Stato palestinese: Bibi contro Joe - Fondazione PER
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Stato palestinese: Bibi contro Joe

di Alessandro Maran

 

🇮🇱 🇵🇸 Sulla necessità di un futuro Stato palestinese, tra il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è emersa una profonda spaccatura. La Casa Bianca continua a puntare sulla creazione di uno Stato palestinese una volta finita la guerra, mentre Netanyahu la esclude (affermando che Israele deve controllare la sicurezza di «tutto il territorio a Ovest del fiume Giordano», compresa la Cisgiordania occupata e Gaza).
Oggi Giuliano Ferrara commenta su Il Foglio la controversia ripescando la citazione di Machiavelli che Enrico Berlinguer sfoderò al XII Congresso del Pci nel 1969 in polemica con le posizioni filocinesi di Rossanda, Pintor e altri della sinistra comunista: «Che succo c’è a parlare di principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero?».
«Eliminata la capacità operativa e politica di Hamas, che non è un dettaglio minore né per gli americani né per gli israeliani né per gli stati arabi e la comunità internazionale – scrive Ferrara – sarebbe necessario che Abu Mazen e l’Autorità palestinese cancellassero dai libri di testo delle loro scuole il proposito di annichilire l’entità sionista, riconoscessero che il pogrom del 7 ottobre grida vendetta al cielo, si schierassero per la nascita di uno stato democratico contro l’autocrazia islamista di Hamas, degli Hezbollah degli Houti e altre agenzie di derivazione iraniana e definissero con precisione i contorni di un sionismo palestinese efficace, sicuro o rassicurante per i vicini, fondato sulla revisione di tutta la storia cominciata con il rifiuto degli eserciti arabi della nascita di Israele». E conclude: «Non è a Israele che va intimato di accettare uno stato palestinese, è ai palestinesi che va chiesto di far essere in vero un principato che non si è mai visto e tutt’ora non si conosce» (👉 https://www.ilfoglio.it/…/chi-deve-far-essere-in-vero…/).
Anche il columnist del New York Times Thomas Friedman analizza la disputa tra il presidente americano e il primo ministro israeliano, arrivando a ipotizzare che Netanyahu proverà a farsi rieleggere, di fatto, contro Biden – cioè «contro il presidente americano che è volato in Israele subito dopo il 7 ottobre e ha messo un braccio protettivo attorno a Bibi e all’intero corpo politico israeliano» – facendo una campagna come difensore di Israele contro i piani di Washington. Uno Stato palestinese sarebbe semplicemente un trampolino di lancio per attacchi contro Israele e metterebbe in pericolo lo Stato ebraico, sostiene Netanyahu (👉 https://www.timesofisrael.com/netanyahu-vows-no…/).
Il fatto è che Netanyahu, spiega il giornalista americano, «nonostante il disastroso attacco di Hamas del 7 ottobre avvenuto sotto la sua responsabilità, ha intenzione di inquadrare la sua campagna per restare al potere con questo argomento: gli americani e gli arabi vogliono fare ingoiare a Israele uno stato palestinese e io sono l’unico leader israeliano abbastanza forte da resistergli. Quindi vota per me, anche se ho commesso un errore il 7 ottobre e la guerra di Gaza non sta andando poi così bene. Solo io posso proteggerci dai piani di Biden di far diventare Gaza parte di uno stato palestinese, insieme alla Cisgiordania, governato da un’Autorità Palestinese trasformata». Friedman non le manda certo a dire: «Sebbene Israele sia in guerra con Hamas da oltre 100 giorni e abbia ancora più di 100 ostaggi da recuperare, l’obiettivo principale di Netanyahu è Netanyahu. Sta cercando il messaggio politico più emotivo per ottenere dall’estrema destra i voti sufficienti per rimanere primo ministro e stare fuori dal carcere, nel caso perdesse uno dei tre casi di corruzione contro di lui».
Certo, scrive Friedman, «plasmare un partner palestinese legittimo, unificato ed efficace per un accordo a due Stati con Israele che potrebbe disinnescare quelle minacce, potrebbe essere impossibile da realizzare, ma pensare che abbandonare qualsiasi sforzo in tal senso sia nell’interesse a lungo termine dello Stato ebraico è una pericolosa illusione. E questo è esattamente ciò che Netanyahu sta cercando di propinare per i suoi cinici scopi»(👉 https://www.nytimes.com/…/opi…/israel-war-netanyahu.html).
Thomas Friedman (che ha vinto tre volte il premio Pulitzer per i suoi reportage dal Medio Oriente) non è l’unico a pensare che Netanyahu “dovrebbe vergognarsi”. Insieme alla guerra continuano anche le manifestazioni dei familiari degli ostaggi israeliani che durante tutto il weekend hanno chiesto a Netanyahu e al governo di riportare a casa i prigionieri; e sabato scorso migliaia di persone hanno sfilato a Tel Aviv chiedendo lo scioglimento della Knesset e le dimissioni di Netanyahu.
«Capisco perfettamente perché, dopo il 7 ottobre, la maggior parte degli israeliani non vuole nemmeno sentire le parole “Stato palestinese”», scrive Friedman. Ma «capisco perfettamente perché Biden, un vero amico di Israele, insista nel pronunciarle. Perché tutte le tendenze relative a Israele non potranno che peggiorare: più nonstate actors, più uomini arrabbiati superpotenziati con i droni di Best Buy, un Iran più potente, più haters su TikTok alterati dallo streaming di video di bambini palestinesi morti a Gaza».
Per questo Joe Biden è intenzionato a continuare a premere per quel «grande accordo» in Medio Oriente di cui si è molto parlato all’inizio della guerra, nella convinzione che Gaza debba essere governata da una autorità palestinese riformata e che una nuova e formale alleanza fra Israele e Arabia Saudita possa aiutare la stabilizzazione dell’area. In altre parole, Israele dovrebbe ottenere la normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita in cambio di un percorso irreversibile verso un stato palestinese con un ruolo dell’autorità palestinese a Gaza nel post-Hamas.
Antony Blinken lo ha spiegato a Davos, riferisce lo stesso Friedman, durante una la discussione pubblica: «“Ora abbiamo qualcosa che non avevamo prima, e cioè i paesi arabi e musulmani, anche al di fuori della regione, che sono pronti ad avere un rapporto con Israele in termini di integrazione, normalizzazione, sicurezza, che non erano preparati ad avere prima e sono pronti a fare cose, a dare le garanzie necessarie, ad assumere gli impegni e le garanzie necessarie, affinché Israele non solo sia integrato ma possa sentirsi sicuro”. Ma l’unico modo per realizzare questa alleanza in attesa, ha aggiunto Blinken, è rispettare “l’assoluta convinzione di quei paesi – una convinzione che condividiamo – che ciò debba includere un percorso verso uno Stato palestinese, perché non si otterrà la vera integrazione di cui c’è bisogno, non si otterrà la vera sicurezza di cui c’è bisogno, in assenza di quello. E ovviamente, anche a tal fine, un’Autorità Palestinese più forte e riformata, che possa più efficacemente provvedere al proprio popolo, deve far parte dell’equazione”. Se Israele, gli Stati Uniti e i suoi alleati arabi dovessero adottare un approccio regionale di questo tipo, ha detto Blinken, “all’improvviso, avremmo una regione in grado di incontrasi per rispondere alle domande di fondo a cui Israele ha cercato di rispondere per anni; e quella che finora è stata la sua più grande preoccupazione in termini di sicurezza, l’Iran, è improvvisamente isolato, insieme ai suoi proxies, e dovrà prendere decisioni su quale vuole sia il suo futuro”.
A tal fine, racconta Friedman, gli Stati Uniti stanno lavorando a un processo in due fasi per presentare questa opportunità a Israele. E affinché gli israeliani prendano sul serio la proposta, il ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita, il principe Faisal bin Farhan, ha dichiarato martedì a Davos che l’Arabia Saudita sarebbe “certamente” pronta a normalizzare le relazioni con Israele se Israele e i palestinesi concludessero un accordo che avesse come esito “uno Stato palestinese”. Ieri a Davos Fareed Zakaria ha parlato con il ministro degli Esteri saudita della guerra a Gaza, della necessità di un accordo di pace israelo-palestinese e del conflitto degli Stati Uniti con i militanti Houthi nel Mar Rosso. Faisal bin Farhan ha ripetuto anche al conduttore di GPS, il più importante programma di politica internazionale della CNN, che l’Arabia Saudita è disposta a normalizzare le relazioni con Israele solo se ci sarà un processo irreversibile per creare uno stato palestinese. E non è una notizia da poco (👉 https://edition.cnn.com/…/gps-0118-saudi-fm-on-regional…).
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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