Sturzo e la sinistra italiana tradizionale: un rimbalzo durato cent’anni - Fondazione PER
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Sturzo e la sinistra italiana tradizionale: un rimbalzo durato cent’anni

di Luca Diotallevi

 

Come scrivere di Sturzo e del suo popolarismo su invito di una fondazione del riformismo italiano? Innanzitutto cercando di metterla il più possibile su di un piano pratico-politico.

E poi facendo altre due scelte. Prima, quella di concentrasi sul Pd, sia per il suo ruolo attuale, sia perché – anche se non sarebbe meno interessante – occuparsi, ad esempio, della storia del Psi e del socialismo richiederebbe un discorso ben distinto, il quale inevitabilmente eccederebbe lo spazio a disposizione. Seconda scelta, quella di dover ricordare sin da principio che anche se per tanti aspetti il Pci ed il Pd sono due “cose” molto diverse, questo non vale per il loro rapporto con Sturzo, tratto non unico e forse non casuale di sostanziale continuità tra Pci e Pd. Naturalmente a patto di non annegare Sturzo ed il suo popolarismo in un generico e mai esistito uniforme cattolicesimo politico italiano.

 

Perché la sinistra italiana non ha mai davvero incrociato il pensiero e l’azione di Sturzo?

Ciò chiarito, la domanda prima e inevitabile è la seguente: perché quella tradizione della sinistra italiana che va dal Pci di Togliatti al Pd di oggi non ha mai davvero incrociato Sturzo ed il suo popolarismo?

Perché alla fin fine lo ha sempre respinto o gli è rimbalzato lontano?

Sturzo ed il suo “popolarismo” non sono certo sinonimi di cattolici in politica. In Italia di cattolici in politica sono esistiti ed esistono tanti tipi. Molti di questi il Pci-Pd li ha incontrati e li ha anche assorbiti e promossi, dagli “indipendenti di sinistra” all’attuale segretario Enrico Letta. Tanti cattolici (“di formazione cattolica”, “di provenienza cattolica”, “sensibili al cattolicesimo”, “cattolici critici”, “cattolici del dissenso”, “cattolici perplessi”, e via di questo passo), ma non Sturzo ed il suo popolarismo.

Sulla ragione di questo mancato incontro sarebbe utile interrogarsi con coraggio e franchezza e questo breve intervento non ha altro scopo se non quello di invitare a farlo.

Già il Pci e poi ancor di più il Pd hanno assorbito e promosso non solo “cattolici”, ma un gran numero di ex-democristiani. Mai sturziani, però, né il Pci né il Pd.

Tanti “cattolici” e tantissimi “ex-democristiani” sono stati esposti  nella vetrina degli “indipendenti” e poi anche ammessi a ruoli di dirigenza. Altri hanno ricevuto un sostegno politico al limite del tifo sfegatato e della identificazione simbolica. Araldi di “morale” e di “fedeltà allo Stato” come Oscar Luigi Scalfaro, dossettiani di tutti i tipi e gradi, Prodi e prodiani, morotei in misura larghissima sino a Mattarella, persino cattolici sociali ed ex-integralisti. Non gli sturziani, però, né popolari del suo popolarismo. (Oggi in modo particolare, è fuorviante lasciare nell’ombra l’abisso che separa Moro e Sturzo. Due diversissime idee di politica e due diversissime idee di mediazione politica.)

 

La stagione dei referendum elettorali

Il rimbalzo del Pci prima e poi del Pd sul popolarismo di Sturzo diventa ancora più evidente quando si mettono a fuoco i casi in cui si è dato un punto di tangenza. Non si è trattato di casi numerosi, ma certamente di casi molto significativi; non si sa se più significativi per la vicenda del Pd o per quella del popolarismo sturziano. Ricordandone due – la stagione referendaria ed il cantiere che preparava il Pd – si rischia di averli ricordati tutti o quasi.

Tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90, la stagione dei referendum per la riforma della legge elettorale ebbe tra i suoi fattori una vivace fiammata di cultura sturziana. È sufficiente ricordare il nome di Roberto Ruffilli, per non dire dello stesso Mario Segni. Pochi nel Pci presero quei referendum davvero sul serio. Molti invitarono a considerarla una fastidiosa parentesi e poi un intralcio da eliminare. Alla fine lo stesso intero Pd la rimosse e la contraddì appena possibile. Divenne ben presto capofila dei nostalgici del “proporzionale” (cui il Pci era stato sempre avvinghiato come sua unica condizione di esistenza), del riaccentramento statalista, e dell’arroccamento conservatore attorno al meno responsabile e meno contendibile dei poteri previsti dalla Costituzione: quello del Quirinale. Il Pd si presentò come “partito dell’arbitro”, o meglio di quello che cercava di accreditare per tale.

 

La transizione dal Pci al Pd

Gli anni dei referendum istituzionali furono anche gli anni in cui cominciò la transizione che dal Pci avrebbe portato al Pd. Neppure in questo secondo caso serve essere filologi per cogliere quanti contenuti affini al popolarismo sturziano contribuirono a dar sostanza e forma al progetto del Pd (Scoppola a far da ponte tra le due imprese, almeno finché ritenne la seconda praticabile). Basta pensare a come l’originaria idea di Pd incorporava una cultura dei limiti della politica, a quale priorità elevata attribuisse ad una riforma delle istituzioni funzionale ad una democrazia competitiva e governante, alla opzione del Pd per una forma-partito coerente con questo obiettivo (primarie, coincidenza tra leadership di partito e di governo a tutti i livelli, vocazione maggioritaria, ecc.). Tanto tutto questo era evidente nel progetto di Pd emerso dal convegno di Orvieto del 2006, quanto meticolosa ed immediata fu l’opera di smontaggio di questo stesso disegno da parte di colui, Veltroni, che si era candidato a rappresentarlo. Non per caso Veltroni intraprese la sua opera ridicolizzando le primarie, alleandosi con chi sosteneva una idea di politica e di democrazia opposta a quella per cui era stato inventato il Pd. Un po’ come se nelle ultime primarie dei Democratici USA Biden si fosse alleato con Sanders invece che sfidarlo e batterlo.

I due casi appena ricordati illustrano bene la regola che vuole il Pci prima ed il Pd poi “Sturzo-repellente”: quando Sturzo e Pci-Pd arrivano a contatto il Pci-Pd rimbalza il più lontano possibile.

Perché?

 

Statalismo, partitocrazia e spreco di denaro pubblico: le tre “male bestie”

Evidentemente perché il popolarismo sturziano non è “PciPd-degradabile”; esso risultò indigeribile al Pci come risulta ancor’oggi indigeribile al Pd. In fondo non ci si deve stupire troppo, se solo ci si ricorda che Sturzo dedicò le sue ultime energie politiche, e fisiche, alla denuncia delle “tre male bestie”: statalismo, partitocrazia, spreco di denaro pubblico.

Sturzo non giocava con le parole. Non ricorreva, come è moda nel Pd, alla pratica illusionista del “ma anche” né ad improbabili giochi di prestigio verbali come quello di trattare da sinonimi “socialdemocratici” e “liberali”. Proprio la trasparenza intellettuale di Sturzo rendeva credibile la sua strenua pratica del confronto e del dialogo, la sua fermezza anti-totalitaria, la sua schietta e convinta cultura delle alleanze politiche. Agli antipodi dalla doppiezza teorizzata da Togliatti e praticata da Berlinguer e dai loro eredi sopravvissuti tenendosi stretto il Pd.

Sturzo non aveva un’idea “geografica” di destra e sinistra. Il suo popolarismo era, sin dall’appello del 1919, lotta per una «società più giusta e più libera». Per lui la identità politica è sempre stata espressa dal programma, quello per cui si lotta non quello che ci si limita a consegnare alla carta. Sturzo mai si nascose dietro simboli identitari né dentro schieramenti aprioristici, né praticò una appartenenza acritica, quella che tutto copre e tutto giustifica.

 

La politica è una funzione della società

Il popolarismo sturziano è “plurarchico” (poliarchico) e dunque coerentemente antistatalista. Il mercato è la forma normale e preferibile per la vita economica; la istruzione deve essere plurale e libera, senza imporre costi a chi non tollera monopoli e non considera il bigottismo meno grave se “di stato”. Per Sturzo non è la legge a fondare i diritti né lo stato a concederli, né che li persegue deve essere esentato dal rendere conto delle proprie scelte. Per Sturzo la politica è una delle tante funzioni della società, non meno né più importante di ciascuna delle altre, e lo stato deve restare una delle tante organizzazioni della politica, con compiti specifici e limitati, il che lo rende e lo mantiene né più né meno importante di ciascun’altra organizzazione politica (locale, nazionale o globale che sia). Peraltro, è esattamente quello che fu scritto nella Costituzione, la quale che vuole (forse dovremmo ormai dire: avrebbe voluto) l’Italia una “repubblica”, non “uno stato”. “Stato”, invece, la volle il fascismo e la rivuole una sinistra italiana impregnata di “quirinalismo” e neodirigismo.

 

L’internazionalismo democratico di Sturzo

Sturzo pose in cima alle priorità del suo appello del 1919 l’“internazionalismo democratico”, al tempo impersonato dal presidente statunitense W. Wilson. Internazionalismo democratico a base innanzitutto giuridica; internazionalismo democratico assolutamente non irenico, bensì consapevole dell’importanza di una forza militare credibile a disposizione della difesa dei diritti. L’antistatalismo e l’internazionalismo democratico di quel popolarismo portò tre “popolari” à la Sturzo ad aderire al Patto Atlantico (poi NATO) ed a concepire come non-stato e come anti-stato la CECA (radice di quella che oggi chiamiamo Unione Europea). Su quegli stessi temi il Pci ruppe con De Gasperi. Su quegli stessi temi il Pd oscilla, e pratica un europeismo che non ha mai avuto la nettezza di quello di T. Blair: no ad una UE super-stato, sì ad una UE superpower. Una oscillazione costruita su di una retorica che occulta la abissale distanza tra le parole e le idee di Ventotene (di Spinelli e soci) ed il disegno di De Gasperi, Adenauer, Schuman e Monnet. Fino al quieto adagiarsi di tutto il Pd (senza eccezione alcuna) sul governo più filocinese della storia italiana, il Conte bis, quello cui tutto il Pd fino all’ultimo giorno voleva succedesse un Conte ter.

Piuttosto, oggi nel centro-sinistra raccolto intorno al Pd c’è molto cattolicesimo sociale à la Fanfani, di matrice Gemelli-Università Cattolica, proprio quello che spazzò via De Gasperi ed il “popolarismo” dai vertici della Dc. Filone non a caso altamente compatibile con buone dosi di moroteismo: due versioni (quella di Moro e quella di Gemelli-Fanfani) di una comune idea di primato sociale della politica, idea cui Sturzo, De Gasperi ed Einaudi si opposero per tutta la vita.

 

La differenza tra libertà religiosa e laicità

Sturzo ed il suo popolarismo non fanno finta di ignorare la siderale differenza tra libertà religiosa e laicità. Parteggiano per la prima e combattono la seconda, la quale altro non è che una subordinata dello statalismo ed una specie estrema di confessionalismo: la laicità si afferma infatti quando la politica non compra dai preti quel tot di religione che serva alla coesione ed al disciplinamento sociale, ma la auto-produce facendosi – la politica in forma di “Stato” – religione essa stessa. Ancora una volta, non resta che osservare con amarezza che la Costituzione italiana aveva scelto con chiarezza un regime di libertà religiosa e non di laicità. E che Sturzo e De Gasperi misero la libertà religiosa in Costituzione anche andando contro il volere del Vaticano, quando questo ancora colpiva la libertà religiosa con anatema, e che la iscrissero nella Carta costituzionale (artt.7, 8 e 19) venti anni prima che il Vaticano finalmente cambiasse idea con il Concilio e la Dignitatis humanae nel 1965. Il nuovo concordato del 1984, quello che sintetizza Costituzione repubblicana ed insegnamento del Vaticano II, fu fatto da un centro-sinistra totalmente altro, quello di Craxi (proprio come il referendum sulla “scala mobile”): un dato che parla da solo.

 

La vocazione maggioritaria e i liberali del Pd

Il popolarismo sturziano è cultura politica irriducibile alla innocua esistenza degli “indipendenti di sinistra” (più o meno zelanti, ma sempre allineatissimi). Sino al punto che, come insegna l’esperienza dell’Ulivo, un indipendente di sinistra resta innocuo anche se collocato a Palazzo Chigi. Al contrario, il popolarismo sturziano ben conosce il valore dell’organizzazione politica, non come fine, ma come mezzo irrinunciabile, senza il quale non è credibile alcuna dichiarazione di principio. Per altro, è solo sulla consistenza organizzativa delle sue componenti che si costruisce un partito a vocazione maggioritaria e lo stesso vale per una vera alleanza politica. Basta guardare ai Democratici USA od ai Laburisti inglesi. Lì le primarie non sono mai una farsa e non finiscono mai 90 a 10.

In conclusione, c’è poco di inspiegabile nella regolarità con la quale così come il Pci anche il Pd è sempre rimbalzato lontano da Sturzo e dal suo popolarismo. Rimbalzo che fino ad oggi – mai pregiudicare il futuro! – è stato anche di coloro che nel Pd si definiscono “liberali”.

Sin qui si è insistito su di un elemento di somiglianza tra Pci e Pd. Ciò – è necessario ripeterlo – non perché non ci siano differenze tra le due realtà politiche, ma perché, dal punto di vista del rapporto con Sturzo e con il suo popolarismo la continuità tra Pci e Pd prevale sulle loro differenze.

Questa continuità impone allora una domanda. Vuoi vedere che il Pd (come altro da Pci, Pds, Ds, Unione, Ulivo, ecc.) non è mai nato anche perché pure lui è rimbalzato lontano da Sturzo e dal suo popolarismo? Un Pd pieno di cattolici e di ex-democristiani, come e più del Pci, ma che come il Pci ha accuratamente evitato il confronto con Sturzo e con il suo popolarismo.

 

Per una contaminazione tra riformismo e popolarismo

Ciò nondimeno, e a ragione, ci si potrebbe anche chiedere: era per caso un obbligo per il Pd farsi contaminare dal popolarismo sturziano? Chi avrebbe potuto obbligare il Pd ad essere un po’ più liberale ed un po’ meno laico? E la risposta è: nessuno. Se il Pd si piace così, se a chi lo guida, a chi ne campa ed a chi lo vota il Pd va bene così, il Pd ha non solo tutto il diritto, ma anche tutto l’interesse a restare quello che è: sempre “ditta” anche se non più partito, e con dentro un po’ di cattolici e di democristiani in più, amante dello stallo da “proporzionale” e pronto a rientrare in partita non passando dalle urne, ma dal Quirinale.

Fino all’Agosto del 1922 Sturzo lavorò con tutte le forze alla costituzione di un governo di centro-sinistra imperniato sulla alleanza tra popolari e socialisti. Fosse nato, quel governo avrebbe voluto e potuto contrastare le squadracce fasciste con ben altra determinazione e con sicuro successo. I socialisti riformisti furono sul punto di accettare. Alla fine, però, si ritirarono per paura di rompere con i socialisti massimalisti, affetti dalla solita paura di “nemici a sinistra”. Dopo due soli mesi, nell’Ottobre, Facta al governo, divenne chiaro quanto tutto il paese avrebbe pagato la paura dei riformisti ed il loro esser rimbalzi via da Sturzo e dal suo popolarismo.

Ancora stiamo pagando e potremmo dover pagare ancora.

Farà prima la tradizione sturziana ad estinguersi o i riformisti del centro-sinistra italiano a trovare una misura più alta di coraggio e di coerenza?

Luca Diotallevi
diotallevi@per.it

Professore di Sociologia all’Università di Roma Tre. Laureatosi a Roma (in filosofia presso "La Sapienza") e ricevuto il PhD in sociologia (Università di Parma), ha studiato presso la Università di Bielefeld ed è stato senior fellow del Center for the Study of World Religions presso la Divinity School della Harvard University. Ha collaborato con istituti di ricerca tra i quali il Censis. Tra i suoi lavori più recenti: "La pretesa. Quale rapporto tra vangelo e ordine sociale" (Rubbettino, 2013), "I laici e la Chiesa. Caduti i bastioni" (Morcelliana 2013), "L'ordine imperfetto. Secolarizzazione, Stato, modernizzazione" (Rubbettino 2015), "Fine corsa. La crisi del cristianesimo come religione confessionale" (Dehoniane 2017).

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