Taiwan, mentre Biden denuncia la minaccia cinese, l’Europa dorme (e l’Italia tifa per i dittatori) - Fondazione PER
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Taiwan, mentre Biden denuncia la minaccia cinese, l’Europa dorme (e l’Italia tifa per i dittatori)

di Vittorio Ferla

 

L’eco della missione di Joe Biden nel Pacifico deve farci riflettere al di là dei nostri ristretti orizzonti nazionali. L’incontro del presidente americano con i suoi omologhi di Giappone, India e Australia – con i quali gli Usa compongono il cosiddetto Quad, il Quadrilateral Security Dialogue – rafforza un’alleanza strategica informale che mira a contenere l’espansionismo cinese nella regione dell’Indo-Pacifico. La Cina fa paura. Più di quanto faccia la Russia nell’Europa orientale.

Per gli Stati Uniti, è il principale competitor globale, sul piano economico e strategico. Ecco perché Biden ha salutato con soddisfazione la recente notizia del controsorpasso dell’economia americana su quella cinese. Per la prima volta dal 1974, infatti, l’America avrà nel corso 2022 un tasso di crescita media annuale più alto di quello del Dragone. Secondo un rapporto di Bloomberg, il Pil statunitense aumenterà quest’anno del 2,8%. Il Pil cinese solo del 2%, rallentato soprattutto dal lockdown contro la pandemia.

Ma la minaccia crescente è la volontà di Pechino di giocare un ruolo geostrategico sull’Asia. Negli ultimi anni, questa ambizione ha moltiplicato i motivi di frizione con i paesi vicini – Giappone, India e Australia, appunto – nei confronti dei quali il governo di Xi Jinping avanza anche rivendicazioni territoriali. La Cina è accusata inoltre dalla comunità internazionale di violare sistematicamente i diritti umani (fino al sospetto di genocidio) degli uiguri, un’etnia turcofona di religione islamica che vive nella regione autonoma dello Xinjiang. Proprio in questi giorni sono emersi nuovi documenti che provano gli abusi delle autorità di Pechino contro la popolazione locale. L’Occidente assiste poi impotente alla progressiva riduzione in schiavitù di Hong Kong, un tempo fiorente colonia britannica sul Pacifico: da quando la metropoli è passata sotto il governo cinese, l’opposizione è vietata, i dissidenti sono perseguitati e i diritti politici cancellati.

Adesso l’obiettivo principale della Cina è Taiwan, considerata una provincia del Dragone, così come la Russia considera propria l’Ucraina. Taiwan è un’isola strategica essendo la principale produttrice mondiale di quei microchip indispensabili per il funzionamento della tecnologia dell’intero globo terrestre. Gli Usa e i suoi alleati nell’area temono pertanto che lo schema dell’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia possa ripetersi nel Pacifico con altri protagonisti. Per evitare il peggio, cercano di mettere in campo una diplomazia preventiva. Ma dissuadere il colosso asiatico dal compimento di un passo letale non sarà facile.

“Se la Cina attaccherà Taiwan useremo la forza”, ha chiarito senza remore Joe Biden, pochi giorni fa. L’esperienza fatta con la Russia mostra che un regime dispotico non conosce lingua diversa dalla contrapposizione muscolare. Ne sa qualcosa l’Italia, la cui proposta di negoziato recapitata a Mosca oggi giace appallottolata nel cestino della spazzatura di Vladimir Putin. E a quanti già lamentano il mal di pancia per le dure dichiarazioni del presidente americano basta ricordare il pattugliamento congiunto di 13 ore sui mari del Giappone e della Cina orientale da parte di caccia bombardieri strategici a capacità nucleare russi Tu-95Ms e cinesi Xian H-6.

La minaccia di Pechino nel Pacifico è la dimostrazione di quanto sia falsa, ingenua e infondata la convinzione che gli Usa abbiano interesse a prolungare la guerra in Ucraina. Il problema di Washington, oggi, sta da tutt’altra parte. Da tempo la Casa Bianca ha perso interesse per l’Europa (e il Medio Oriente), proprio per prepararsi meglio al confronto nel Pacifico. Confidando troppo nella capacità dell’Europa di badare a se stessa. Viceversa, i paesi europei hanno lesinato sulle spese per la Nato e per la difesa comune, hanno aumentato la loro dipendenza energetica da Mosca, hanno lasciato campo libero al Cremlino in Cecenia, Georgia, Donbass e Crimea. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. L’indolenza del vecchio continente obbliga oggi gli Usa a mettere la toppa, investendo 40 miliardi per armare l’Ucraina contro la Russia. Una cifra mostruosa che gli americani avrebbero volentieri risparmiato in previsione della crescente aggressività di Pechino nel Pacifico. Con la proposta di un’Alleanza delle democrazie Joe Biden aveva previsto tutto. Ma i partner europei hanno fatto finta di non sentire. Nel nuovo quadro geopolitico, è tempo che l’Europa si svegli. E che i partiti italiani la smettano di tifare per i dittatori.

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Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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