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Sinistra radicale e stati arabi: le due spine di Joe Biden

di Vittorio Ferla

Sabato scorso si è svolta a Washington una Marcia Nazionale organizzata da gruppi di pressione, ong e gruppi politici per la liberazione della Palestina. Forse la più grande manifestazione politica degli ultimi mesi con decine di migliaia di persone riunite nella capitale statunitense per chiedere la pace ed esprimere la loro rabbia per i dieci mila civili uccisi dalla campagna di bombardamenti israeliani. Ma la rabbia dei manifestanti era diretta principalmente verso un solo uomo: Joe Biden. Secondo i recenti sondaggi, il sostegno del presidente tra i giovani elettori è crollato: i partecipanti alla marcia di sabato erano furiosi per il suo rifiuto di menzionare anche soltanto la possibilità di un cessate il fuoco in un conflitto che sta mietendo vite più velocemente di qualsiasi altro al mondo.

Ma l’onda del dissenso dei giovani militanti della sinistra americana sembra allargarsi trasversalmente. Un nuovo sondaggio del Center for Public Affairs Research dell’Associated Press-NORC mostra una profonda divisione all’interno del partito democratico americano sulla guerra. La metà dei democratici approva il modo in cui Biden ha affrontato il conflitto, mentre il 46% lo disapprova: l’opinione dei due gruppi diverge sostanzialmente sul sostegno degli Stati Uniti a Israele. La guerra a Gaza potrebbe così complicare il tentativo di rielezione di Biden. Quasi 7 democratici su 10 che approvano la gestione del conflitto ritengono che gli Usa forniscono attualmente il giusto sostegno a Israele. Viceversa, tra coloro che disapprovano, il 65% afferma che gli Stati Uniti sono troppo favorevoli a Israele. Secondo il sondaggio di AP, tra i democratici che approvano la gestione del conflitto da parte di Biden, il 76% afferma che Hamas ha molte responsabilità nella guerra e il 32% dice lo stesso del governo israeliano. I democratici che disapprovano la gestione del conflitto da parte di Biden sono propensi ad affermare viceversa che il governo israeliano (56%) e Hamas (55%) hanno grandi responsabilità.

Interessante anche la divisione per gruppi di età che rischia di riprodurre, a distanza di alcuni decenni, un nuovo caso Vietnam. La maggioranza dei democratici sotto i 45 anni (65%) e dei democratici non bianchi (58%) afferma di disapprovare la gestione del conflitto da parte di Biden. La maggior parte dei democratici di età pari o superiore a 45 anni (67%) e dei democratici bianchi (62%) affermano di approvare. Tra i motivi del dissenso c’è il timore che i soldi provenienti dalle tasse possano servire a pagare le armi che stanno uccidendo migliaia di bambini a Gaza.

La lotta è viva anche all’interno della classe dirigente del partito. Più di 20 democratici hanno votato martedì scorso per censurare la deputata Rashida Tlaib, democratica del Michigan, l’unica palestinese americana al Congresso, per le sue critiche a Israele e per aver usato una frase simbolo – “From the River to the sea” – che per i gruppi ebraici esprime un esplicito sostegno alla distruzione di Israele. La frase, che la deputata Tlaib ha difeso come “un appello ambizioso alla libertà, ai diritti umani e alla coesistenza pacifica, non alla morte, alla distruzione o all’odio” nelle ultime settimane ha avuto un’ampia eco nei campus universitari attraversati dalle proteste della sinistra radicale contro Israele, considerato uno stato colonialista e responsabile di apartheid contro i palestinesi. Lo slogan ha un’interpretazione controversa. Per i palestinesi rappresenta la speranza di uno stato indipendente, che incorpori la Cisgiordania, che confina con il fiume Giordano, e la Striscia di Gaza, che abbraccia la costa del Mediterraneo. “Quando usano questa frase si identificano con la loro casa ancestrale in Palestina, anche se oggi non è su una mappa”, ha spiegato al New York Times Maha Nassar, professoressa associata di storia del Medio Oriente all’Università dell’Arizona. Ma la frase è stata adottata nel corso degli anni anche da Hamas, con una interpretazione ben più radicale. Secondo l’Anti-Defamation League, un gruppo di difesa ebraico che combatte l’antisemitismo e la discriminazione, “‘Dal fiume al mare’ è l’appello di Hamas per annientare Israele: si tratta di un grido di battaglia antisemita che nega il diritto ebraico all’autodeterminazione, anche attraverso l’allontanamento degli ebrei dalla loro patria ancestrale”. Joe Biden si trova pertanto ad affrontare una frattura interna all’elettorato democratico che, a partire da queste interpretazioni opposte della crisi israelo-palestinese, potrebbe indebolire la sua corsa per la rielezione. In più, è chiamato a gestire la crescente rabbia antiamericana che sta montando nel mondo arabo. Come ha rivelato ieri la Cnn, la Casa Bianca ha ricevuto sul punto severi avvertimenti dai diplomatici americani. Nel mondo arabo il forte sostegno di Biden alla campagna militare di Israele “ci sta facendo perdere il pubblico arabo per una generazione”, si legge nei dispacci diplomatici provenienti dall’Oman, e viene visto “come colpevolezza materiale e morale per quelli che considerano possibili crimini di guerra”. Un’altra comunicazione firmata dall’ambasciata Usa al Cairo cita il commento di un giornale statale egiziano secondo cui “la crudeltà e il disprezzo del presidente Biden per i palestinesi hanno superato tutti i precedenti presidenti degli Stati Uniti”. In questo clima sempre più rovente, si riunisce oggi a Riyad la Lega Araba, l’associazione che raccoglie più di una ventina di stati dell’Africa e del Medio Oriente. L’obiettivo è ribadire che “gli arabi si muoveranno sulla scena internazionale per fermare l’aggressione, sostenere la Palestina e il suo popolo, condannare l’occupazione israeliana e ritenerla responsabile dei suoi crimini”, affermano le fonti ufficiali. Domenica, sempre nella capitale saudita, sarà poi la volta del vertice dell’Organizzazione della cooperazione islamica (Oic), dove è atteso anche il presidente iraniano Raisi. Difficile dire se da questi incontri emergeranno soluzioni concrete oltre a dichiarazioni di principio. Di sicuro, l’Arabia Saudita cercherà di giocare un ruolo, forte della sua posizione prudente: appoggia i palestinesi (il miglioramento delle loro condizioni stava nell’accordo di normalizzazione con Israele adesso sospeso), mentre coltiva relazioni strategiche con gli Usa. Proprio ieri, spinto dalla miscela incandescente di queste pressioni, il segretario di Stato americano Antony Blinken ha espresso una delle sue condanne più dirette del bilancio delle vittime civili a Gaza, ribadendo che è necessario fare di più per “minimizzare i danni ai civili palestinesi”. L’annuncio di Israele di garantire pause umanitarie giornaliere e due corridoi umanitari non basta, dunque. “Troppi palestinesi sono stati uccisi. Troppi hanno sofferto nelle ultime settimane. Vogliamo fare tutto il possibile per prevenire i danni e massimizzare l’assistenza”, ha detto Blinken durante una conferenza stampa nella capitale indiana di Nuova Delhi.

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Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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