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Troppo indulgente con Putin. L’Europa non si fida più della Cina

di Vittorio Ferla

 

Niente sarà più come prima, dopo l’aggressione della Russia contro l’Ucraina. Nemmeno nelle relazioni tra la Cina e l’Europa. Lo dice a chiare lettere Ursula von der Leyen, presidente della Commissione, al termine dal summit virtuale Ue-Cina di ieri. Da una parte, con von der Leyen c’è anche Charles Michel, presidente del Consiglio europeo. Dall’altra, il premier cinese Li Keqiang e il presidente Xi Jinping, che si alternano durante i colloqui. Al termine dei quali von der Leyen precisa che le discussioni sono state “franche”, un aggettivo che in diplomazia significa che la distanza tra le parti è profonda. “Abbiamo espresso in modo franco e aperto opposti punti di vista”, spiega von der Leyen, ricordando che oggi si tratta di difendere “l’attuale sistema di relazioni internazionali fondato sulle regole, sui negoziati e non sull’azione militare”. E che la Cina “deve assumersi la responsabilità di far finire questa guerra”. Responsabilità che deriva dai rapporti di stretta amicizia che legano Xi a Putin. Dal canto suo, Michel chiede al gigante asiatico di evitare l’aggiramento delle sanzioni economiche contro la Russia. “La Cina non può fare finta di non vedere le violazioni della Russia del diritto internazionale, questi principi sono sanciti nella Carta della Nazioni Unite”, spiega Michel.

Ma il premier Li Keqiang chiarisce che Pechino “è contraria alla divisione in blocchi e a prendere parte” nella guerra dichiarata dalla Russia contro l’Ucraina. Al di là degli ovvi richiami alla ricerca della pace e alla collaborazione, gli interlocutori si mandano messaggi neanche tanto velati. Xi Jinping auspica che l’Ue “persegua una politica indipendente”. Un modo garbato per chiedere l’assunzione di una postura diversa rispetto a quella di Stati Uniti, Regno Unito e Australia, che percepiscono come una minaccia crescente le politiche espansionistiche e aggressive di Pechino, sia sul piano commerciale che sul piano militare.

Non è una novità. Nel recente passato, la Cina ha cercato di creare una frattura tra l’Ue e gli Stati Uniti offrendo in cambio all’Europa l’opportunità di un più ampio accesso al proprio mercato. Una strategia che ha avuto successo. Tanto da spingere Xi a provarci di nuovo. Ma questa volta lo scenario è radicalmente mutato. La Russia ha iniziato l’invasione dell’Ucraina poche settimane dopo l’accordo siglato a Pechino con la Cina. In quella occasione, la visita di Vladimir Putin a Xi Jinping fu l’occasione per annunciare il suo progetto politico e militare su Kiev. E i due capi di governo firmarono un memorandum comune con il quale  sancivano il declino del liberalismo occidentale e la necessità di un superamento dell’ordine internazionale.

Ecco perché nell’incontro virtuale di ieri von der Leyen inchioda il governo cinese alle sue responsabilità facendo pesare l’importanza del blocco europeo. “È in gioco la reputazione della Cina Si tratta di fiducia, affidabilità e decisioni su investimenti a lungo termine. Ogni giorno gli scambi tra Ue e Cina ammontano a 2 miliardi di euro. Quelli tra Cina e Russia a 330 milioni. Nessuno ha interesse a prolungare la guerra e a sconvolgere ulteriormente l’economia mondiale”, chiarisce la presidente della Commissione europea. Più chiaro di così…

Per l’Unione europea si tratta di una inversione di marcia radicale. In anni recenti, la strategia dell’Europa è stata ispirata dall’indirizzo della Germania. Angela Merkel ha applicato alla Russia e alla Cina il principio del Wandel durch Handel – ovvero del cambiamento attraverso il commercio – sperando che la liberalizzazione dei commerci aiutasse quei paesi a compiere passi importanti sulla strada della democrazia e della integrazione con il sistema europeo e occidentale. In modo speculare, la Cina di Xi ha lanciato il grande piano della Belt and Road Iniziative, ovvero quella “Via della Seta” commerciale che avrebbe dovuto favorire la conquista dei mercati europei e l’espansione diplomatica e geopolitica. In effetti, grazie all’aumento degli scambi commerciali Pechino è diventata il principale partner commerciale dell’Ue nel 2020. Per raggiungere i suoi obiettivi, durante il primo anno della pandemia, Pechino ha anche attivato la Mask Diplomacy – ovvero la “diplomazia delle mascherine” – basata sulla fornitura di dispositivi di protezione, ventilatori polmonari e altri materiali sanitari necessari per fronteggiare il virus (spesso rivelatisi però di qualità scadente). Il governo cinese, inoltre, ha approfittato della spaccatura esistente tra i paesi membri della Ue e delle debolezze dei paesi centrali e orientali per sviluppare rapporti privilegiati con questi ultimi: da qui nasce il il forum di cooperazione 17+1 che va dai paesi baltici fino a quelli balcanici.

Si spiega anche così la richiesta di Pechino di evitare la riedizione della divisione in blocchi formulate al vertice di ieri. Il problema è che, nel frattempo, diversi gravi episodi hanno cambiato l’atteggiamento dell’Europa. La mancanza di trasparenza sulla diffusione del virus Sars Cov-2 (che ha lasciato una scia di sospetto sull’operato del governo cinese). La repressione delle minoranze nello Xin Jiang e del popolo del Tibet insieme con lo smantellamento dei diritti civili e politici a Hong Kong (preoccupazioni rimarcate ieri da Charles Michel). La postura imperialista su Taiwan, con il rischio che l’isola possa diventare l’Ucraina del Pacifico. Le angherie commerciali e strategiche perpetrate da Pechino nei confronti dell’Australia. La conseguente nascita dell’Aukus, l’intesa trilaterale di difesa tra Usa, Uk e Australia che ha marginalizzato la Francia (Canberra ha bloccato le forniture di sottomarini da Parigi a vantaggio di quelli provenienti da Washington). Le ritorsioni della Cina contro la Lituania per aver riconosciuto una rappresentanza diplomatica di Taiwan a Vilnius, la capitale del piccolo paese baltico. Il patto “senza limiti” tra Russia e Cina con il quale le due superpotenze concordano sulla sfida all’ordine liberale, basato su democrazia, libertà e diritti umani, mentre Putin si impegna a invadere l’Ucraina dopo la chiusura delle Olimpiadi invernali di Pechino. Infine, l’atteggiamento di astensione alle Nazioni Unite e di formale equidistanza tra le parti, con il quale Xi spalleggia di fatto le devastazioni e i massacri scatenati dall’amico che siede al Cremlino. Ce n’è abbastanza per scatenare, tra i paesi europei, la paura di una recrudescenza imperialista globale moltiplicata dalla complicità tra le due autocrazie più vaste e potenti della terra. E per riavvicinare rapidamente l’Unione europea all’America di Biden, ricompattando l’occidente. Una rappresentazione di questa rinnovata unione è andata in scena alla fine di marzo a Bruxelles con lo svolgimento dei vertici Nato, Ue e G7. La porta del dialogo resta aperta, ma il messaggio che arriva ieri da Bruxelles non nasconde la possibilità di reazioni severe.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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