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Un grande futuro dietro le spalle: se ritorna il virus dello Stato tuttofare

di Alberto De Bernardi

 

Anche a distanza di diversi decenni la felice espressione coniata da Vera Zamagni per sintetizzare il cammino di sviluppo che ha caratterizzato l’Italia negli ultimi due secoli – dalla periferia al centro – resta ancora oggi sostanzialmente valida.

 

Ritornare al centro

Questo percorso innanzitutto rappresenta un’eccezione rispetto agli altri paesi europei con cui l’Italia ha dovuto competere per tornare al centro del mondo sviluppato e rimanerci, perché, si tratta della replica di un viaggio già effettuato nel Medioevo, quando le grandi città-stato mercantili, industriali e finanziarie avevano messo il nostro paese al centro dell’economia continentale.

Quella posizione già alla fine del XV era irrimediabilmente perduta e nei tre secoli successivi un inarrestabile declino aveva travolto il nostro paese che lo aveva sospinto tra le periferie povere dell’Europa mediterranea. Una economia periferica esportatrice di derrate agricole e di semilavorati manifatturieri, pienamente inserita nelle dinamiche della dipendenza, tecnologica e finanziaria, ma con qualche risorsa supplementare che gli derivava da quel glorioso passato: una rete di grandi città, università prestigiose, un patrimonio culturale notevole, aree agricole avanzate inserite nei mercati mondiali, qualche primato produttivo come la sericoltura.

Agli inizi del secolo scorso una buon tratto di quel tragitto era stato percorso e nel nostro paese erano già visibili alcuni fattori che stanno alla base della organizzazione economica e della riproduzione sociale nelle società industriali: il peso crescente del settore secondario nelle strutture economiche su cui si regge lo sviluppo, la presenza di disomogeneità territoriali nella crescita con aree trainanti inserite nei mercati internazionali e aree periferiche arretrate, la presenza di una amministrazione statale centrale, un sistema politico liberale aperto all’agire di diversi partiti politici e una spazio pubblico in via di formazione, forme della cittadinanza e costruzioni ideologiche e simboliche che presiedono alla partecipazione politica proprie di una società di massa moderna.

Sono tutti segni inequivoci dello sforzo che ogni periferia deve compiere per provare a trovare una nuova collocazione nella divisione internazionale del lavoro che con una semplificazione estrema si potrebbe riassumere nei termini di un processo, tortuoso e lento, di adeguamento dell’ordine interno al ordine mondiale, sempre cangiante, sia dal punto di vista dei cicli di sviluppo sia da quello dell’organizzazione statale, nel quale le forze sociali sono chiamate a rimodellare e ridefinire i caratteri strutturali di lunga durata ereditati dal passato in funzione di input esterni: tanto più le spinte esterne sono potenti e tanto più elevate sono le capacità di ricezione delle forze interne, più rapidi e profondi risultano i processi di cambiamento.

 

Il ruolo dello Stato nell’industrializzazione

Come è stato possibile riuscire a rifare quel difficile cammino per un paese povero di quelle risorse naturali e economiche che hanno consentito l’industrializzazione di altri paesi? E’ opinione comune tra gli storici che tra gli attori che maggiormente hanno favorito la formazione di quelle condizioni strutturali capaci di consentire alle economie periferiche o semiperiferiche, come l’Italia a cavallo tra Otto e Novecento, di agganciarsi alle dinamiche dello sviluppo capitalistico, nonostante i ritardi accumulati, lo stato abbia giocato un ruolo decisivo. Senza l’intervento pubblico l’Italia, ma neanche la Germania o la Spagna, sarebbero potute diventare paesi industriali e raggiungere le “lepri” first comers, come la Gran Bretagna o l’Olanda e in parte la Francia, che si erano incamminate molto prima sulla via dell’industrialismo.

Ma questo ruolo non è stato sempre uguale a se stesso: cambia nel tempo perché anch’esso è chiamato a seguire quegli input esterni che modificano le strutture profonde del capitalismo e la divisione internazionale del lavoro; e cambia perché si modificano gli strategie economiche del potere politico.

 

Lo Stato come fattore sostitutivo

Tra il 1880 e la Grande Guerra prende forma il primo modello di intervento dello stato nell’economia che si dispiegò in due direzioni.

Innanzitutto si assunse l’onere di dotare il paese di una moderna rete di infrastrutture, fino alla nazionalizzazione delle ferrovie, a cui si aggiunsero gli interventi per la creazione della marina militare, poi dell’aviazione, e per il potenziamento degli armamenti, che trovarono il loro acme nello sforzo di sostenere l’impegno militare fino alla vittoria del ‘18.

Lo stato crea in sostanza una domanda artificiosa sostenuta dalla spesa pubblica che potenzia quella debole che proveniva dal mercato interno, e che fa da moltiplicatore delle capacità produttive del sistema industriale. Queste scelte, che combinavano, sovvenzioni e commesse pubbliche, favorirono la nascita delle grandi imprese siderurgiche e meccaniche che consentirono il decollo industriale italiano nel primo decennio del Novecento.

Questo intervento venne ulteriormente sostenuto dalla scelta protezionista che garantiva il pieno sfruttamento del mercato interno, per imprese che in un contesto liberoscambista avrebbero avuto ben poche possibilità competitive con quelle tedesche, francesi o inglesi.

Dietro al circuito virtuoso che innescò la «prima onda» dell’industrializzazione italiana si collocava, dunque, lo stato che, attraverso l’incremento della spesa pubblica, costituì il fattore «sostitutivo» delle autonome dinamiche del mercato, creando “sbocchi” per la produzione industriale, altrimenti assenti o molto ristretti. Lo stato si assunse dunque l’onere di stimolare la costruzione della base industriale, forzando l’iniziativa privata, compensandone le carenze e i limiti e favorendo il superamento di quella fisionomia agraria dell’economia italiana che la connotava all’atto dell’unificazione.

 

La politicizzazione dell’imprenditoria

Lo stato non si limita però a aiutare l’industrializzazione, ma collocandosi al centro di un reticolo di interessi industriali e finanziari, formato dalle grandi società ferroviarie, dalla industria siderurgica, dagli armatori, dagli industriali meccanici, dai promotori dell’industria elettrica e dalle grandi banche miste, diventa di fatto l’effettivo promotore del gruppo di comando dell’economia nazionale.

Questo intervento favorì il primo effettivo avvicinamento dell’Italia al centro dell’economia europea, ma non fu neutrale, perché nel definire il rapporto tra lo stato e il mercato, da un lato, legava strettamente il destino dell’impresa al potere politico e d’altro canto, «politicizzava» il ruolo dell’imprenditoria, il cui big business dipendeva dal successo e dalla forza di quelle componenti della classe politica portatrici di un disegno nel quale nazionalismo e industrialismo erano strettamente connessi.

Per questo blocco industriale siderurgico-cantieristico-meccanico già dall’epoca di Crispi lo sviluppo dell’impresa non risponde solo a criteri di efficienza legati alla riduzione dei costi produttivi attraverso l’ottimizzazione delle dimensioni e l’innovazione tecnologica, ma deriva soprattutto dalla capacità di concorrere alla formazione di un ambiente politico favorevole per negoziare con il governo aiuti e commesse.

Ma come è noto questo modello di industrializzazione riguardò mezza Italia: infatti Mezzogiorno rimase, almeno fino agli anni Cinquanta, un’«altra Italia», sospesa alle soglie dello sviluppo industriale e della modernizzazione, con un reddito pro capite dimezzato rispetto a quello delle regioni del triangolo industriale e dove solo la grande fuga migratoria rappresentava per milioni di contadini poveri l’unica opportunità di ascesa sociale.

 

Tra le due guerre: lo Stato nell’economia e l’invenzione di Nitti

In questo quadro il ventennio fascista non rappresentò nulla di sostanzialmente nuovo, al di là delle inefficienti bardature corporative, quanto piuttosto una «variante» nazionale estrema di un modello di capitalismo “organizzato”, dipendente dalla “mano visibile” dello stato, che costituì l’esito del processo di riorganizzazione dell’economia europea dopo la crisi degli anni settanta dell’Ottocento e che la Prima guerra mondiale aveva accentuato fortemente. L’azione del fascismo comportò piuttosto l’ulteriore dilatazione del ruolo dello stato nel controllo e nell’indirizzo delle dinamiche economiche e un intreccio ancora più stretto tra protezionismo, imperialismo e intervento pubblico finalizzato alla realizzazione del progetto totalitario che si tradusse in una simbiosi ancora più solida tra stato e impresa, tra politica ed economia.

Ma il periodo tra le due guerre fa dell’Italia anche il laboratorio di intervento dello stato nell’economia unico nel suo genere: la creazione di istituzioni pubbliche autonome e indipendenti dall’amministrazione statale a cui era affidato il compito di realizzare funzioni di stimolo e di sopporto allo sviluppo economico.

Le origini di questi enti non avevano nulla a che vedere con il fascismo anche se quel regime politico ne sviluppò il numero e il campo di intervento, ma si collocarono nell’azione e nelle elaborazione progettuale di quella tecnocrazia liberal-progressista sorta nell’Italia giolittiana e i cui maggiori esponenti furono Francesco Saverio Nitti, Alberto Beneduce e Bonaldo Stringher.

Questo gruppo di manager, e in particolare Nitti che tra guerra e dopoguerra svolse ruoli apicali nel sistema politico, era convinto che solo lo stato potesse mobilitare quelle ingenti risorse necessarie a portare a compimento l’industrializzazione e la modernizzazione del paese, ma che per farlo era necessario dotarsi di strumenti di intervento agili e indipendenti, pubblici ma non statali, in grado di sostenere lo sviluppo di settori e imprese strategiche drenando e orientando la massa dei risparmi privati.

 

La creazione dell’Iri e la scelta autarchica

Un’operazione straordinariamente complessa che negli anni Venti dette vita all’Agip per mettere in connessione industria energetica e motorizzazione, e alle telecomunicazioni, ma che soprattutto negli anni Trenta, di fronte alla crisi economica globale fece un salto di qualità con la creazione dell’Iri.

Nato come ente provvisorio, estraneo al dirigismo corporativo, per gestire la crisi delle grandi banche travolte dal crollo industriale, l’IRI si trovò ben presto a gestire l’intera struttura creditizia italiana e tramite essa una fetta cospicua del capitale azionario italiano che lo proiettava in vetta all’elenco dei maggiori imprenditori italiani: si trovò infatti a capo della quasi totalità dell’industria degli armamenti, dei servizi di telecomunicazione di gran parte dell’Italia, di un’altissima quota della produzione di energia elettrica e dell’industria siderurgica civile, tra l’80% ed il 90% del settore di costruzioni navali e dell’industria della navigazione.

Alla vigilia della Seconda guerra mondiale si era così venuta formando una potenza industriale unica nel suo genere, che riusciva a muoversi, per l’autorevolezza dei suoi dirigenti, al di fuori di una logica strettamente statalista, assunta ideologicamente dal regime con la scelta autarchica, ma restando comunque impigliata in regole del gioco economico estranee all’economia di mercato, negata dal dirigismo corporativo totalitario, ma anche temuta dagli interessi dell’oligarchia che rappresentava il capitalismo italiano, abituata a lucrare rendite di posizione in un sistema che l’aveva messa al riparo dalla concorrenza e dal conflitto sociale.

Si delinea dunque un ircocervo che si incunea tra stato e mercato e che in qualche modo rappresenta entrambi e che avoca a sé la progettazione del futuro industriale del paese, supplendo all’incapacità programmatoria delle corporazioni e ai ristretti orizzonti degli imprenditori italiani: un ircocervo che opera in un mercato asfittico corporato e chiuso, che non stimola e regola l’iniziativa privata, ma la integra e la surroga, facendosi carico dello sviluppo nella convinzione essere l’unico depositario delle chiavi fondamentali della “via all’industrializzazione italiana”.

 

La Repubblica democratica sperimenta l’economia mista

Questo imponente complesso di capitali, imprese, enti, competenze tecnocratiche, manager costituisce la più pesante eredità del fascismo che, però, la Repubblica democratica non smantella , come volevano i liberali, ma assorbe e potenzia – con la creazione dell’Eni e in parte con l’istituzione della Cassa del Mezzogiorno e gli enti ad essa connessi – per metterlo al centro del più originale esperimento di economia mista dell’Occidente.

Ad esso infatti le élite politiche riformatrici, che in parte operano nella Dc, in parte si riconoscono nel partito repubblicano, socialdemocratico, socialista e nella tradizione azionista che tutti li innerva, in parte anche nel mondo imprenditoriale modernizzatore, attribuiscono non solo il compito di definire gli indirizzi strategici dello sviluppo, ma anche di risolvere la questione meridionale attraverso la leva dell’allargamento della base produttiva.

Come ha sostenuto Fabrizio Barca, il compromesso tra queste forze sostiene e rafforza l’”opzione nittiana” di un intervento pubblico affidato a enti autonomi che “sovvenzionano” l’economia, mentre lo stato rinuncia a regolare il mercato con politiche specifiche sulla concorrenza, sulla trasparenza della governance delle imprese, sull’efficentamento dell’amministratore pubblica e sulla tutela dei consumatori, capaci di sgretolare i caratteri familisti, relazionali, protezionistici e privatistici dell’imprenditorialità italiana.

 

Intervento straordinario, politiche di protezione e Stato imprenditore

Ma tra gli anni cinquanta e sessanta l’”intervento straordinario”, diventato ordinario dopo la creazione del Ministero delle partecipazioni statali, nonostante fosse già allora ben visibile la vulnerabilità clientelare e quindi dissipatoria delle relazioni incestuose tra politica ed economia che sottendevano il modello di sviluppo, svolge uno ruolo propulsivo della crescita economica di notevole rilievo, che non può essere sottaciuto e minimizzato: dota il sistema economico italiano di un accesso al credito favorevole e di quelle industrie di base nel campo energetico, siderurgico, infrastrutturale e delle telecomunicazioni, indispensabili per fornire le risorse fondamentali dello sviluppo a una molteplicità di settori manifatturieri da cui dipende il nuovo big spurt dell’economia italiana.

Inoltre in una fase cruciale nella quale l’industria italiana è chiamata a confrontarsi con la concorrenza internazionale per il ritorno al libero scambio stabilito dal “vincitore” della Seconda guerra mondiale, le forniture garantite dall’industria pubblica, combinate con le agevolazioni fiscali, si configurano anche come una sorta di sistema protettivo indiretto che consente a una struttura produttiva che si era venuta formando nell’ambiente autarchico del fascismo, di reggere la sfida del mercato e di ridefinire un nuovo profilo del capitalismo italiano capace di muoversi con prontezza e abilità nelle dinamiche del grande ciclo di sviluppo che occupò gran parte della seconda metà del Novecento.

Infine, anche se fino agli anni settanta al lavoro vengono distribuite modeste quote di reddito, seppur sufficienti a fare entrare nell’economia del benessere i ceti meno abbienti, lo “stato imprenditore”, attraverso la creazione dell’Intersind, favorisce la creazione di relazioni industriali più moderne, estranee alla tradizione corporativa consolidata in gran parte della tradizione giuslavorista italiana, spingendo anche Confindustria ad accettare nuovi modelli di relazione tra capitale e lavoro che non si limitano a definire migliori condizioni di vita della classe operaia in fabbrica, ma si avventurano nel difficile cammino dell’allargamento dei diritti sociali e civili dei lavoratori che avrebbe trovato il suo suggello nello Statuto dei lavoratori del ’70 e nella definizione del welfare universalistico nel decennio successivo.

 

L’evoluzione dirigista, il prezzo pagato per tornare al centro dello sviluppo

Finalizzare allo sviluppo, alla dilatazione della domanda, alla riduzione delle diseguaglianze territoriali enti che erano nati per tutt’altri fini, rappresenta uno dei maggiori successi della Repubblica dei partiti e del compromesso progressista su cui era nata la repubblica, anche se questa scelta ha comportato una innalzamento a soglie inusitate del ruolo dirigista dello stato nell’economia, seppur comune a molti modelli di capitalismo regolato statalmente che si impongono in Europa nel secondo dopoguerra.

Potremmo dire che è stato il prezzo pagato per “tornare al centro” da parte di un paese che soltanto un secolo prima era una periferia agraria, povera e arretrata e che aveva bisogno di uno straordinario collettore di risorse per avvicinarsi al cuore propulsivo dello sviluppo e competere con quei paesi che già lo occupavano.

Questo modello di sviluppo ha tenuto fino a quando sono rimasti intatti i fattori economici e politici che avevano alimentato il più grande ciclo di sviluppo della storia del capitalismo, al cui interno la forza e la densità della crescita riesce a preservare da ingerenze politiche manipolatrici le finalità produttivistiche delle imprese pubbliche garantite dall’autonomia degli enti di gestione e fino a quando l’esplosione del conflitto sociale non impone la necessità di una più efficace redistribuzione dei reddito costringendo i partiti e al governo di svolgere una crescente opera di mediazione sociale tra sindacati e imprese, nella quale le aziende pubbliche vengono coinvolte come fattore di stabilizzazione sociale.

Trasformare l’impresa pubblica nata per sostenere lo sviluppo e risolvere le diseguaglianze territoriali in una componente del welfare a difesa dell’occupazione e dei salari produce effetti distorsivi sull’efficienza economica e produttiva delle grandi imprese pubbliche, che soltanto l’intensità dello sviluppo degli anni sessanta riesce a coprire, ma che sono destinate prima o poi a diventare esplosive.

 

I partiti gestori dell’impresa pubblica

Il cambiamento delle finalità di quella imponente costruzione economica fatta di banche e di imprese per piegarla a sostegno degli equilibri politici e sociali e riuscire a procrastinare nel tempo quella modernizzazione senza riforme nel quale precipita il disegno politico del Centrosinistra dall’ultimo governo Moro fino all’esperimento della solidarietà nazionale, mette al centro la politica e i partiti come effettivi gestori dell’impresa pubblica che ne corrode l’autonomia e l’indipendenza.

Da qui derivano:

– il clientelismo e la corruzione che si insinua nelle pratiche aziendali come fisiologia e non come patologia,

– l’uso degli enti pubblici per sostenere i redditi invece che la produzione,

– le scelte di politica industriale del tutto errate per rispondere alle sollecitazioni dei poteri locali e delle organizzazioni sindacali,

– infine la necessità di un controllo sempre più stringete dei partiti sui manager pubblici, perché rispondessero ai loro interessi di corrente o di insediamento territoriale.

 

La crisi degli anni Settanta

Con la crisi degli anni settanta e la fine dell’epoca fordista e il forte appannamento dell’ipotesi keynesiana, tutta l’architettura dell’economia mista cominciò a vacillare, travolta dal collasso del capitalismo statalmente organizzato e della grande impresa meccanizzata che lo aveva sostenuto.

La grande impresa pubblica negli anni Settanta-Ottanta, ancor più intensamente di quella privata, subì il cambiamento del ciclo economico, perché legata a settori produttivi sempre meno competitivi sui mercati internazionali e sui quali maggiormente operava il decentramento produttivo su scala mondiale. Ma anche perché si rivelò insostenibile il disegno dell’industrializzazione del Mezzogiorno, che aveva costituito la sua più importante missione.

 

La rinuncia allo sviluppo e la difesa dei redditi delle famiglie

Nel crogiolo della nuova crisi strutturale la scelta delle classi dirigenti fu quella di ridimensionare ulteriormente ogni disegno programmatore dello sviluppo e di concentrare l’intervento, come ho detto, a difesa dei redditi delle famiglie, utilizzando gli investimenti nelle imprese a partecipazione statale, i trasferimenti agli enti pubblici e alle amministrazioni locali, le risorse immesse nelle aziende nazionalizzate e nei servizi sociali, essenzialmente per la difesa dei livelli occupazionali e il sostegno ad attività marginali e arretrate.

I dati parlano chiaro: quasi per intero la somma delle spese effettuate dallo stato nelle province meridionali (che nel decennio 1975-1985 oscillò intorno a 40.000 miliardi annui, quasi il doppio rispetto al ventennio precedente) venne utilizzata per garantire un’artificiosa vitalità ad aziende e settori produttivi destinati a un irreversibile declino, per avviare opere pubbliche degli enti locali spesso mai portate a termine, per dilatare a dismisura il pubblico impiego e per sostenere tumultuosi processi di terziarizzazione che coinvolgevano anche nel Sud le aree metropolitane: processi fondati essenzialmente sulla crescita di attività commerciali, artigianali e professionali arretrate e nati per difendere attività agricole poco competitive. Alle attività produttive in senso proprio giunsero soltanto le briciole.

 

Verso il collasso

Inoltre solo in alcune imprese pubbliche particolarmente efficienti si verificò il passaggio dal fordismo al toyotismo che trasformava la fabbrica in uno spazio produttivo integrato, nel quale vengono create componenti comuni utilizzabili su di una gamma di prodotti flessibile e diversificata in ragione della domanda del mercato, posto sotto il controllo di sistemi informatici sempre più sofisticati.

Grandi glorie del capitalismo pubblico e privato, dalla Breda all’Italsider, dalla Pirelli alla Ignis, dalla Montedison all’Eridania scompaiono, per fare posto alla vitalità dei nuovi distretti industriali della Terza Italia, dal Veneto alla Puglia lungo la costiera adriatica, nell’Italia centrale tra l’Emilia e l’Umbria fino alla Campania.

Era la fine dell’economia mista: Romano Prodi e Franco Reviglio, i due nuovi presidenti di IRI ed ENI, a partire dal 1982 avviarono un intenso programma di privatizzazioni per rimettere sotto controllo i processi gestionali e ricostruire l’equilibrio finanziario delle due grandi holding pubbliche, obbligarono il sistema economico, ma anche quello politico, a prendere atto che la lunga stagione dello “stato imprenditore”, nella quale si era iscritto il più intenso ciclo di sviluppo della storia nazionale, era irrimediabilmente giunta al termine.

L’intensità di questa scossa si venne accentuando alla fine del decennio, quando la crescita abnorme del debito pubblico, che aveva superato l’ammontare totale del PIL, impose agli ultimi governi pentapartito di varare un gigantesco piano di dismissioni. Esso riguardava i nuclei centrali del sistema bancario, interamente pubblici (Comit, Credito italiano, Banco di Roma) e un segmento significativo dell’intero apparato industriale italiano raccolto nelle holding di IRI, ENI ed EFIM.

 

La ritirata dello Stato dal sistema produttivo

La riorganizzazione produttiva e tecnologica della grande industria italiana si accompagnava dunque alla ridefinizione complessiva dei suoi assetti proprietari e dei rapporti tra banca e impresa che si erano definiti negli anni Trenta.

Questo processo durò un quindicennio nel quale l’intervento pubblico nell’economia si ridusse quasi azzerandosi, se non fosse per la presenza in alcune imprese operanti in ambiti ritenuti strategici (difesa, energia, trasporti, comunicazioni), dell’istituto della golden share, cioè di un potere di intervento dello stato a tutela dell’interesse nazionale, e soprattutto della Cassa depositi e prestiti, un istituto finanziario controllato quasi per intero dal Mef nel quale confluiscono le risorse raccolte dal risparmio postale e che investe la sua ingente mole di risorse a sostegno dei comuni e delle amministrazioni locali,   verso le imprese impegnate in progetti immobiliari, infrastrutturali e finanziari ritenuti strategici per lo sviluppo dell’economia nazionale.

Dopo un secolo la “mano visibile dello stato”, quando ormai l’Italia era tornata “al centro” dell’Occidente capitalista, si ritira dal sistema produttivo, cancellando quel complesso sistema di enti che aveva accompagnato l’economia italiana in quel lungo itinerario, perché per esso non c’è più posto nei processi di accumulazione di una capitalismo globalizzato fondato sull’apertura dei mercati di capitali, beni e servizi su scala planetaria, che rompe le residue resistenze delle forme protezionistiche delle economie nazionali implicite nel vecchio modello di sviluppo basato sullo stato nazionale e sul controllo delle forze di mercato.

 

La ‘partitocrazia consociativa’ superata dalla storia

Anzi come ha sostenuto Giuseppe Vacca la corruzione e la concussione che piegarono la Repubblica dei partiti fino a farla esplodere con Tangentopoli, era la conseguenza della scelta della classe politica, ormai diventata una “partitocrazia” consociativa, di mantenere in vita fuori tempo massimo il sistema dell’economia mista e del modello di stato sociale ad esso connesso, preservandolo dalle sfide che il nuovo ciclo economico imponeva inevitabilmente.

Dalla modernizzazione senza riforme bisognava passare a quella delle riforme competitive, che era implicita anche nel nuovo scenario europeo definito a Maastricht.

Ma quelle classi dirigenti che avevano guidato il paese nel trentennio postbellico di benessere e di sviluppo, non furono in grado, per interesse e incapacità, di governare il passaggio dal fordismo alla società dell’informazione imperniata sulla liberalizzazione estrema del mercato, sulle “macchine pensanti”, la terziarizzazione, la deindustrializzazione e finanziarizzazione dell’economia, capace di stritolare insieme grande industria meccanizzata e stato nazionale.

Un lascito solo di macerie? No di certo, perché l’industria pubblica aveva generato un tessuto di imprese e di competenze manageriali e tecnologiche di notevole rilievo che ancora oggi costituisce uno dei perni del sistema produttivo italiano: ma sicuramente una esperienza conclusa e irripetibile nei nuovi scenari del capitalismo internazionale nei quali l’asimmetria tra forze di mercato esorbitanti e stati nazionali deboli e talmente rilevante da rendere pressoché impossibile la regolazione statale degli animal spirits del capitalismo.

 

Oggi lo statalismo populista rispolvera Keynes

Negli anni a cavallo tra XX e XXI secolo l’”assassinio” di Keynes da parte di Milton Friedman si era risolto in una crescita economica tumultuosa, anche se discontinua, che aveva rotto tutti confini che avevano definito la geografia dello sviluppo nei “trenta gloriosi”e che aveva esaltato il mito neoliberista del mercato che fa alzare tutte le barche e che senza vincoli statali produce benessere e ricchezza collettiva.

Ma di fronte alla crisi dei subprime e dei debiti sovrani tra il 2007 e il 2012 e quella ancor più grave che lascia intravedere il “dopo” pandemia, emerge quello che aveva denunciato con tanta forza il grande economista britannico dopo la crisi del ’29: il mercato non si autoregola e non sa aggiustare i cocci che rompe nella sua espansione, minata dalle forze distruttici che l’accompagnano. Solo lo stato, cioè la politica, è in grado di salvare il mondo dalla “distruzione creatrice” del capitalismo, nel quale il collasso dello sviluppo delle forze produttive rischia di trascinare con se la democrazia e l’ordine sociale.

E ora la profezia keynesiana è tornata d’attualità e soprattutto in Italia cresce il numero di “keynesiani” alle vongole che ignorando il senso della proposta del professore di Cambridge pensano che sia possibile in suo nome resuscitare l’Iri o riaprire una stagione di nazionalizzazioni, rispolverando il ruolo dirigista dello stato, cioè dei partiti sul mercato e l’impresa.

Il sottile ma forte discrimine tra progetto keynesiano e statalismo populista sta nel primato dell’efficienza economica e nell’espansione della domanda che l’intervento pubblico deve avere some bussola del suo agire. Anche la stessa storia dell’intervento pubblico segnala che esso ha funzionato quando quella bussola ha orientato l’azione degli enti e il rapporto tra stato e mercato ha saputo stare alla larga da un dirigismo politicizzato che vuole imporre “modelli di sviluppo” e confonde difesa dell’eguaglianza delle opportunità con assistenzialismo pauperista, mentre non è capace di fare le riforme di struttura che riguardano proprio il sistema pubblico.

 

Gli errori dello Stato in economia

Il ritorno dell’intervento pubblico necessario a uscire dal collasso economico della pandemia, se vuole attingere dalla nostra secolare esperienza qualche indicazione deve andare a cercare nei suoi errori.

Il primo dei quali è stato quello di rinunciare a regolare il mercato, per concentrarsi sui sussidi e gli interventi straordinari di indirizzo, nella convinzione che la concorrenza e la trasparenza non fossero fondamentali per lo sviluppo economico.

Il secondo ha riguardato l’abbandono delle politiche infrastrutturali che accompagnarono la modernizzazione del paese: la tragica vicenda della Salerno- Reggio Calabria, il dissesto idrogeologico, l’annoso dibattito sulla Tav o sul ponte di Messina, la rinuncia della ricerca di materie prime nazionali (Mattei si rigira nella tomba se pensa a Tempa Rossa), i 100 miliardi di euro di investimenti strutturali bloccati dal governo gialloverde e dall’incapacità delle regioni di realizzare progetti di intervento segnalano una lunga paralisi nella quale lo stato vittima di spinte ideologiche, di inefficienze burocratiche e di mancanza di volontà politica ha rinunciato al suo ruolo di utilizzatore della spesa pubblica per sostenere la crescita.

 

Il virus dello Stato imprenditore

Invece emerge la tentazione di tornare allo stato imprenditore – l’intervista di Prodi, (Huffingtonpost, 2.6.2020) che invoca lo stato come socio di minoranza delle imprese in difficoltà insegna – cioè a riprodurre la pagina più negativa della lunga storia dell’intervento pubblico.

Come hanno scritto D’Amico, De Nicola, Mingardi e Rossi (Il Foglio, 10.4.2020) il ritorno allo stato imprenditore va evitato… come un virus che seppur latente e presente nelle fibre della storia italiana.

“Sarebbe un errore straordinario – scrivono – utilizzare la crisi per allargare l’area dell’impresa a controllo o a partecipazione pubblica…[perché essa] distorce il mercato per il solo fatto di esistere. Quella imprenditorialità diffusa che è una ricchezza italiana può affrontare molte difficoltà. Ma se [oltre al Coronavirus] le aggiungiamo la sfida di doversi confrontare con imprese parapubbliche che alterano il mercato del credito, il mercato del lavoro…siamo sicure di stare determinandone l’eclisse… Che lo stato risarcisca i danni di guerra, non utilizzi i danni di guerra per espropriare i legittimi proprietari. Così fanno gli strozzini, non lo stato di diritto”.

 

Il peronismo all’italiana e la visione punitiva delle imprese

Questa visione si accompagna ad un’altra ancor peggiore, del tutto estranea alla storia dell’intervento pubblico: un presenza dello stato “punitiva” nei confronti delle imprese, ritenute forze antisociali e “antinazionali” invece che organismi sociali complessi indispensabili non solo per produrre ricchezza ma per fare funzionare l’economia di mercato, senza la quale la democrazia sarebbe monca e asfittica.

Gli aiuti pubblico devono essere erogati a condizione di seguire indirizzi non tanto di politica economica ma di morale pubblica stabilita da uno stato che vuole entrare nell’impresa per sostituire l’obbiettivo della efficienza e della profittabilità degli investimenti che deve guidarne l’azione con altri che chiamano in causa pulsioni egualitariste, ambientaliste, antimercatiste: in sostanza un intervento pubblico peronista che spinge le imprese fuori dal mercato per trasformarle in strumenti di politica sociale di stampo nazionale.

 

Fare i conti con le riforme mancate

Il mito del vincolo e del controllo nasconde in realtà la difficoltà della politica di fare i conti con le riforme fondamentali che in questi vent’anni non è riuscita a portare a termine e che costituiscono il più potente ostacolo alla crescita:

– l’ammodernamento della pubblica amministrazione che tagli definitivamente il peso di inefficienze e di resistenze corporative,

– un deciso intervento sulla scuola e sull’università in nome del merito, dell’autonomia, dell’innovazione dei processi formativi,

– la ricostruzione dalle radici del sistema della giustizia attanagliato da bardature corporative, dall’egemonia culturale giustizialista, da un rapporto deviato con la politica e l’informazione e su cui pesano inefficienze gestionali che per il cittadino si traducono in ingiustizie,

– una decisa revisione del sistema fiscale per abbassare le tasse e combattere l’evasione e l’elusione fiscale,

– infine potenziare il sistema sanitario che è stato scosso dalla pandemia e ha mostrato molteplici inefficienze.

Invece che usare le ingenti risorse stanziate per la ripresa per tornare indietro, occorre spenderle invece per modernizzare il paese e liberarlo dalle sue storiche arretratezze, che costituiscono una dei fattori strutturali generatori di diseguaglianze, non solo sociali ed economiche, ma anche territoriali e culturali.

Alberto De Bernardi
Alberto De Bernardi
debernardi@perfondazione.eu

Presidente della Fondazione PER. Professore associato dal 1988, ha insegnato Storia contemporanea all'Università di Torino fino al 1991. Dal 1992 al 1994 ha insegnato Storia dell'industria all'Università di Bologna, dove dal 1995 ricopre la cattedra di Storia contemporanea. Dal 2009 insegna Storia globale nel Corso di laurea specilistica/magistrale. Direttore del Dipartimento di Discipline storiche dal 2003 al 2009. Tra le sue pubblicazioni recenti ricordiamo: Da mondiale a globale. Storia del XX secolo (Bruno Mondadori, 2008); Storia dell’Italia unita (con L. Ganapini, Garzanti, 2010); Un paese in bilico. L’Italia degli ultimi trent’anni (Laterza, 2014). Per i tipi della Donzelli ha pubblicato Fascismo e antifascismo. Storia, memoria e culture politiche (2018) e Il paese dei maccheroni. Storia sociale della pasta (2019)

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