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Tutto ok per l’Europa? La Brexit vista da Londra

di Vittorio Ferla

 

Sollievo. È la parola più abusata dai commentatori per definire l’accordo sulla Brexit, raggiunto in extremis da Regno Unito e Unione Europea. In caso di “hard Brexit”, infatti, sarebbe stato impossibile evitare il ritorno indiscriminato dei dazi con i loro effetti dirompenti. Le più sollevate? Certamente le aziende britanniche: il mantenimento del commercio senza dazi con il mercato europeo di 450 milioni di consumatori – che acquista oltre il 40% delle esportazioni britanniche e fornisce più della metà delle sue importazioni – è un ottimo risultato per il premier Boris Johnson. Tuttavia, almeno all’inizio, l’accordo commerciale lascerà più povero il Paese, proprio in un momento in cui dovrà affrontare la peggiore recessione dei tempi moderni e la conseguente crisi occupazionale.

Secondo l’Office for Budget Responsibility, l’ufficio che produce previsioni economiche per il governo britannico, la nuova relazione tra Uk e Ue provocherà molto probabilmente, per il primo, una perdita di produzione tra il 4 e il 5% rispetto agli anni in cui era membro dell’Unione. “L’uscita dal mercato unico e dall’area doganale dell’UE significa costi più elevati per le aziende britanniche, che potrebbero portare a prezzi al consumo più elevati e ancora più perdite di posti di lavoro, nonché a prospettive di esportazione ridotte”, spiegano Hanna Ziady e Julia Horowitz della Cnn. Che aggiungono: “Un altro svantaggio? L’accordo copre principalmente gli scambi di merci, dove il Regno Unito ha un deficit commerciale con i vicini europei, ed esclude invece le industrie dei servizi chiave come la finanza, dove attualmente gode invece di un surplus”. Lo stesso BoJo ammette di essere insoddisfatto sul punto. Insomma, come osserva Malcolm Barr di JPMorgan, “la cattiva notizia per il Regno Unito è che l’Ue sembra essersi assicurata un accordo che le consente di mantenere quasi tutti i vantaggi che derivavano dalle sue relazioni commerciali con il Regno Unito”.

In effetti, secondo Ben Hall del Financial Times, “l’Unione europea ha raggiunto un successo indubbio”. Gli stati membri sono rimasti uniti per far fronte ai problemi derivanti dal Covid e dalla Brexit, limitandone i danni. Nell’accordo di libero scambio tra Londra e Bruxelles, l’UE conserva un ampio surplus. È stata garantita la difesa degli stati più piccoli come l’Irlanda. L’Unione ha poi garantito l’integrità del mercato interno. Infine, conclude Hall, il “caos politico nel Regno Unito ha reso più difficile la vita degli euroscettici in Europa”.

Che cosa succederà adesso? A partire dal 1° gennaio, data in cui entrerà in opera il recente accordo, la malconcia economia britannica dovrà affrontare cinque sfide.

La prima è quella delle barriere commerciali. Secondo l’agenzia delle entrate britannica, con la perdita dell’accesso illimitato all’Unione europea, le nuove attività di import ed export costeranno alle aziende britanniche 7,5 miliardi di sterline (10,3 miliardi di dollari) all’anno. Un aumento dei costi dovuto ai nuovi controlli doganali che ritarderanno le merci alla frontiera e ostacoleranno le catene di approvvigionamento, costringendo alcune fabbriche a sospendere la produzione.

La seconda sfida: sarà più difficile assumere nuovi lavoratori provenienti dall’Europa. La libera circolazione delle persone permetteva alle aziende di assumere facilmente i cittadini dell’Ue in settori come l’agricoltura, l’assistenza sociale e il servizio sanitario nazionale. Il nuovo sistema di immigrazione è progettato per ridurre il numero di lavoratori non qualificati che arrivano nel Regno Unito e porre fine alla “dipendenza del paese da manodopera poco qualificata”. Ecco perché le aziende agricole inglesi – che hanno bisogno ogni anno di 70-80 mila lavoratori stagionali per garantire il raccolto – sono già sul piede di guerra.

La terza sfida è la perdita degli investimenti. Gli analisti vedono una riduzione del Pil britannico nei prossimi anni e c’è il rischio che le società straniere – comprese le case automobilistiche giapponesi come Nissan e Honda – non vedano più il Regno Unito come una piattaforma di lancio per l’Europa. Allo stesso modo gli investimenti cinesi nell’isola diminuiscono proprio mentre aumentano in tutta Europa. Infine, le banche globali hanno trasferito alcune delle loro strutture da Londra alle città dell’Unione europea.

La sfida più importante sarà forse quella dei servizi finanziari. Come ricorda l’agenzia Ernst&Young, dal referendum del 2016, “le società di servizi finanziari internazionali hanno trasferito 1,2 trilioni di sterline (1,6 trilioni di dollari) di attività e 7.500 posti di lavoro dalla Gran Bretagna all’Unione Europea. Dublino, Lussemburgo, Francoforte e Parigi sono stati i principali beneficiari”. Ue e Uk non hanno ancora raggiunto un accordo su questo dossier ed è improbabile che le autorità europee di regolamentazione permettano a Londra di mantenere i vantaggi del mercato unico senza i suoi obblighi.

Infine – è la quinta paradossale sfida – i brexiteers più incalliti volevano liberarsi dai lacci e lacciuoli delle opprimenti regole comunitarie, ma, come ricorda il Wall Street Journal, uno degli aspetti più sottovalutati del “deal” è proprio che la burocrazia aumenterà: nelle attività di scambio merci saranno centinaia i camion da controllare, con un impatto doganale molto serio, simile gli anni pre-1993.

Ma il più divertente paradosso riguarda l’eredità che il Regno Unito lascia all’Europa. Senza gli inglesi, l’Ue non avrebbe completato due grandi conquiste della sua storia: il mercato unico e l’allargamento. Come scrive sul Guardian Fintan O’Toole, editorialista di Irish Times, “Il mercato unico è il grande risultato dell’UE: la sua protezione era, ironia della sorte, l’obiettivo principale nei negoziati sul commercio futuro con il Regno Unito. Semplicemente non si sarebbe realizzato, se Margaret Thatcher non avesse insistito. il progetto per il mercato unico era contenuto in un opuscolo dal titolo Europe – The future che Thatcher presentò ai suoi colleghi leader al vertice di Fontainebleau nel 1984”. Allo stesso modo, continua O’Toole, senza la Gran Bretagna, “non è affatto scontato che l’Ue avrebbe risposto con tanta audacia alla caduta del muro di Berlino, integrando anche gli stati del Patto di Varsavia”. Ancora una volta, ricorda O’Toole, “è stata la Thatcher a proclamare l’obiettivo dell’allargamento nel discorso di Bruges nel 1988. I colloqui sull’adesione furono aperti proprio sotto la presidenza britannica. Così come si deve a Tony Blair, in seguito, la spinta per l’adesione di Romania e Bulgaria”. Per contro, la partecipazione alla vita dell’Unione ha permesso al Regno Unito di metabolizzare il declino imperiale e di risolvere pacificamente il conflitto in Irlanda del Nord.

Adesso però l’Uk, dopo aver messo alle spalle il passato di superpotenza globale prima e quello di stato membro dopo, sembra diretta verso un futuro incerto. Una voce fuori dal coro è quella del Wall Street Journal. Secondo il quotidiano economico, dopo un difficile addio, con la Brexit potrebbe arrivare per il Regno Unito una nuova “epoca di prosperità” nella quale le imprese britanniche potrebbero scoprire che “si può continuare a commerciare con successo senza l’ossessione dell’Unione europea per la convergenza regolatoria”. In più, nei quattro anni di quasi-Brexit dal 2016 ad oggi, Londra non ha mai perso il suo status di capitale finanziaria europea. Secondo un rapporto di TheCityUK, il Regno Unito rimane il più grande esportatore netto di servizi finanziari al mondo, con un surplus commerciale di 60,3 miliardi di sterline (81,6 miliardi di dollari) nel 2019 che supera rivali come Stati Uniti, Svizzera e Singapore. Secondo il Center for Economics and Business Research l’uscita dall’Ue non impedirà al Regno Unito, probabilmente la quinta economia più grande del mondo nel 2020, di essere una delle economie con le migliori prestazioni nei prossimi 15 anni. Insomma, con l’addio di Londra anche l’Europa ha perso qualcosa.

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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