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Trump incriminato tiene il partito in pugno. E gli elettori repubblicani gli restano fedeli

di Vittorio Ferla

 

Donald J. Trump è comparso giovedì pomeriggio davanti a un magistrato federale a Washington per difendersi dai capi d’imputazione gravissimi formulati nei suoi confronti dal procuratore speciale Jack Smith: cospirazione per frodare gli Stati Uniti e ostruzione per impedire la certificazione del voto dopo la vittoria di Joe Biden alle presidenziali del 2020. L’ex presidente avrebbe favorito tra l’altro l’attacco al Campidoglio. Per la prima volta nella storia americana una campagna presidenziale comincia con uno dei principali protagonisti indagato, incriminato e sottoposto a processo. Trump non ha nessuna intenzione di tirarsi indietro: di fronte ai magistrati si è dichiarato non colpevole e poi ha definito il processo una persecuzione politica nei suoi confronti orchestrata da Biden. Tutto questo significa che, con ogni probabilità, la campagna per scegliere il prossimo presidente americano sarà segnata dai passaggi processuali del tycoon. Un esempio? La giudice Moxila A. Upadhyaya ha offerto tre possibili date per una prima udienza: 21 agosto, 22 agosto e 28 agosto. I pubblici ministeri hanno chiesto la prima data, mentre gli avvocati di Trump hanno richiesto l’ultima. L’udienza è stata fissata per il 28 agosto, cinque giorni dopo il primo dibattito repubblicano nelle primarie verso la competizione presidenziale del 2024. Ma queste sovrapposizioni tra percorso giudiziario e scontro elettorale si ripeteranno all’infinito. Almeno in teoria, Trump dovrà comparire in aula nei suoi molteplici processi, mentre gli altri candidati presidenziali repubblicani potranno concentrarsi sul dibattito politico. Ma sarà davvero così?

Sebbene i leader repubblicani abbiano cercato di superare la ferita del 6 gennaio chiedendo a Trump di smetterla di fare il martire, l’ex presidente va dritto per la sua strada. Ora, è vero che i repubblicani in generale non hanno mai fatto eco alle affermazioni false di Trump sulla frode di massa degli elettori da parte dei democratici: sapevano benissimo che erano accuse ridicole. Ciò nonostante, i rappresentanti del Gop hanno fatto tutto il possibile, finora, per salvare Trump dalle accuse, evitandogli l’impeachment (con l’argomento che non puoi mettere sotto accusa qualcuno che ha lasciato l’incarico) e sabotando la commissione bipartisan del Congresso che avrebbe dovuto ricostruire le responsabilità del 6 gennaio. In parte, perché vogliono salvare se stessi dall’onta del disonore che li travolgerebbe. In parte, perché il tycoon ha ancora in pugno il suo partito. Adesso, dopo l’incriminazione, Trump ritorna più che mai al centro della scena e i suoi oppositori interni che avrebbero volentieri archiviato e rimosso la vicenda saranno costretti a schierarsi o rischieranno di sparire dalla scena. Basti pensare all’ex vicepresidente Mike Pence che per lungo tempo ha cercato di circoscrivere e minimizzare la vicenda ma adesso si ritrova citato più di cento volte nelle pagine dell’atto di accusa. La verità è che nessuno dei rivali repubblicani di Trump può competere con la pubblicità gratuita che i processi gli faranno guadagnare nei prossimi mesi trasformandolo in martire della giustizia politica. Ron DeSantis, Tim Scott, Nikki Haley e Vivek Ramaswamy sanno già che, finora, la base e la macchina del partito sono succubi di Trump e che lui resta in testa nelle preferenze del popolo repubblicano. Di fronte a questo stato di cose non potranno far altro che difenderlo. La prima polemica riguarda già la sede del processo: quel District of Columbia dove Trump nel 2020 ha ottenuto a malapena il 5% dei voti e dove due residenti su cinque sono afroamericani, ovvero simpatizzanti dei democratici. Così, fin dal giorno dell’imputazione, Trump ha postato un messaggio chiaro sui suoi canali social, affermando che è “impossibile ottenere un processo equo a Washington DC che è oltre il 95% anti-Trump”. L’obiettivo è il trasferimento del processo in West Virginia, dove nel 2020 ha preso il doppio dei voti di Biden. In quali condizioni versi in proposito la classe dirigente repubblicana lo spiega bene il comportamento di Ron DeSantis, quello che, almeno in teoria, dovrebbe essere il principale rivale alle primarie repubblicane. “La realtà è che una giuria con sede nel District of Columbia incriminerebbe un panino al prosciutto e condannerebbe un panino al prosciutto se fosse un panino al prosciutto repubblicano”, ha ironizzato a Fox News il governatore della Florida per solidarietà di partito. Ma così sembra già autocandidato alla sconfitta. Infatti i sondaggi sono inclementi. Il numero di repubblicani imbevuti di complottismo che ritengono illegittima la vittoria di Joe Biden è tornato al 70 per cento. In più, secondo l’ultima rilevazione della Monmouth University, Ron DeSantis continua ad accumulare punti percentuali di distacco dal suo antagonista. Alla domanda semplice su chi vorrebbero vedere come candidato repubblicano alla presidenza nel 2024, il 46 per cento degli elettori GOP nomina spontaneamente Trump (solo 20 su cento per DeSantis). Nella domanda che elenca esplicitamente i 14 candidati già annunciati, il sostegno di Trump sale al 54 per cento, la quota di voti di DeSantis cambia poco (22) e nessun altro candidato supera il 5. Infine, nel testa a testa tra i due, Trump ottiene il 55 per cento dei consensi e DeSantis il 35. Insomma, a dispetto delle vicende giudiziarie e salvo colpi di scena, la partita delle primarie repubblicane sembra già segnata nel solco di quel populismo complottista ed eversivo che Trump ha prima cavalcato e poi moltiplicato.

Molti democratici pensano che, per bloccare il ritorno di Trump, Biden continui ad essere la persona giusta visto che lo ha già sconfitto nel 2020. Allo stato attuale, però, il sondaggio del New York Times/Siena College vede i due antagonisti alla pari con un 43 per cento di preferenze a testa. Un po’ poco visti i guai giudiziari che dovrebbero danneggiare Trump. Bisognerà poi verificare se arriveranno segnali incoraggianti per Biden dall’economia. Per adesso non sembra, ma un anno è lungo e la bilancia dei consensi oscillerà più volte.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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