Ue, la sfida dell’allargamento per limitare l’influenza di Mosca - Fondazione PER
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Ue, la sfida dell’allargamento per limitare l’influenza di Mosca

di Vittorio Ferla

 

Nel discorso sullo Stato dell’Unione che pronuncerà oggi al Parlamento europeo, Ursula von der Leyen rivendicherà la fermezza della Commissione da lei presieduta nel sostegno all’Ucraina e insisterà sulla necessità dell’ingresso di Kiev nella Ue, non appena le condizioni saranno mature. La domanda ufficiale di adesione dell’Ucraina risale al 28 febbraio 2022, subito dopo l’invasione della Russia. Pochi giorni dopo, il 3 marzo arriva anche la domanda della Moldavia. I due paesi – entrambi ex repubbliche dell’Unione sovietica – hanno acquisito lo status di candidato molto rapidamente, il 23 giugno 2022, sull’onda della reazione europea all’aggressione del Cremlino. Del resto, la motivazione dell’assalto russo all’Ucraina è stato proprio l’allarme rosso per il desiderio di Kiev di aderire all’Unione europea. Nel novembre del 2013 i moti di Euromaidan contro il governo filorusso guidato da Viktor Janukovyc, all’indomani della decisione di sospendere le trattative per l’accordo di associazione tra l’Ucraina e la Ue, sfociarono nella rivoluzione del 2014 e nella fuga del presidente. Un evento che scatenò la furia di Vladimir Putin. La risposta di Mosca fu immediata con l’annessione della Crimea. L’invasione di febbraio 2022 rappresenta soltanto il secondo tempo di una brutale iniziativa radicata nella paura di Putin di perdere definitivamente l’ex repubblica sovietica a vantaggio dell’Europa, proprio nel momento in cui la paranoia imperialista e panslava del Cremlino diventa l’unico rifugio per resistere alla progressiva perdita di senso e di influenza. Oggi i paesi membri – comprese la Francia e la Germania – hanno capito che i ritardi europei nell’accoglienza dell’Ucraina hanno lasciato campo aperto alla furia bellicista della Russia. Ecco perché la settimana scorsa, in una conversazione con il quotidiano europeo Politico, la ministra francese per gli affari europei Laurence Boone ha chiarito che la Ue “dovrebbe aiutare i paesi candidati a opporsi a Vladimir Putin inviando un messaggio chiaro sulle loro prospettive di adesione”. E che molti di questi paesi sono i principali obiettivi delle campagne di influenza russe che mirano a indebolire il sostegno all’Ue e a tenerli fuori dal blocco. Pertanto l’Ue deve essere “chiara ed equilibrata” su ciò che è necessario affinché possano aderire. L’adesione alla Ue, in passato vista come un potenziale sgarbo all’ingombrante vicino russo, ora è vagheggiata come barriera indispensabile contro l’espansionismo di Mosca. E il sogno dell’Ucraina di aderire all’Ue, benché lontano (difficilmente Bruxelles potrebbe ammettere un paese in guerra), non è più irrealizzabile. Del resto, come spiega un editoriale del Washington Post dei giorni scorsi, “l’Ucraina merita di aderire all’Ue, ma ha del lavoro da fare per far valere la sua causa”. Molto dipenderà dalla capacità del presidente Volodymyr Zelensky di vincere la sua battaglia contro la corruzione nel paese, un fattore invasivo nelle istituzioni pubbliche che rischia di delegittimare e rallentare il processo di adesione. Zelensky ha affermato in numerose occasioni che “la corruzione è una forma di tradimento”. Si capisce perché: fino a quando il paese non darà garanzie in questa direzione sarà difficile integrarlo tra i membri dell’Unione.

Dal canto suo, anche la piccola Moldavia vuole velocizzare il processo di adesione per rintuzzare i tentativi di destabilizzazione da parte di Mosca. Nel maggio scorso decine di migliaia di moldavi sono scesi nella piazza centrale della capitale Chișinău, sventolando bandiere e cartelli pro-Europa, spinti dallo stesso governo. “L’adesione all’Ue è il modo migliore per proteggere la nostra democrazia e le nostre istituzioni”, ha assicurato la presidente della Moldavia Maia Sandu. La Moldavia deve affrontare la sfida titanica di resistere ai tentativi sistematici della Russia di trasformarla in uno stato satellite da utilizzare nel conflitto contro l’Ucraina. Finora il governo di Chișinău ha resistito, ma il paese poggia su istituzioni molto deboli, frutto di una cultura oligarchica informale e corrotta ereditata dalla dominazione sovietica. La sfida più grande resta quella della regione separatista della Transnistria, nell’est della Moldavia, una striscia di terra lungo il confine con l’Ucraina, che ospita quasi mezzo milione di persone, governata dalla caduta dell’Urss dai separatisti filo-Mosca, dove sono stanziati circa 1.500 soldati russi nonostante il governo moldavo abbia chiesto di smobilitare e dove uno dei più grandi depositi di armi del continente conserva circa 20 mila tonnellate di munizioni dell’era sovietica.

L’influenza della Russia è un ostacolo anche nel caso della Serbia. La richiesta formale di Belgrado di accesso all’Ue risale al 2009, ma il paese tende a non allinearsi su alcuni dossier chiave – sull’invasione russa dell’Ucraina la Serbia ha preferito la neutralità – cosa che rende la pratica serba invisa a molti paesi europei. Sulla Serbia incombe anche il sospetto provocato dal rifiuto di allinearsi alle sanzioni contro Mosca. Di recente, il presidente serbo Aleksandar Vučić ha assicurato che l’ingresso nella Ue è la strada maestra per il suo paese, ma proprio alla fine di agosto ha pure ribadito di essere contrario alle sanzioni imposte nei confronti della Russia. Ecco perché gli eurodeputati hanno approvato delle risoluzioni per sospendere i negoziati di adesione fino a quando Belgrado non cambierà linea definitivamente. Tuttavia, le cancellerie europee e le istituzioni di Bruxelles sanno bene che rallentare l’integrazione dei Balcani lascia spazio a Mosca. Proprio per questo motivo, il 2022 ha visto un nuovo, forte impulso nei negoziati di adesione di Albania e Macedonia del Nord, l’entrata nell’euro della Croazia e la concessione dello status di Paese candidato alla Bosnia-Erzegovina, assieme all’Ucraina e alla Moldavia. E sullo sfondo c’è sempre il fantasma della Turchia, la cui domanda di adesione risale al lontano 1987, mentre lo status di candidato è stato concesso alla fine del 1999. Ventitré anni di attesa che si spiegano facilmente: la Turchia è ancora una ‘democratura’ (Draghi definì Erodgan “dittatore”) e risulta ancora una presenza geopolitica assai ambigua e ingombrante, divisa com’è tra l’appartenenza alla Nato e la politica di amicizia verso Putin.

In definitiva, appare evidente il nesso che lega le candidature all’Ue, rendendole più urgenti: sottrarre influenza alla Russia per rafforza la sicurezza europea.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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