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Solidarietà, un passaggio decisivo per l’Europa che riparte

di Michele Marchi

 

Il 27 maggio 2020 potrebbe entrare, con il 23 aprile e il 18 maggio (rispettivamente discorso di Merkel al Bundestag e successivo Consiglio europeo e dichiarazione franco-tedesca a proposito del Recovery Fund) nel pantheon delle date (ri)fondative del processo di integrazione europea.

 

Un embrione di “solidarietà”

Per forma e sostanza il discorso pronunciato da Ursula von der Leyen di fronte al Parlamento europeo ha tutte le carte in regola per essere ricordato come il turning point definitivo per la ripartenza dello spazio economico e politico europeo dopo la drammatica prova pandemica.

Prima di tutto occorre sottolineare l’importanza della forma. Quando von der Leyen afferma che “nessuno può farcela da solo” sta delineando un chiaro embrione di “solidarietà” europea e contemporaneamente sta sgomberando il campo da qualsiasi uso propagandistico del concetto di “solidarismo”. In definitiva, comunica in maniera esplicita che il futuro dell’Ue si gioca su forme concertate di realismo e non sui buoni sentimenti e le belle parole.

Ancora in termini formali, vi è un secondo punto rilevante da ricordare e riguarda il richiamo alla prospettiva futura, di medio lungo periodo, della proposta della Commissione. Il nome stesso Next Generation EU è qualcosa di più di un semplice slogan. La crisi pandemica e la possibilità di superarla con un piano a 27, aprono prospettive per un futuro, al momento incerto, ma comunque esistente. E soprattutto forniscono una finestra di speranza per quelle giovani generazioni che rischiano altrimenti di pagare il tributo più alto in termini occupazionali ma anche di possibilità educative. Il rischio concreto che dopo l’ecatombe degli anziani, connessa alla dimensione sanitaria, ne segua una giovanile, in termini di prospettive, deve essere assolutamente scongiurato. E a Bruxelles paiono averlo compreso.

 

La Commissione oltre la proposta franco-tedesca

In secondo luogo, occorre soffermarsi sulla sostanza di Next Generation EU. Come ci si attendeva la Commissione è andata oltre la proposta franco-tedesca, ma tenendo conto di tutti i limiti connessi ad un piano che coinvolge tutti i Paesi membri dell’Ue, dotati ciascuno di potere di veto sulle questioni connesse al bilancio.

Ad ogni modo le risorse ci sono e soprattutto è presente un ottimo bilanciamento tra grants (contributi a fondo perduto) e loans (prestiti), nel rapporto di due a uno (500 miliardi i primi e 250 i secondi). L’elemento forse ancora più decisivo, al di là delle cifre, è la garanzia fornita dal bilancio comune dell’Ue. La Commissione potrà così utilizzare il suo rating creditizio particolarmente favorevole per andare a drenare finanziamenti sui mercati.

Saranno i futuri bilanci dell’Ue, tra il 2028 e il 2058, a rimborsare i fondi raccolti e proprio sul bilancio si apre anche un’importante partita relativa all’aumento dei fondi propri, la cui provenienza potrebbe essere quella di una fiscalità comune su alcune importanti issues quali una carbon tax europea e una tassa sui giganti del digitale.

Insomma, se prima del Covid-19 avevamo un’unione monetaria e i fantasmi rispettivamente di quella economica e politica, con Next Generation EU per la prima volta si possono individuare tracce concrete della fondamentale dimensione economico-politica. Non siamo agli euro-bonds, ma ad un gradino intermedio che va in quella direzione.

Qui però si innesta la seconda parte della riflessione. Il 27 maggio diventerà una data simbolo soltanto se sarà ricordata come l’inizio di un decisivo negoziato, in grado di chiudersi in tempi rapidi e senza che il piano di von der Leyen sia stravolto e/o destrutturato. E non mancano certo gli ostacoli, in larga parte connessi ai differenti intrecci tra politiche nazionali e dimensione europea. Qualsiasi scenario in merito non può prescindere da due punti fermi.

 

L’asse franco-tedesco

Il primo di questi riguarda l’asse franco-tedesco, che ha rianimato un’Europa morente e divisa e ha dato un impulso decisivo di fronte ad un elettrocardiogramma giudicato dai più oramai piatto. E all’interno di questo asse fondamentale è stato e lo sarà nelle prossime settimane il ruolo tedesco.

Lo si è detto più volte. Macron ha scritto la partitura, ha svolto il ruolo del presidente letterato ed ideologo. Poi è arrivata Merkel e ha messo tutto in musica. Next Generation EU funzionerà soltanto se Merkel continuerà, insieme a Macron, ad elaborare dosi decisive di antidoto alla cristallizzazione della frattura fra nord e sud dell’Europa. I passaggi del 23 aprile e del 18 maggio sono stati importanti perché hanno iniettato potenti dosi di “antidoto politico” per depotenziare tale frattura. Ora occorre che Merkel completi l’opera e si muova concretamente affinché il piano si realizzi grazie alla sua mediazione, decisiva in particolare a partire dal primo luglio, quando la Germania assumerà la presidenza di turno del Consiglio europeo.

La riunione dei capi di Stato e di governo del prossimo 16 luglio è la data da segnare in rosso. Dalla mediazione che uscirà sapremo se il divario economico tra nord e sud dell’Europa sarà destinato ad essere, almeno in parte, colmato e di conseguenza saranno depotenziate le derive politiche e sociali altrimenti inevitabili, in particolare nel contesto italiano.

 

L’Italia faccia del vincolo un’opportunità

Proprio l’Italia è l’altro punto fermo da considerare. Next Generation EU guarda con grande attenzione all’Italia. Se è consentita un’espressione forse un po’ ardita, dentro al piano presentato da von der Leyen, tra le righe, si può leggere che l’Italia è “too big to fail”. Ma questo non significa, come chiarito dal presidente dell’Europarlamento Sassoli, che la questione sia chiusa per il nostro Paese una volta quantificate le somme disponibili (80 di aiuti e 90 di prestiti secondo le cifre attuali). Per i grants, come per i loans, non esistono vere e proprie condizionalità, ma entrambe le linee di credito sono connesse a progetti precisi di spesa e a riforme strutturali (burocrazia e giustizia in primis).

Con Next Generation EU è ricomparso il “vincolo europeo”, ma nella sua versione migliore, quella che ha permesso all’Italia di non colare a picco nella crisi degli anni Settanta dello scorso secolo e quello che l’ha portata ad entrare nella moneta unica nella seconda metà degli anni Novanta. Fare del vincolo un’opportunità spetta ora alla classe dirigente al governo del Paese.

A Berlino e a Roma si scriverà, nelle prossime settimane, una pagina decisiva del futuro del continente europeo. C’è da sperare che lo stesso senso di urgenza accomuni le due capitali.

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Michele Marchi
marchi@per.it

Professore di Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna. Si occupa di storia politica dell’Europa del XX secolo con particolare attenzione per quella francese e per il rapporto tra politica e religione in Francia ed in Italia. Per Rubbettino ha pubblicato "Alla ricerca del cattolicesimo politico. Politica e religione in Francia da Pétain a de Gaulle" (2012). Membro del comitato di redazione della "Rivista di Politica", della redazione della rivista "Ricerche di Storia Politica" e della rivista "Nuova Informazione Bibliografica".

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