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Donald Trump: un lupo travestito da lupo

di Alessandro Maran

 

Di chi è la colpa dell’assalto al Congresso degli Stati Uniti? La redazione del New York Times non ha dubbi: «Il presidente Trump e i repubblicani che lo hanno spalleggiato al Congresso, mercoledì hanno incoraggiato un attacco violento contro le istituzioni che amministrano e contro il paese che professano di amare». Il Washington Post è d’accordo; e per una volta, le redazioni del Wall Street Journal e della rivista conservatrice National Review sono della stessa opinione («Che disgrazia!», ha rimarcato il primo).

Per anni, Trump ha aizzato i propri supporter, come hanno del resto riportato gli organi di informazione di tutto il paese. Al punto che ora, negli ultimi giorni della sua presidenza, come mette in guardia il Times, «il pericolo» per la democrazia americana «è reale».

Dovremmo sorprenderci? Per nulla. Come ha scritto proprio il columnist del Times Ezra Klein, dal 2016, i leader repubblicani nei confronti di Trump hanno usato un linguaggio finto, ipocrita, ostentando solidarietà ma senza appoggiare esplicitamente i capricci e le fisse sulle elezioni rubate. Alcuni analisti hanno sostenuto addirittura che il presidente doveva essere preso «seriamente ma non letteralmente», che le sue pagliacciate erano teatrali e metaforiche, ma non erano veramente pericolose. «Mercoledì, al Campidoglio, quelli che hanno preso Trump sul serio e quelli che lo hanno preso letteralmente si sono scontrarti in modo spettacolare», ha scritto Klein.

Eppure Trump aveva detto chiaramente che non si sarebbe fatto da parte e che non avrebbe acconsentito ad un trasferimento pacifico dei poteri. Tutti avrebbero dovuto credergli. Scrive, infatti, Klein: «Non è stato qualche sotterfugio da parte di Trump a condurre ai terribili eventi del 6 gennaio. Ha detto cosa avrebbe fatto, più e più volte, e poi l’ha fatto». Non per caso, come sottolinea il titolo dellarticolo di Klein, Trump ricorda una vecchia vignetta del 2016 del New Yorker: «un lupo travestito da lupo».

Va da se che dopo quel che è successo, alla vigilia dei quattro anni di mandato di Joe Biden, il Partito repubblicano è a pezzi. «Questo è quello che avete ottenuto, ragazzi», ha urlato il senatore repubblicano Mitt Romney, mentre i rivoltosi irrompevano nel Campidoglio, ai colleghi che hanno dato man forte a Trump nel tentativo di rovesciare il risultato elettorale. «Questo è quel che il presidente ha provocato oggi, questa insurrezione», ha ripetuto  infuriato. Secondo l’Economist, i parlamentari repubblicani potrebbero più facilmente prendere le distanze da Trump e lavorare con i democratici se percepiscono, nello strano clima politico di oggigiorno, che devastare il Campidoglio non è molto popolare tra la loro stessa base. «Se capiscono che la Middle America è sconvolta dalla sommossa e più probabile che alcuni di loro respingano il nichilismo di chi vuole bloccare tutto per il gusto di farlo», scrive il magazine. «E più i loro sostenitori saranno in guerra tra loro, più saranno liberi di fare la loro parte per ripristinare la  fiducia nella Repubblica realizzando qualcosa». Il che potrebbe cambiare la presidenza di Biden. Se c’è mai stato un uomo e un momento per il ritorno di una politica bipartisan a Washington, Biden è l’uomo giusto e questo è il momento giusto.

Alessandro Maran
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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