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Sperare è legittimo, ma il rapporto dell’Europa con gli Usa non è (e non sarà) più lo stesso

di Michele Marchi

 

Con i quattro anni di amministrazione Trump, le cosiddette relazioni euro-atlantiche hanno toccato il loro punto più basso dal dopo Seconda guerra mondiale. È oramai altrettanto assodato definire il mandato trumpiano come l’acme di una discesa agli inferi in realtà già ben avviata durante i due mandati di Obama, tracciando così una sorta di linea di continuità tra la presidenza democratica e quella trumpiana, nella cosiddetta scarsa considerazione mostrata da Washington nei confronti del continente europeo.

Una tale lettura ha una sua coerenza. A detta di chi scrive però non fotografa bene il quadro, almeno se si utilizzano gli strumenti interpretativi di tipo storico e dunque centrati sul medio lungo periodo. Infatti osservando molto sinteticamente l’evoluzione storica si possono individuare tre fasi chiave del rapporto euro-atlantico.

La prima si apre con l’avvio della Guerra fredda, è inaugurata dalla coppia Truman-Marshall e ha nell’impulso statunitense al processo d’integrazione europea il suo fulcro. L’Europa (occidentale) deve ricostruirsi, pacificarsi ed essere parte integrante del blocco anticomunista. Seppur con i primi distinguo, in particolare nel corso degli anni Sessanta legati al decennio gollista e all’avvio della Guerra del Vietnam, questi sono gli anni dell’“idillio euro-atlantico” e di un blocco euro-atlantico piuttosto coeso da un punto di vista economico, politico e culturale.

La seconda fase è quella della dialettica e del raffreddarsi del rapporto. È innanzitutto dominata dalla coppia Nixon-Kissinger, dalla sostanziale chiusura di Bretton Woods nell’agosto 1971 sino al sarcastico kissingeriano “se chiamo l’Europa che numero devo comporre?”. Dopo una parentesi congiunturale nel corso degli anni Ottanta (il cui simbolo sono i cosiddetti euro-missili), in realtà le crepe sull’asse euro-atlantico sono evidenti nell’accelerazione statunitense sull’unificazione tedesca e ancor di più sull’allargamento ad est della Nato, così da rendere improponibile un differimento dell’adesione di molti di quei Paesi all’Unione europea. Il punto più alto del “disinnamoramento” lo si raggiunge con la frattura del 2003. L’Europa si spacca al suo interno tra “veri atlantisti” (Gran Bretagna, Spagna, Italia più la cosiddetta “nuova Europa”) e vecchio “asse renano” (Francia e Germania), con i primi a sostegno dell’invasione statunitense dell’Iraq e i secondi prudentemente contrari.

Quella frattura inaugura la terza fase, che conduce sino agli “sgarbi” trumpiani, ma che prima ha vissuto il cosiddetto “pivot to Asia” obamiano.

Se si segue questa lettura il raffreddarsi dei rapporti euro-atlantici diventa un elemento di natura strutturale e non congiunturale, riguarda le due sponde dell’Atlantico ma anche il trionfo della cosiddetta globalizzazione. Tutto ciò dovrebbe chiarire che anche un’eventuale sconfitta di Trump, non porterà come d’incanto ad un quadro di relazioni idilliache ed automaticamente costruttive.

Nessuno mette in dubbio l’importanza delle relazioni euro-atlantiche. A partire dalla crisi di metà anni Settanta il rapporto si è però fatto dialettico e la fine della guerra fredda, pur confermandone l’importanza, ne ha messo in discussione l’indispensabilità e soprattutto ha cancellato qualsiasi caratteristica di automaticità.

In uno scenario incerto come quello dello scontro Usa-Cina e con l’emergere di numerose potenze regionali (India, Russia, Turchia), il rapporto euro-atlantico va ripensato e ricostruito a partire da ogni singolo dossier. E questo era stato l’approccio di Obama “l’asiatico”, basti pensare al dossier climatico e a quello del nucleare iraniano. Biden offrirà, senza dubbio, una nuova garanzia di prevedibilità e di pragmatismo, rovesciando così il punto più controverso della presidenza Trump, cioè l’instabilità e il carattere estemporaneo nelle sue scelte di politica internazionale e, nello specifico, nel rapporto con gli alleati europei. Insomma confidare in Biden è legittimo, ma nella consapevolezza che il rapporto euro-atlantico, perlomeno dalla metà degli anni Settanta dello scorso secolo, ha perso progressivamente il suo carattere di unicità per Washington almeno quanto per Bruxelles e per le principali cancellerie europee. Prenderne atto sarebbe già un buon punto di partenza.

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Michele Marchi
marchi@per.it

Professore di Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna. Si occupa di storia politica dell’Europa del XX secolo con particolare attenzione per quella francese e per il rapporto tra politica e religione in Francia ed in Italia. Per Rubbettino ha pubblicato "Alla ricerca del cattolicesimo politico. Politica e religione in Francia da Pétain a de Gaulle" (2012). Membro del comitato di redazione della "Rivista di Politica", della redazione della rivista "Ricerche di Storia Politica" e della rivista "Nuova Informazione Bibliografica".

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