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Sleepy Joe si è svegliato. Ma il futuro aspetta Michelle

di Vittorio Ferla

 

“Uscire dalle tenebre”. L’appello finale di Joe Biden, 32 anni dopo il suo primo tentativo di conquistare la nomination, spiega il clima che abita la Convention democratica appena conclusa. Un evento surreale, privo della dimensione fisica, una sorta di show a metà strada tra una mega riunione su Zoom e una puntata di Telethon. “Nessun candidato alla presidenza nella nostra storia ha pronunciato un discorso in una sala in gran parte vuota”, ricorda John Avlon della Cnn. “Ma Joe Biden ha tenuto un discorso memorabile: chiaro, concentrato e infuocato”.

Barack e Michelle Obama avevano “spaccato”: a loro la palma dei discorsi migliori. Ma questa volta “Sleepy Joe” – così lo sbeffeggia Trump – si è svegliato. “Gli spettatori – spiega Avlon – hanno visto un candidato capace di controllo e pronto a guidare il paese fuori dal suo pantano. Perché sa come funziona il governo e crede nella bontà del popolo americano”.

Ma il senso politico della Convention si nasconde forse nel discorso meno politico e più intimo di tutta la Convention. Quello di Jill, la moglie di Biden che ha chiuso la seconda notte di lavori. In appena nove minuti, Jill, di mestiere insegnante di inglese nelle scuole superiori, ha descritto il candidato come un padre amorevole e un marito solidale, capace di ricostruire la sua famiglia dopo una tragedia. E proprio grazie a queste sue qualità oggi sarebbe in grado di guarire una nazione profondamente divisa.

La vita di Joe Biden fu sconvolta e ferita quando la prima moglie, Neilia, e la figlia di appena un anno, Naomi, morirono in un incidente automobilistico nel 1972, l’anno prima della elezione come senatore del Delaware. Un trauma profondo che Biden riuscì a rimarginare. “Come si fa a ricostruire una famiglia distrutta? Allo stesso modo in cui si ricostruisce una nazione: con amore e comprensione, e con piccoli atti di compassione, con coraggio, con fede incrollabile”, ha spiegato Jill Biden. Compassione, coraggio e fede che li ha aiutati anche a superare, parecchi anni dopo, nel 2015, la seconda grande tragedia della vita di Biden: la morte del figlio Beau, ex procuratore generale del Delaware, a causa di un cancro al cervello.

Oggi, dopo quattro anni di presidenza Trump, gli Stati Uniti cercano qualcuno che li guarisca. “So che se affidiamo questa nazione a Joe, lui farà per la tua famiglia quello che ha fatto per la nostra: unirci e renderci integri”, ha concluso Jill.

Un buon padre di famiglia, amorevole, solido, affidabile. Ecco il profilo di Biden. Un moderato. Un usato garantito. Non ci sono grandi passioni né grandi sogni di cambiamento nella sua candidatura. Semmai un desiderio di armonia nazionale e di restaurazione dei valori democratici fondativi. A quel matto perso di Donald Trump, i democratici oppongono un normal one, un quasi ottantenne dal quale si attende un paziente lavoro di rammendo e ricucitura del tessuto lacerato del paese.

“Empatia e dignità: sono le parole più usate in questa convenzione perché sono le qualità che definiscono Biden”, assicura Avlon. Stimato e apprezzato perfino dai repubblicani, Biden è un riconciliatore che vede la sua potenziale presidenza come un mezzo per riunire la nazione: “anche se sarò un candidato democratico, sarò un presidente americano”. Ce n’è bisogno visto il caos in cui è precipitata l’America sotto l’amministrazione Trump. Ma solo nei prossimi tre mesi di confronti diretti saremo in grado di capire se questo basterà.

Intanto, sono ancora i coniugi Obama a dare le carte. Il ticket presidenziale incarna il loro disegno.

Il front-runner Joe Biden ha fatto la spalla di Barack per otto anni. Gode del consenso degli afroamericani che costituiscono il suo principale serbatoio di voti. È un “centrista che guarda a sinistra”, morbido al punto di assorbire e smussare le rivendicazioni della fazione radicale (alla Convention, Alexandria Ocasio-Cortez ha accettato di parlare soltanto per un minuto senza aprire fronti polemici). I suoi modi garbati non suscitano tra i più radicali quell’antipatia che, spaccando il partito, costò troppo a Hillary Clinton nel 2016. L’età del candidato dice però che la sua amministrazione durerà per un solo mandato, preparando la transizione verso una nuova generazione. Un presidente “ponte”, come lui stesso si è definito nel discorso finale.

La running-mate Kamala Harris, dal canto suo, è la plastica incarnazione della “coalizione Obama”: melting pot etnico e razziale, donne protagoniste della vita pubblica, tutela dei diritti civili e sociali, spazio ai ceti urbani intellettuali. Nel discorso di accettazione dell’investitura, la senatrice della California ha dichiarato con afflato obamiano la sua visione della nazione americana: “una comunità in cui tutti sono i benvenuti, non importa come siamo, da dove veniamo o chi amiamo”.

Come spiega Perry Bacon Jr del sito di statistiche Fivethirtyeight, “il fatto che Biden abbia selezionato una donna nera suggerisce che i democratici potrebbero raramente in futuro avere di nuovo un ticket di due uomini bianchi”. Alcuni prefigurano la candidatura di Harris alla presidenza al prossimo giro, nel 2024. Intanto, aggiunge Bacon, “Kamala Harris rappresenta un’altra sconfitta per la sinistra del partito. Dopo le primarie, molti attivisti liberal avevano spinto Biden a scegliere Elizabeth Warren come suo vice. Ma senza successo”. Harris è certamente più a sinistra di Biden, ma nulla di paragonabile a Bernie Sanders.

Regista silenzioso di questa scena, Barack Obama si è spogliato dei panni politicamente corretti dell’ex presidente e, nella penultima giornata della Convention, ha messo i piedi nel fango, pronunciando un discorso che molti definiscono storico: ha sfidato Trump, presentandosi come un “guardiano della democrazia”. Rivolto ai suoi ha detto: “Non lasciate che vi tolgano il potere. Non lasciate che vi tolgano la democrazia”. Una scena da perfetto film statunitense, un “arrivano i nostri” nel quale il vero sfidante esce dall’ombra e attacca frontalmente Trump nel duello conclusivo.

La campagna di Biden per la presidenza sembra mirata alla restaurazione dell’era Obama. Non per caso la convention democratica è cominciata con la prolusione di Michelle Obama, di fatto la “politica” più popolare negli States. L’ex first lady ha chiesto agli americani di continuare a credere nella ragione come strumento per ottenere giustizia, uguaglianza, dignità e cambiamento, anche contro chi vuole distruggere quel sistema per mantenere il potere. La luce contro le tenebre, appunto. La corsa del 2020 è ancora tutta da scrivere: Trump, l’uomo delle tenebre, è lì che aspetta di affrontare il suo avversario con la furia che lo contraddistingue. E il 2024 è ancora tanto lontano. Ma se dovessimo scommettere sul prossimo candidato dem alla presidenza non avremmo dubbi. Il suo nome è Michelle Obama.

 

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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