Uk, gli immigrati (a punti) al tempo della Brexit | Fondazione PER
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Uk, gli immigrati (a punti) al tempo della Brexit

di Vittorio Ferla

 

“Non appena il nuovo sistema di regole dell’immigrazione comincerà a chiedere ai lavoratori stranieri maggiori qualifiche e la capacità di parlare inglese le aziende dovranno formare più lavoratori britannici per occupare i posti vacanti”. Sa tanto di sovranismo l’annuncio di Priti Patel, la ministra dell’Interno britannica, nata a Londra da una famiglia di origini indiane e ugandesi, considerata uno dei falchi dell’amministrazione Johnson. Proprio ieri la Patel, in una serie di interviste televisive e radiofoniche, ha affermato che in Gran Bretagna “ci sono otto milioni di persone di età compresa tra i 16 e i 64 anni che sono ‘economicamente inattive’ e che in futuro potranno ricevere le competenze per svolgere lavori in tutti quei settori in cui potrebbero emergere delle carenze a causa del nuovo sistema di regolamentazione dell’immigrazione basato sui punti”.

I piani del governo annunciati dalla Patel prevedono, infatti, che il visto di lavoro che entrerà a regime dopo la Brexit potrà essere concesso solo ai richiedenti – europei e non – che abbiano un minimo di 70 punti. E i punti verranno attribuiti (10 o 20 per voce) soltanto a chi avrà già in mano offerte di lavoro da 25 mila sterline all’anno in su, titoli di studio specifici (come Phd), qualificazione per settori con carenza occupazionale nel Regno Unito e conoscenza dell’inglese. Il modello a punti di tipo “australiano”, promesso da tempo dal governo di Boris Johnson, crea però molti allarmi. Le opposizioni contestano la strategia, sostenendo che il modello australiano filtra sì, ma pure incoraggia l’immigrazione, mentre questa versione minaccia di scoraggiarla tout court.

La Confindustria britannica e gli enti di categoria – agricoltura, ospitalità, assistenza – temono che il nuovo sistema possa causare carenza di manodopera. Che cosa prevede in concreto la nuova politica di immigrazione? Il documento del governo non si limita ad affermare che i confini del Regno Unito saranno chiusi ai lavoratori non qualificati e che tutti i migranti dovranno parlare inglese. In più, gli stranieri che verranno a lavorare nel Regno Unito potranno farlo soltanto sulla base di un’offerta di lavoro con una soglia salariale di 25.600 sterline. Sarà accettabile un “piano” salariale più basso – pari a di 20.480 sterline – solo in pochi casi speciali in cui potrebbe esserci una carenza di manodopera, come, per esempio, nelle cure infermieristiche. Divieto di ingresso, viceversa, per i lavoratori autonomi: non ci sarà più spazio, pertanto, nel Regno Unito, per gli idraulici polacchi o i muratori rumeni che arrivano un contratto di lavoro regolare. Aumenteranno i controlli di frontiera sulle carte d’identità da paesi come Francia e Italia allo scopo di reprimere quei lavoratori extracomunitari che cercano di superare il sistema di sbarramento con documenti contraffatti o rubati. L’unica notizia positiva è che il limite al numero di lavoratori qualificati viene demolito e un piccolo numero di lavoratori altamente qualificati potrà entrare senza lavoro.

“Lavori che il governo considera poco qualificati sono fondamentali per il benessere e la crescita delle imprese”, dice Tom Hadley, direttore della Recruitment and Employment Confederation. “L’annuncio minaccia di escludere lavoratori di cui abbiamo bisogno per fornire servizi di pubblica utilità, per prenderci cura degli anziani, costruire case e mantenere forte l’economia”. Anche per questi motivi, il Labour ha chiesto di assicurare almeno delle eccezioni in settori strategici quali la sanità, dove i ruoli infermieristici sono coperti attualmente in buona parte da stranieri.

Kate Nicholls, amministratore delegato di Uk Hospitality, aggiunge che “escludere una via di ingresso per i lavoratori migranti scarsamente qualificati in soli 10 mesi sarebbe disastroso per il settore dell’ospitalità e per il popolo britannico e, in più, potrebbe scoraggiare gli investimenti”. La direttrice generale della Confindustria britannica, Carolyn Fairbairn, se, da un lato, apprezza la rimozione dei limiti all’accoglienza di lavoratori qualificati, dall’altro vede rischi in altri settori: “con una disoccupazione già bassa, le aziende che si occupano di assistenza, edilizia, ospitalità, cibo e bevande potrebbero essere le più colpite”. Anche il settore dell’ospitalità sarà regolato con il cosiddetto “visto da barista” per le caffetterie, nonostante già da due anni l’impresa Pret A Manger avverte che, per quella posizione, solo un candidato su 50 è britannico.

Nel corso di una intervista in diretta alla ministra dell’Interno, i giornalisti di Bbc Radio 5 hanno cercato di far notare che la fattibilità di un piano di formazione di otto milioni di persone inattive è molto complicato visto che si parla principalmente di studenti, disoccupati di lunga durata, pensionati e persone con responsabilità di cura. Ma Patel ha risposto seccamente: “le aziende dovrebbero puntare di più sui potenziali lavoratori britannici, aiutandoli a migliorare le loro competenze e rendere le loro competenze rilevanti per il mercato del lavoro”. Inoltre, per la ministra, “il 20% delle persone in età lavorativa disponibili sono inattive e possono essere incoraggiate a lavorare”.

Così, il governo conferma, tra le altre cose, che i camerieri, le cameriere e i lavori ‘elementari’ in agricoltura e pesca saranno spostati dall’elenco dei lavoratori specializzati e quello dei non qualificati in linea con le raccomandazioni del Comitato consultivo per le migrazioni. Per i tanti giovani italiani in cerca di fortuna in Gran Bretagna si prospettano tempi difficili.

 

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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