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Un racket per rovesciare il voto, Trump di nuovo incriminato

di Vittorio Ferla

 

L’ex presidente Donald Trump era il capo di una impresa criminale nata per ribaltare le elezioni del 2020. Questa l’incriminazione formulata lunedì scorso da Fani Willis, procuratrice distrettuale della contea di Fulton in Georgia. “Trump e gli altri imputati accusati si sono rifiutati di accettare la sconfitta, e si sono uniti consapevolmente e volontariamente a una cospirazione per cambiare illegalmente il risultato delle elezioni a favore di Trump”, si legge nell’atto che incrimina il tycoon. L’accusa coinvolge ben 18 imputati oltre Trump e altri 30 co-cospiratori non incriminati, per un totale di 41 capi di accusa che documentano una serie di iniziative tramite le quali Trump ha cercato di ribaltare la sua sconfitta elettorale sottraendo la presidenza al legittimo vincitore Joe Biden. Il documento include, tra l’altro, la famigerata telefonata nella quale Trump chiese al Segretario di Stato della Georgia Brad Raffensperger di “trovare” i voti di cui aveva bisogno per vincere in quello stato e la lettera inviata allo stesso Raffensperger nel settembre del 2021 per esortarlo a de-certificare e manipolare il legittimo risultato elettorale conseguito dal suo avversario in Georgia. Per formulare queste accuse la procuratrice Willis ha usato le disposizioni del Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act (Rico) della Georgia: in pratica, Trump risulta essere l’“impresario” di un’associazione a delinquere che ha esercitato una sorta di pressione mafiosa contro i pubblici funzionari dello stato della Georgia per ribaltare il risultato delle elezioni presidenziali. Una lista di azioni criminali che includono, tra l’altro, false dichiarazioni, deposito di documenti falsi, violazioni informatiche e tentativi di influenzare i testimoni. L’associazione a delinquere messa in campo da Trump sarebbe colpevole di aver ingannato i funzionari statali in Georgia, di avere organizzato liste di falsi elettori, di aver molestato gli addetti allo scrutinio elettorale e di aver violato le attrezzature elettorali in una contea rurale. Dalle carte della procura emerge che diversi illeciti sono stati compiuti anche al di fuori della Georgia, con pressioni sui legislatori statali in Pennsylvania, Michigan e Arizona. L’accusa ha evidenziato lo sforzo di organizzare falsi elettori in Wisconsin, Arizona e altri stati, oltre al coordinamento di una lista alternativa di elettori in Georgia. Inoltre, un ruolo importante nell’accusa riguarda l’attività di pressione sul vicepresidente Mike Pence per interrompere la certificazione dei risultati del 2020 da parte del Congresso. Gli atti di sovversione elettorale coinvolgono due dei principali luogotenenti di Trump: l’ex capo dello staff della Casa Bianca Mark Meadows e l’ex avvocato Rudolph Giuliani. In particolare, Meadows è l’unico altro funzionario della Casa Bianca oltre a Trump tra i 19 imputati elencati nell’accusa, avrebbe collaborato con l’ex presidente alla diffusione di informazioni infondate di frode elettorale e avrebbe svolto un ruolo anche nella telefonata di Trump con Raffensperger. Giuliani – che deve fronteggiare un numero record di capi di imputazione (13 in tutto) pari soltanto a quelle dell’ex presidente inquisito – avrebbe cercato di circuire i legislatori dello stato della Georgia, rilasciato false dichiarazioni alla Camera e al Senato della Georgia e tentato di presentare falsi elettori in Georgia.

Inizia così una battaglia giudiziaria inedita, con una sovrapposizione di accuse tra questo processo e quello sul caso dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021.

In pratica, i processi cominceranno quando saranno già chiuse le primarie repubblicane e Trump sarà quasi certamente il candidato del Gop nella campagna presidenziale del 2024. Ciò significa che se Trump dovesse vincere la corsa alla Casa Bianca tra 17 mesi potremmo assistere al primo caso nella storia americana in cui un presidente appena eletto è chiamato a giurare di preservare, proteggere e difendere la Costituzione dopo aver complottato per violarla. Una situazione surreale e drammatica che aggrava il quadro di accuse che già incombono sulla testa del tycoon.

Proprio per questo, Trump vede nella riconquista della presidenza l’occasione per meglio difendersi dalla tempesta giudiziaria e per fronteggiare le condanne che potrebbero derivarne, prima o dopo le elezioni del novembre 2024. Tra gli altri poteri speciali, il presidente degli Usa ha quello di concedere la grazia: Trump potrebbe pertanto regalarsi l’“auto-perdono” facendo cadere le imputazioni che incombono sul suo capo: una prospettiva che oggi appare incredibile e renderebbe la sua vicenda un unicum. In questo quadro, tuttavia, il caso della Georgia diventa cruciale: il potere di grazia del presidente non può esercitarsi infatti nei confronti delle condanne pronunciate dall’autorità statale. Ecco perché l’accusa formulata da Fani Willis – che ha chiesto a Trump e ai suoi coimputati di arrendersi alle autorità della Georgia entro venerdì 25 agosto a mezzogiorno – è per Trump la più allarmante tra tutte. A questo punto, come ogni pugile nell’estremo sforzo di uscire dall’angolo in cui è stato stretto, Donald Trump reagirà con sempre maggiore furia, adottando la medesima retorica incendiaria che ha favorito l’attacco della folla al Campidoglio del 6 gennaio 2021. L’ex presidente ha già accusato la procura distrettuale della contea di Fulton di interferenza elettorale, uno dei crimini contro la democrazia che gli sono contestati. “Chiamatela interferenza elettorale o manipolazione elettorale: è uno sforzo pericoloso da parte della classe dirigente per sopprimere la scelta del popolo. È antiamericano e sbagliato”, afferma Trump. Dichiarazioni che trascinano l’America sull’orlo di un precipizio verso quel genere di caos istituzionale che ricorda le repubbliche delle banane di stampo sudamericano. Nei prossimi mesi, Donald Trump farà ricorso a tutto il suo armamentario populista e cospirazionista per dipingere se stesso come una vittima di un governo ostile e antidemocratico, facendo terra bruciata dell’autorevolezza delle istituzioni federali e statali. In questo scenario, il prezzo per difendere la democrazia americana sarà molto alto. Ma sarebbe un errore se i democratici americani pensassero di sconfiggere l’incubo populista per via giudiziaria. L’unica soluzione sensata resta quella politica: ovvero una chiara e netta vittoria di Joe Biden nel 2024.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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