “ci si può arrivare all’interno dell’Ue o con alleanze tra vari Paesi dell’Ue”, spiega il capo di governo italiano. “Il primo modo di far questo è di gran lunga preferibile, perché manterremmo uno schema sovranazionale invece di uno schema di alleanze intergovernative”, precisa Draghi, chiedendo alla Commissione di studiare la questione e produrre uno schema per la prossima riunione.

Con questa iniziativa, il premier italiano cerca di liberare l’Unione dall’impasse, dopo una lunga lista di tentativi falliti. Basti ricordare, tra tutti, il voto contrario del Parlamento francese alla istituzione della Comunità europea della difesa (Ced) nel 1954. Negli anni seguenti la sicurezza della Ue è stato un affare degli Usa, nell’ambito della Nato. E pure l’istituzione della figura dell’Alto Rappresentante – una sorta di ministro degli esteri europeo – si è rivelata un sostanziale fiasco. Le differenti strategie dei singoli paesi membri, con la prevalenza dell’impostazione intergovernativa sullo schema sovranazionale unitario, hanno fatto il resto.

Il messaggio con il quale Draghi assume di fatto lo standing di leader principale del blocco europeo è chiaro: la soluzione intergovernativa non funziona più. Serve una autonomia strategica europea (copyright di Emmanuel Macron) fondata sulla politica estera comune. Nulla di strano che questa consapevolezza emerga con forza da chi ha contribuito da protagonista alla costruzione degli altri pilastri.

Da presidente della Bce, Draghi ha prima protetto e consolidato il pilastro della moneta unica. Poi, con la richiesta di maggiori investimenti europei, ha anticipato un abbozzo del pilastro della politica fiscale comune (che oggi si incarna nel Next Generation EU). Infine, da capo del governo italiano, getta le fondamenta dell’ultima colonna: la politica di difesa comune. Con il coraggio e la lungimiranza che altri leader europei – in testa Angela Merkel – non avevano mai mostrato. La fine del lungo regno della cancelliera tedesca potrebbe diventare il momento opportuno.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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