Siluro di Canberra a Parigi, no ai sottomarini francesi. Nasce l'Aukus - Fondazione PER
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Siluro di Canberra a Parigi, no ai sottomarini francesi. Nasce l’Aukus

di Vittorio Ferla

 

Parigi sono davvero tanto arrabbiati. Con l’accordo tra Stati Uniti, Australia e Regno Unito – il famigerato “Aukus” – gli Usa forniranno sottomarini convenzionali alimentati a diesel all’Australia. Che, pertanto, si ritira formalmente dal precedente contratto per i sottomarini convenzionali che la vedeva impegnata con la Francia. «Non si fa così tra alleati. È davvero una pugnalata alle spalle», ha detto Jean-Yves Le Drian, il ministro degli Esteri francese. Parigi perderà così l’equivalente di 65 miliardi di dollari. La produzione e il commercio di armi è una delle voci più importanti dell’economia nazionale e la Francia, infatti, è uno dei principali esportatori mondiali. Pertanto, l’annullamento di questa commessa avrà un impatto economico enorme sul settore della difesa francese.

L’accordo tra Canberra e Parigi era in cantiere da cinque anni. L’Australia aveva pianificato di acquisire 12 sottomarini convenzionali dal costruttore navale francese Naval Group, che nel 2016 era stato preferito a scapito delle offerte dei concorrenti tedeschi e giapponesi. Oggi la situazione si capovolge: nonostante i commenti piccati del governo francese l’Australia rivendica una serie di clausole contrattuali che le consentono di uscire dall’accordo. Ovviamente, per Parigi, il danno economico puntuale si accompagna a un ridimensionamento strategico complessivo nell’area dell’Indo-Pacifico, dove il paese detiene importanti interessi economici e politici. «La scelta americana di escludere un alleato e un partner europeo come la Francia da una partnership strutturata con l’Australia, in un momento in cui stiamo affrontando sfide senza precedenti nella regione indo-pacifica, sia in termini di valori economici sia in termini di rispetto per il multilateralismo basato sullo stato di diritto, mostra una mancanza di coerenza che la Francia può solo deplorare», hanno detto, in una dichiarazione congiunta, Jean-Yves Le Drian e il ministro delle forze armate francese Florence Parly.

A sottolineare la gravità della questione è venuto poi il richiamo in patria per consultazioni degli ambasciatori francesi in Usa e Australia e le minacce sul futuro della Nato. Il governo francese ha anche ricordato che la Francia è «l’unica nazione europea presente nell’Indo-Pacifico con quasi due milioni di cittadini e più di 7 mila militari» e che la decisione dell’Australia «rafforza la necessità di rendere forte e chiara la questione dell’autonomia strategica europea». Sarà, ma la sensazione è che l’arrabbiatura dei francesi avrà scarsi effetti. Gli Australiani, infatti, sono molto preoccupati dall’urgenza di salvaguardare la loro economia, da tempo molto dipendente dalla Cina e oggi minacciata dalle tensioni commerciali con il Dragone. Di recente il carbone, i vini, l’orzo e la carne bovina prodotti nel paese dei canguri sono stati colpiti dai dazi e dai blocchi commerciali cinesi. L’anno scorso Pechino ha imposto sulle importazioni di orzo australiano tariffe doganali dell’80,5% più alte, costituite per il 73,6% da tariffe anti-dumping e per il 6,9% da dazi anti-sovvenzioni. La Cina importa circa il 70% del raccolto di orzo australiano per un valore medio annuo delle esportazioni di 904 milioni di dollari e, secondo l’Ufficio australiano per l’Agricoltura, le tariffe imposte da Pechino hanno ridotto il valore delle esportazioni di orzo a 565 milioni di dollari.

Sempre nel 2020, la Cina ha bloccato le importazioni di carne da quattro grandi mattatoi australiani per problemi di etichettatura, provocando un notevole danno al settore, considerando che il primo mercato estero per le carni bovine australiane è proprio la Cina, che ne richiede il 30% del totale. Da allora, Pechino ha bloccato importazioni o scoraggiato l’acquisto di più prodotti australiani come cereali, carbone termico, coke petrolifero, cotone, legname e crostacei. Nel dicembre scorso, la Cina ha imposto dazi anti-sussidio temporanei che vanno dal 6,3 al 6,4% sulle importazioni di vino australiano. Le imposizioni cinesi sono anche state, di fatto, una ripicca contro una serie di iniziative politiche dell’Australia: la richiesta di indagine internazionale sulle origini del coronavirus, la denuncia contro le rivendicazioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale, le critiche rivolte da Canberra a Pechino sui casi Xinjiang, Taiwan e Hong Kong. Se si pensa che la Cina è il maggior partner commerciale australiano – insieme, i due Paesi generano un interscambio annuale dal valore di 181 miliardi di dollari – si capisce bene dove si trova l’interesse nazionale dell’Australia.

Ecco perché, domenica scorsa, il primo ministro Scott Morrison ha detto che, pur comprendendo la delusione della Francia, “l’interesse nazionale dell’Australia viene prima di tutto” e che il miglior modo per farlo è definire l’accordo trilaterale con Usa e Uk. Viceversa, i sottomarini convenzionali ordinati dalla Francia non avrebbero soddisfatto le sue esigenze. Non a caso, subito dopo l’accordo tra i tre paesi dell’“anglosfera”, la Cina ha chiesto di aderire a un’importante partnership commerciale nell’area dell’Asia-Pacifico che Donald Trump abbandonò nel 2017 facendo piazza pulita dell’eredità di Barack Obama. In vigore dal 2018, il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (Cptpp) è un patto di partenariato e di libero scambio transpacifico stipulato da 11 paesi – tra i quali Messico, Australia, Canada e Singapore – entrato in vigore nel dicembre 2018. L’accordo taglia i dazi tra i partecipanti, standardizza le normative in settori come la sicurezza alimentare e determina i livelli di accesso al mercato per beni e servizi. L’obiettivo della Cina è quello di entrare e prendere la guida del Cptpp ma il percorso potrebbe essere ostacolato proprio dall’Australia, già membro dell’accordo.

Resta il fatto che le economie cinese e australiana sono fortemente dipendenti l’una dall’altra. Nel 2020, le tensioni tra Australia e Cina non hanno impedito ai due paesi di portare avanti un accordo di libero scambio in Asia-Pacifico chiamato Regional Comprehensive Economic Partnership. L’Rcep abbraccia 15 paesi – tra i quali, oltre Cina e Australia, si trovano anche Giappone, Indonesia e Thailandia – e 2,2 miliardi di persone, ovvero quasi il 30% della popolazione mondiale. Anche in questo caso, gli Usa sono assenti. Ecco che, per l’America, la vendita dei sottomarini all’Australia diventa una delle azioni strategiche – sia commerciali che militari – per riposizionarsi nell’Indo-Pacifico. Nei prossimi mesi Biden cercherà di rafforzare la presenza politico militare nell’area con il rilancio del Quadrilateral Security Dialogue (Quad), un’alleanza strategica informale tra Australia, Giappone, India e Stati Uniti. L’obiettivo è contenere l’espansione della Cina nella regione mediante la cooperazione militare. Il che spiega perché le minacce della Francia sulla Nato – e le titubanti promesse di una difesa europea comune – lascino gli Usa abbastanza indifferenti.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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