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Trump, una minaccia per la democrazia americana

di Vittorio Ferla

Il 15 gennaio si terranno in Iowa i caucus repubblicani che daranno il via al processo con il quale verrà nominato il candidato del GOP per le elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America.

A differenza delle primarie – che funzionano come nomali elezioni: le persone esprimono la propria preferenza tramite posta o presentandosi ai seggi durante l’intera giornata elettorale – i caucus si tengono di sera e gli elettori per votare devono di norma partecipare di persona. Queste votazioni serviranno per scegliere il numero di delegati che ciascun candidato esprimerà nella convention che si terrà nell’agosto 2024 a Milwaukee, nella quale sarà ufficialmente indicato il nome di chi gareggerà per la presidenza. I delegati dell’Iowa saranno quaranta (l’1,6% del totale) e verranno assegnati su base proporzionale in base ai risultati ottenuti senza alcuna soglia di sbarramento.

Donald Trump detiene un vantaggio apparentemente insormontabile. Secondo la media elaborata da FiveThirtyEight, il sito di rilevazioni del celebre analista Nate Silver, l’ex presidente ha il 50% dei consensi, parecchio oltre il 18% del governatore Ron DeSantis e il 16% dell’ex ambasciatrice Nikki Haley. Trump è in vantaggio di almeno 25 punti percentuali anche in New Hampshire e South Carolina, i due stati che voteranno subito dopo l’Iowa. A livello nazionale, mantiene un vantaggio del 50% con il 62,1% dei consensi. Numeri che sembrano una sentenza visto che, nella storia, nessun candidato presidenziale forte di tale vantaggio ha mai perso la nomination nei sondaggi nazionali in questa fase delle primarie. Da questa posizione di forza, Trump sta usando la corsa ai caucus dell’Iowa per presentarsi come la vittima di una persecuzione politica ordita dal sistema giudiziario in concorso con i democratici al governo.

Il magnate deve affrontare 91 accuse penali in quattro diverse cause e il suo rifiuto di riconoscere i vincoli dello stato di diritto è una parte fondamentale della sua campagna per la presidenza. Proprio oggi la corte d’appello federale a Washington, DC, terrà un’udienza per verificare se Trump gode dell’immunità presidenziale nel processo in cui è accusato per la sovversione del risultato elettorale. Un tribunale di grado inferiore ha già respinto le tesi della difesa secondo cui Trump nel momento in cui avrebbe minato i risultati delle elezioni del 2020 godeva dell’immunità perché stava lavorando nella sua veste ufficiale di presidente per “garantire l’integrità elettorale”. L’ex presidente ha programmato di partecipare all’udienza e, se davvero sarà presente, giocherà certamente a fare la vittima di un presunto complotto politico-giudiziario contro di lui. Giovedì 11 gennaio, inoltre, il giudice del processo per frode civile di Trump a New York ascolterà le argomentazioni conclusive dell’accusa con la prospettiva di emettere una sentenza entro la fine del mese. Il procuratore generale di New York ha chiesto più di 370 milioni di dollari di penale al magnate e ai suoi coimputati e vuole interdire Trump dalla possibilità di continuare a fare affari nello stato. Anche in questo caso l’ex presidente parteciperà alle discussioni conclusive, mentre la sua squadra di avvocati ha già presentato ricorso contro la sentenza sommaria del giudice e probabilmente farà appello contro la sentenza.

Viceversa, domani mercoledì 10 gennaio Trump eviterà di partecipare al dibattito delle primarie repubblicane organizzato dalla Cnn: lì si scontreranno l’ex governatore della Carolina del Sud Nikki Haley e il governatore della Florida Ron DeSantis, nel tentativo di spuntare un po’ di consenso al loro ingombrante avversario. Ma i due candidati alternativi sembrano attualmente schiacciati dalla strategia di The Donald di ancorare la sua campagna alla menzogna di aver vinto le elezioni del 2020: una menzogna che è al centro di due dei suoi quattro processi penali che hanno contribuito a renderlo il favorito incontrastato.

Ma se queste sono le basi del confronto si capiscono bene i pericoli che la democrazia americana sta per affrontare. In caso di vittoria, Trump ha già promesso che metterà a tacere i magistrati ‘ribelli’ trasformando così il sistema politico statunitense in un abbozzo di regime autocratico più simile alle repubbliche della banane di stampo sudamericano che alle democrazie di tipo occidentale. Di fronte a questo rischio, tuttavia, sia DeSantis che Haley restano evasivi. L’elettorato repubblicano che simpatizza per Trump sposando le tesi delle elezioni rubate e del complotto giudiziario è ancora maggioritario.

Così, i due contendenti si limitano a criticare Trump per il fatto che fugge al confronto, ma non si azzardano a biasimarlo per il comportamento del 6 gennaio 2021 né hanno il coraggio di considerarlo in pubblico un pericolo per la democrazia. La nuova pubblicità elettorale di Nikki Haley recita: “Immagina un presidente con grinta e grazia, uno stile diverso, non un nome del passato”. Un tentativo per proporsi come alternativa al già visto, ma senza esacerbare i toni per paura di alienarsi totalmente le simpatie dei MAGA (Make America Great Again) trumpisti. A sua volta, DeSantis cerca di cavalcare la retorica delle elezioni rubate del 2020 per accusare Trump di non far nulla per evitarle di nuovo, garantendo l’integrità elettorale di questa campagna 2024. Si tratta insomma di attacchi cauti ed eufemistici che mostrano il timore di Haley e DeSantis di far arrabbiare gli elettori repubblicani che ancora simpatizzano per Trump e per le sue balzane idee ai limiti dell’eversione: negli ultimi mesi, tra le altre cose, Trump ha chiesto l’abolizione della Costituzione, ha accusato di alto tradimento e collusione con la Cina il generale Mark Milley chiedendo per lui la pena capitale e ha promesso di trasformare il suo secondo mandato in una campagna di “punizione” contro i suoi nemici.

Insomma, l’elezione di Trump – capace di convincere milioni di americani che il sistema elettorale è marcio – potrebbe rappresentare un pericolo per la legittimità delle elezioni americane e per le stesse istituzioni: in un sondaggio del Washington Post/Università del Maryland della settimana scorsa il 34% dei repubblicani, insieme al 30% degli indipendenti, hanno dichiarato di credere nella notizia falsa secondo cui l’FBI avrebbe organizzato e incoraggiato l’attacco di massa al Campidoglio.

Nel settembre scorso, proprio Mark Milley, il generale accusato da Trump, ha pronunciato un discorso d’addio che spiega bene il clima di emergenza democratica che si respira nel paese: “Non facciamo un giuramento a un Paese. Non giuriamo a una tribù. Non giuriamo a una religione. Non giuriamo a un re, a una regina, a un tiranno o a un dittatore. E non giuriamo a un aspirante dittatore. Non giuriamo a un individuo. Facciamo un giuramento alla Costituzione e all’idea che è l’America, e siamo disposti a morire per proteggerla”.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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