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Si fa presto a dire riformismo! Ripensiamolo con la lente della storia

di Alberto De Bernardi

 

I termini riforma e riformismo hanno  subito negli ultimi trent’anni una profonda perdita di significato per l’estrema dilatazione dei suoi usi politici da parte di tutti i soggetti che operano nella sfera pubblica: invocano riforme i conservatori, i populisti, la sinistra radicale, persino i reazionari  in una confuso bailamme di programmi e di narrazioni nel quale i due termini hanno smarrito il loro originario significato di strumento politico per raggiungere  l’emancipazione del lavoro e la giustizia sociale, il benessere collettivo e la valorizzazione della persona. 

 

Ritrovare il senso delle parole

Riforme e riformismo non sono sinonimi  di  cambiamento politico, ma appartengono alla tradizione politica del movimento operaio, non solo socialista, ma anche democratico-repubblicano e cattolico popolare. Al di fuori di questo scenario storico che colloca  i due termini all’interno del vasto campo delle culture politiche della sinistra, essi perdono il loro effettivo significato di una teoria e di un metodo politico che si propone  la trasformazione profonda degli equilibri sociali e di conseguenza  dello spazio politico perché il processo di emancipazione del lavoro, incidendo profondamente sulle dinamiche  dell’esclusione e dell’inclusione sociale e dei diritti collettivi altera profondamente i caratteri della legittimità politica e del potere.   

Non bisogna dimenticare che il termine  reformer fu coniato da Jeremy Bentham per designare quei movimenti che per realizzare il fine supremo della buona politica –   “il massimo di felicità per il maggior numero possibile di individui” – combinavano  il metodo del gradualismo dell’azione con il  radicalismo dei valori e dei fini. I principi benthamiani si incardinarono nei  movimenti per la riforma dell’ordinamento politico conservatore della Gran Bretagna e diedero vita al riformismo liberale e radicale del primo Ottocento,  che proclamava di perseguire il progresso umano non attraverso la sovversione repentina e violenta dello Stato e delle sue istituzioni politiche, come avevano postulato i rivoluzionari in Francia,  bensì per la via più lenta ma sicura di un costante miglioramento delle condizioni politiche e sociali, per garantire a tutti gli individui la piena partecipazione ai meccanismi decisionali del potere.

 

La critica revisionista

Ma è allo scoccare del XX secolo che i riformismo assume i tratti che ancora oggi in gran parte lo contraddistinguono.

“La socialdemocrazia deve trasformarsi da partito di rivoluzione sociale in partito democratico di riforme sociali. Bernstein ha appoggiato questa rivendicazione politica con tutta una batteria di “nuovi” argomenti e considerazioni abbastanza ben concatenata. Si nega la possibilità di dare un fondamento scientifico al socialismo e di provare che, dal punto di vista della concezione materialistica della storia, esso è necessario e inevitabile; si nega il fatto della miseria crescente, della proletarizzazione, dell‘inasprimento delle contraddizioni capitalistiche; si dichiara inconsistente il concetto stesso di “scopo finale” e si respinge categoricamente l‘idea della dittatura del proletariato; si nega l‘opposizione di principio tra liberalismo e socialismo; si nega la teoria della lotta di classe, che sarebbe inapplicabile in una società rigorosamente democratica, amministrata secondo la volontà della maggioranza, ecc.”

Queste parole sono scritte quasi nell’incipit di un opuscolo destinato a segnare profondamente la storia del movimento operaio e della cultura politica della sinistra in Europa.  Si tratta del Che fare? scritto nel 1901 dal uno dei dirigenti emergenti della socialdemocrazia russa,  Vladimir Il’ic Ul’janov, detto Lenin, interamente dedicato alla critica radicale del progetto di Eduard Bernstein, il dirigente della socialdemocrazia tedesca che due anni prima in un libro anch’esso destinato a passare alla storia –  I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia – aveva formulato una radicale critica del marxismo, sia dal punto di vista dell’analisi del capitalismo, sia dal punto di vista del progetto politico complessivo elaborato da Marx e da Engels,  imperniato sulla rivoluzione e sulla dittatura del proletariato.

Il riformismo come progetto politico e come ideale nasce in quel frangente e nasce come “revisionismo”, cioè  come ripensamento complessivo dell’intero impianto dottrinario che aveva guidato  la formazione dei partiti che avevano dato vita nel 1889 alla II Internazionale, intorno a quattro questioni cruciali: l’inevitabilità del socialismo per l’altrettanto inevitabile crollo del capitalismo, l’antagonismo tra socialismo e liberalismo, cioè tra eguaglianza e libertà, tra socialismo e democrazia, l’impoverimento  come destino delle classi lavoratrici, la polarizzazione sociale tra borghesia e proletariato come esito inevitabile dello sviluppo del capitalismo.

Da questa “revisione” dei “presupposti” del socialismo derivava il rifiuto della rivoluzione come “fine” ultimo e unico della mobilitazione politica della classe operaia, e la scelta delle riforme, cioè di continui interventi di miglioramento delle condizioni di vita delle masse lavoratrici sia sul piano materiale della redistribuzione della ricchezza sia su quello politico dei diritti civili e sociali,

Le riforme erano dunque uno strumento pienamente politico e non meramente sindacale perché erano animate da un obbiettivo etico,  da una concezione del mondo e della vita sociale, che non rinunciava né alla critica al capitalismo né soprattutto al “socialismo”, inteso però, non più come una meta palingenetica ma come esito dinamico di un processo costante di  evoluzione della società  in direzione del benessere collettivo.

La rivendicazione della “non scientificità” del socialismo e il suo essere un ideale politico piuttosto che un esito deterministico di una concezione universalistica della storia, non comportava la riduzione delle riforme a un mero strumento sindacale per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori, quanto piuttosto implicava una concezione del socialismo non come “meta”,  ma come processo costante di evoluzione della società in direzione del benessere collettivo in una stretta connessione tra eguaglianza e democrazia.

 

Due vie antagonistiche

Attorno a questo contrasto irriducibile si determina la frattura più profonda che abbia attraversato tutta la storia del socialismo, perché nel terribile crogiuolo della Grande Guerra la vittoria della  concezione rivoluzionaria del socialismo in Russia  avrebbe dato vita a un esperimento politico, che già immediatamente dopo la presa del Palazzo d’Inverno nel 1917 avrebbe manifestato la sua tragica deriva totalitaria, con la creazione di un regime del terrore, che rinnegava tutte le aspirazioni di democrazia e di libertà che fino ad allora avevano accompagnato l’affermazione del socialismo nel mondo: la dittatura del proletariato appariva già nel drammatico frangente della guerra civile uno stato di polizia sanguinario.

Mentre il comunismo, nel successivo cinquantennio non sarebbe mai più uscito dalla sua spirale autoritaria in qualunque latitudine si affermasse, anche se non smarrì la sua forza attrattiva – basti pensare all’infatuazione filomaoista dei giovani del ’68 – l’evoluzione del riformismo fu segnata dall’emergere di contrasti e conflitti tra le sue varie anime – “moderati” e “radicali”, “minimalisti” e “massimalisti”,  socialdemocratici e liberaldemocratici,  “filocomunisti” e “anticomunisti”-  alimentati da un lato dalla forza  del mito della rivoluzione su tutti i movimenti di lotta e di protesta novecenteschi,  e dall’altro per le ricorrenti difficoltà a “tosare” la pecora ben pasciuta del capitalismo, secondo la ben nota immagine di Olaf Palme, in una misura tale da essere riconosciuta e condivisa dai lavoratori.

Se il mito della rivoluzione non aveva bisogno di “prove” per fare proseliti, il riformismo invece era costretto a misurarsi costantemente con la capacità effettiva di produrre cambiamenti sociali, di “produrre” più eguaglianza nella libertà, cioè di essere in grado di domare le forze distruttive del capitalismo e di orientare le sue immense capacità di sviluppare le forze produttive ad una sempre più efficace redistribuzione dei redditi.

Per un secolo, tra i due “89” – quello della nascita della II Internazionale e quello della caduta del Muro e di Berlino, simbolo del collasso del comunismo – la storia politica del mondo intero è stata attraversata da questa polarizzazione tra riforme e rivoluzione, tra ortodossia e revisionismo che  costituisce uno dei caratteri costitutivi del XX secolo e che solo dopo un tortuoso itinerario si è risolta nella consacrazione del riformismo come unico metodo in grado di promuovere i diritti dei ceti più deboli e di garantire la massima dilatazione sociale della democrazia liberale. Solo la fine del comunismo e del socialismo reale fa scomparire dallo spazio pubblico l’idea della rivoluzione e lascia sul campo il riformismo come unica arma a disposizione delle classi lavoratrici per dare esiti concreti al loro protagonismo sociale.

 

Il riformismo e lo stato-nazione

Ma questo lungo itinerario,  nel quale il riformismo affina sia la sua visione della giustizia sociale, si libera di ogni visione “planista” e approfondisce  il suo rapporto con la democrazia,  sarebbe incomprensibile se non si mettesse in luce che è lo stato nazione lo spazio storico nel quale  avviene il confronto/scontro tra capitalismo e riformismo. La centralità dello stato e quindi del controllo delle sue leve di comando, dipese da ruolo del tutto nuovo che dalla fine dell’Ottocento che esso assunse nel governo dell’economia, sia come agente regolatore del mercato, sia come promotore di crescita attraverso la spesa pubblica. E all’interno di questo processo di integrazione sempre più stretta tra stato e mercato, tra potere politico e capitalismo che si aprono spazi crescenti per un’ampia gamma di politiche sociali che toccano il mercato del lavoro, la creazione dei salari e dei redditi differiti,  la salute pubblica, l’istruzione, ma anche per il riconoscimento del lavoro come attore collettivo pienamente legittimato nella vita civile.

Se escludiamo di stati autoritari dove l’inclusione del lavoro procedette dall’alto e le politiche sociali non avevano come fine la liberazione dell’uomo dalla soggezione di rapporti sociali oppressivi, ma esattamente il suo contrario, nelle democrazie liberali il peso crescente del lavoro organizzato in partiti, sindacati, cooperative e altre associazioni sociali contribuì a definire le forme del capitalismo nell’età del fordismo e del controllo statale delle forze di mercato, fino a generare una sorta di capitalismo statalmente organizzato che nell’età dell’oro della crescita economica novecentesca – tra il ’45 e il ‘75 –   produsse in Occidente il più elevato sviluppo delle forze produttive e il più alto grado di giustizia sociale.

Il fondamento di questo “compromesso” tra lavoro e capitale che sostenne la rinascita democratica dopo il drammatico fallimento dell’egemonia totalitaria tra le due guerre, era basato sull’intreccio tra welfare, piena occupazione, programmazione  e partecipazione democratica dei cittadini alla vita nazionale. Liberato dalla soggezione protezionistica e dall’instabilità monetaria,  il capitalismo della grande impresa meccanizzata e della produzione dei beni di consumo durevole, per oltre trent’anni  produce il più inteso sviluppo delle capacità produttive mai conosciuto fino ad allora, ma le classi dirigenti antifasciste cattoliche, liberali e socialdemocratiche  alla guida dell’occidente, costruiscono le condizioni politiche per “tosarlo” come mai era accaduto prima, creando per la prima volta un sistema scolastico e sanitario universalistico, una elevata protezione del lavoro dentro e fuori la fabbrica, una fiscalità effettivamente progressiva,  e soprattutto una democrazia aperta alla piena cittadinanza delle classi lavoratrici.

 

Stato e statalismo

In questo nesso strettissimo tra capitalismo fordista e nazione il riformismo raggiunge soprattutto in Europa risultati notevoli anche perché il successo del progetto europeista del MEC crea il più grande  mercato integrato e dinamico del mondo,  superando così i limiti di stati nazione troppo piccoli per operare con successo a livello mondiale e sostenere una elevata redistribuzione dei redditi. Ma questo processo di “nazionalizzazione” del socialismo non è senza conseguenze sul piano ideale e politico, perché la perdita della sua originaria vocazione internazionalista – il proletariato non ha nazione scriveva Marx nel Manifesto – lo spinge a accettare, se non a sostenere, l’imperialismo e il colonialismo, a schierarsi con lo stato nelle guerre grandi e piccole che attraversano e insanguinano il secolo scorso venendo meno ai principi di indipendenza tra i popoli, di universalismo umanitario e di difesa degli oppressi. Inoltre  le sue eredità culturali “anti mercato” di derivazione marxiana  lo spingono a incrementare la torsione statalista dell’intervento pubblico nell’economia attraverso le nazionalizzazioni e lo sviluppo dell’industria pubblica, mentre la difesa del welfare e la promozione della presenza delle organizzazioni sindacali nel governo della fabbrica assume progressivamente caratteri neocorporativi.

Queste “vie nazionali al socialismo” sono state esposte dunque a dei rischi molteplici – nazionalismo, statalismo, corporativismo – ma fino a quando il primato dello stato-nazione nel controllo delle forze di mercato e delle forme di integrazione del mercato mondiale ha tenuto erano abbondantemente inferiori ai vantaggi che furono in grado di produrre in termini di giustizia sociale, di libertà democratiche e di benessere.

 

Il capitalismo senza nazione

E quando questo primato si infrange di fronte alla globalizzazione promossa dalla caduta del comunismo e il fordismo cede le armi di fonte al “toyotismo”, a una fabbrica senza fabbrica, piccola e flessibile,  combinato con la nuova centralità del settore terziario, dove il marketing indirizza la produzione e la valorizzazione del capitale si produce all’interno di ampie catene di valore delocalizzate e la relazione tra capitale e lavoro sfugge alla dimensione sindacale degli interessi collettivi per essere assorbita nelle relazioni individuali tra singoli lavoratori e direzione d’impresa secondo i nuovi modelli gestionali dell’human resource management, il riformismo perde la bussola.

Di fronte al capitalismo globale molecolare e alla più radicale riorganizzazione della divisione internazionale del lavoro che ha messo al centro paesi che fino a quarant’anni fa erano nazioni in via di sviluppo o colonie sottosviluppate e ridimensionato la centralità dell’Occidente,  di fronte a forze di mercato che si muovono in una spazio economico nuovo che ha superato i confini delle nazioni, di fronte alla formazione di una società individuale di massa che ha sgretolato le vecchie classi sociali, aggregati omogenei di intessi collettivi, non solo la costruzione delle policies e delle politics delle forze riformiste appare del tutto inadeguata a “tosare” questo capitalismo di tipo nuovo, finanziario e immateriale, ma anche l’identità stessa del riformismo vacilla perché non sono più chiari i soggetti sociali di riferimento, perché cambiano i termini delle diseguaglianze sociali, perché, rompendosi i rapporti tra stato e mercato,  saltano  le leve con cui aveva generato giustizia sociale e soprattutto con si erano definiti i termini e le condizioni del rapporto tra libertà e eguaglianza.

 

Il riformismo senza riforme

Di fronte a questa rivoluzione planetaria riemergono cosi quei rischi delineati in precedenza: la difesa sperticata e fuori tempo massimo delle derive stataliste, il rifiuto del globalismo in nome di protezioni  nazionali, la difesa corporativa del welfare novecentesco che ha aperto soprattutto nel cuore sociale delle socialdemocrazie europee la fascinazione populista e le spinte antieuropeiste e antiglobaliste, trasformando il vecchio proletariato di fabbrica e il mondo del lavoro dipendente   nella base di massa di tutte le avventure reazionarie del sovranismo mondiale, dall’America di Trump e Bolsonaro, alla Polonia dei fratelli Kaczyński, all’Ungheria di Orban, alla Francia della Le Pen, all’Italia di Salvini, Grillo e Meloni, ma anche di quei movimenti minoritari di estrema sinistra infatuati di Maduro e dell’anticapitalismo militante,  che vedono nel ritorno al primato della nazione e di un capitalismo protetto l’unica  possibilità di riprodurre le condizioni storiche nelle quali fare rivivere le loro antiche certezze e riaggregare quel blocco sociale che aveva sostenuto era della socialdemocrazia: una sorta di neolaburismo nazionalista, che ha trovato in  Malenchon e in  Corbyn i suoi eroi eponimi,  convergente in molti punti con il sovranismo di destra, che colloca l’azione dei partiti socialdemocratici nel campo della conservazione invece  che in quello del cambiamento. Il riformismo non sa cosa riformare e confonde l’esangue manutenzione delle proprie casematte, con un progetto politico, dal quale però il futuro è assente.

 

Il liberalismo è di sinistra

Già  negli anni ’90 era emerso che le resistenze a confrontarsi con il capitalismo globalizzato avrebbe portato alla crisi profonda della socialdemocrazia europea a partire dalle sue roccaforti scandinave, nordeuropee e iberiche, che non hanno retto il confronto con le forze politiche neoliberali e populiste, le prime interessate a sbarazzarsi del compromesso fordista, le seconde a sostituirlo con un’alleanza tra capitale e lavoro di stampo corporativo all’interno di stati chiusi e  sorretta dal protezionismo e dalla spesa pubblica.

In questo frangente comincia a farsi strada un’altra prospettiva, molto più complessa e avvincente, che attribuisce alla sinistra il compito di guidare la necessaria rivoluzione liberale, per liberare i capitalismi nazionali dalle bardature stataliste che si erano formate soprattutto negli anni del declino dell’universalismo progressista determinato dalla fine dei “Trenta gloriosi” e della stabilità monetaria sancita a Bretton Wood. Smantellare l’economia mista, liberalizzare il mercato favorendo la concorrenza e l’integrazione su scala mondiale, ridimensionare la rendita che si annida nelle posizione oligopolistiche,  flessibilizzare il mercato del lavoro per adeguarlo alla domanda di imprese di piccole e medie dimensioni prevalentemente dedicate a servizi e impegnate nei servizi impegnate in una competizione altamente tecnologica, potevano diventare il terreno nuovo nel quale il riformismo poteva ridefinire il suo ruolo di attore del cambiamento e tutelare le condizioni di vita dei gruppi sociali più svantaggiati: sfidare il globalismo sul terreno dei diritti, della sicurezza sociale, delle garanzie democratiche, nella convinzione che nel mercato si nascondessero straordinarie opportunità per proseguire nella strada dell’emancipazione del lavoro, invece che mettersi a difesa di ciò che rimaneva del passato.

Si apre dunque una frattura tra la sinistra socialdemocratica che in Italia non è altro che quel che resta del partito comunista e del suo ceto politico berlingueriano, e una sinistra liberale che come recitava il suo manifesto italiano redatto nel 2003 – Il partito democratico per la rivoluzione liberale – faceva coincidere il riformismo con la promozione di “cittadini istruiti e informati, in condizioni di indipendenza e sicurezza economica, che si confrontano con poteri pubblici limitati e trasparenti, in una società densa di associazioni intermedie, di gruppi che perseguono i più diversi interessi, di comunità animate da differenti concezioni etiche e religiose, ricca di strumenti di formazione e informazione di alta qualità, autonomi e critici”. La sinistra sta nella torsione di questo processo all’eguaglianza, alla costante attenzione alle pari opportunità sociali e di genere, alla difesa del lavoro come valore, alla tutela dei redditi dei meno abbienti,  nella consapevolezza che tutti questi obbiettivi sono perseguibili con migliore efficacia in un mondo aperto ad altra mobilità sociale e territoriale.

Questo socialismo liberale ha abbandonato inoltre ogni riferimento classista e ogni legame tra la sua azione e una rappresentanza sociale ben definita, in ragione del fatto che il nuovo capitalismo postfordista mette al centro della società individuale di massa un insieme di soggetti sociali che per comodità possiamo definire classi medie: la profezia di Bernstein cha la società capitalista non si polarizza in due sole classi, borghesia e proletariato, trova qui una straordinaria conferma con la formazione di una “borghesia” di massa che ingloba dentro si se il lavoro dipendente pubblico e privato, perché la redistribuzione dei redditi ha generato anche nel proletariato livelli di benessere mai conosciuti in precedenza.  E a questo corpo sociale articolato e variegato che il riformismo si rivolge con il suo progetto nel quale si riattualizza l’idea di Rosselli che “ la costruzione del mondo nuovo” dipendesse da una convergenza tra socialismo e liberalismo.

La doppia crisi del 2007-2013,  finanziaria e dei debiti sovrani, e poi quella pandemica del 2020 hanno accentuato questa frattura che nel breve ciclo di crescita “clintoniano” era stata in parte ricomposta, consentendo la formazione di coalizioni politiche “riformiste” in molti paesi europei, guidate da esponenti della sinistra liberale come Blair, Schroeder, Prodi, in parte Hollande, Clinton stesso, Zapatero. Infatti il riformismo può competere per assumere la direzione politica della “ricostruzione” del mondo dopo il Covid, se si allontana ancora di più dalle rigidità stataliste e da ogni eredità classista perché esse come aveva notato già quasi vent’anni fa Giulio Sapelli appaiono il principale ostacolo per la riformulazione della cittadinanza del lavoro: “«Il capitalismo molecolare deve essere per i nuovi riformismi il capitalismo dell’alleanza e della comunità non statualistica, bensí civile e sociale”, basata sul quadrinomio merito, partecipazione, pari opportunità, autonomia.

Alberto De Bernardi
Alberto De Bernardi
debernardi@perfondazione.eu

Presidente della Fondazione PER. Professore associato dal 1988, ha insegnato Storia contemporanea all'Università di Torino fino al 1991. Dal 1992 al 1994 ha insegnato Storia dell'industria all'Università di Bologna, dove dal 1995 ricopre la cattedra di Storia contemporanea. Dal 2009 insegna Storia globale nel Corso di laurea specilistica/magistrale. Direttore del Dipartimento di Discipline storiche dal 2003 al 2009. Tra le sue pubblicazioni recenti ricordiamo: Da mondiale a globale. Storia del XX secolo (Bruno Mondadori, 2008); Storia dell’Italia unita (con L. Ganapini, Garzanti, 2010); Un paese in bilico. L’Italia degli ultimi trent’anni (Laterza, 2014). Per i tipi della Donzelli ha pubblicato Fascismo e antifascismo. Storia, memoria e culture politiche (2018) e Il paese dei maccheroni. Storia sociale della pasta (2019)

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