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Tra voti postali, conteggi e controversie, Biden va verso la Casa Bianca

di Carlo Fusaro

Elezioni presidenziali USA ancora in bilico. A me sembra che con lentezza e margini minori del previsto Joe Biden stia vincendo: perfino nelle prossime ore se siamo fortunati. Resta possibile (anche se meno probabile di ora in ora) una vittoria di Trump. Resta possibile anche dover aspettare i prossimi giorni; ed è certa una serie di controversie giudiziarie.

Vorrei spiegare perché non ci dobbiamo scandalizzare.

1) Come funziona la faccenda dei voti presidenziali assegnati tutti a chi vince ciascuno stato (tranne le limitate, ma forse decisive, eccezioni del Maine e del Nebraska che consentono un possibile grande elettore diverso) e poi sommati a gennaio, s’è capito. NON CONTA la somma dei voti popolari: perché posso vincere di molto in uno stato medio e perdere di pochi voti in uno stato grande, mi resta un mucchio di voti popolari più del mio avversario ma perdo sui voti presidenziali se il mio avversario vince di poco nello stato popoloso.

2) Piaccia o no, funziona così da quasi due secoli. E’ il federalismo, che del resto è stato “inventato” dagli americani (l’etichetta è stata appioppata dopo dai costituzionalisti: con significato quasi opposto a quello dei padri costituenti USA). E’ la stessa ragione per cui il Senato USA conta quanto e più della Camera dei rappresentanti, e là gli Stati hanno tutti 2 seggi: che sia il minuscolo New Hampshire o l’immensa California.

3) In USA si vota anticipato e per posta, da molto tempo: non è necessario andare al seggio. Per comodità e per il Covid stavolta ciò è venuto in misura massiccia. Oltre 100 milioni di votanti PRIMA dello stesso 3 novembre, molti di più di quelli che al seggio sono andati, poi, il 3. Attenzione: il voto anticipato e postale ha i suoi difetti, ma è un’arma in più a vantaggio dell’elettore che non deve subire il fastidio e la rigidità di recarsi al seggio.

4) In USA le procedure elettorali sono disciplinate su base di stato membro: ciascuno ha la sua. Ci sono poi – perfino – differenze all’interno delle contee del singolo stato. Quindi il voto postale e il voto anticipato vengono conteggiati in tempi diversi: alcuni stati si portano avanti e cominciano giorni prima del voto al seggio, altri attendono il giorno del voto, altri la fine della votazione, altri la fine dello scrutinio al seggio. Quindi i dati che via via arrivano (dati provvisori) non sono omogenei affatto. E ci si mette molto tempo (dalla chiusura seggi).

5) Va anche detto che i dati dei risultati arrivano per lo più contea per contea: e come in Italia arrivano in genere prima i dati dei comuni piccoli e dopo le grandi città, così nei singoli stati USA, prima quelli delle contee rurali poi quelli della grandi contee di città. Per cui se c’è (come da noi!) una disomogeneità di preferenze (es.: prevalenza dei progressisti nelle grandi città rispetto alle campagne), gli esiti parziali risultano poco attendibili finché non arrivano le grandi città.

6) Non basta: vi sono alcune leggi elettorali di singoli stati che – in caso di esito molto di misura (se cioè un candidato vince con un margine sotto una certa percentuale), prevedono il riconteggio automatico (senza nemmeno che il perdente debba prendersi il fastidio di chiederlo).

7) Diverse sono le leggi statali poi, anche rispetto all’arrivo del voto postale: da noi (fo un esempio) i voti dei residenti all’estero per posta che non arrivano entro un certo giorno, vanno perduti. Negli stati USA adottano criteri variegati: li considerano tutti fino a un certo giorno, li considerano tutti fino a quelli arrivati il giorno del voto, li considerano tutti quelli arrivati anche DOPO il 3 novembre, tre giorni, una settimana, etc.! (Una gabbia di matti? no, vedi dopo)

8) Perciò fra voti anticipati e postali da conteggiare ancora, o addirittura da attendere perché in arrivo!, riconteggi automatici e quant’altro è diventato molto difficile che l’esito finale dell’elezione sia attribuito “la sera delle elezioni”, specie naturalmente nei casi di elezioni testa a testa (come nel caso del 2020).

9) E’ uno scandalo? Che le procedure dei 50 stati USA meriterebbero una certa omogeneizzazione è pacifico, che le cose potrebbero organizzarsi meglio è sicuro, ma va in ultimo tenuto conto di due elementi: uno, bello o brutto, il sistema USA prevede che la giuridica elezione del presidente avvenga a gennaio (in questo caso 2021); come che vada, perciò, Trump sarà presidente a tutti gli effetti (teniamoci forti) fino a metà gennaio 2021; quindi il tempo per fare tutti i conti per benino e per superare le controversie eventualmente insorte, c’è; due, il presidente USA è ovviamente il capo del governo federale USA; e non è che da noi regimi parlamentari europei ci mettiamo meno (ormai, con rare eccezioni) a individuare chi ci governa dopo il voto: in Italia ci mettiamo alcuni mesi, in paesi come Germania, Austria, Olanda, Belgio sei mesi o più (il record di quasi due anni ce l’ha il Belgio!) e quella di sapere la sera delle elezioni chi ci governerà è ormai – aggiungo: purtroppo – un mito di pressoché impossibile realizzazione (salvo UK). Nella stessa Francia il presidente in genere è eletto al ballottaggio, cioè dopo almeno due settimane dal voto (e poi comunque c’è da aspettare, a distanza di altri due mesi, le elezioni dell’Assemblea).

Quindi se gli americani ci mettono qualche settimana a decidere il loro presidente, non dovremmo scandalizzarci. La democrazia è anche pazienza: perfino nell’età di whatsapp e delle interconnettività 24/7.

E ora speriamo che Biden ce la faccia.

Carlo Fusaro
fusaro@lib.it

Già professore ordinario di Diritto elettorale e parlamentare nell’Università di Firenze e già direttore del Dipartimento di diritto pubblico. Ha insegnato nell’Università di Pisa ed è stato “visiting professor” presso le università di Brema, Hiroshima e University College London. Presidente di Intercultura ONLUS dal 2004 al 2007, trustee di AFS IP dal 2007 al 2013; presidente della corte costituzionale di San Marino dal 2014 al 2016; deputato al Parlamento italiano per il Partito repubblicano (1983-1984).

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