Unione Europea: le critiche ai totalitarismi hanno pari dignità
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Unione Europea: le critiche ai totalitarismi hanno pari dignità

di Franco Andreucci

 

Le polemiche a proposito del documento del Parlamento europeo sulla memoria dei crimini dei regimi totalitari (Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa) hanno proposto una contrapposizione antica e fortemente ideologica fra i sostenitori e i detrattori del concetto di “totalitarismo”.

 

La risoluzione del Parlamento europeo sull’importanza della memoria

Da un certo punto di vista non poteva essere altrimenti anche a causa della forte componente valutativa che si è depositata sul concetto. “Totalitario”, “totalitarismo” sono divenuti termini carichi di valore critico nei confronti delle realtà evocate. Lo stesso destino, del resto, hanno seguito le famiglie di teorie e di concetti legate a “imperialismo” o a “fascismo” nel secolo scorso.

Il documento del Parlamento europeo non è un bel testo. Nei suoi “Considerando” si trovano espressi sia la continuità formale con precedenti documenti, sia i compromessi e i conflitti fra culture, paesi, orientamenti generali differenti e a volte contrapposti. Il suo andamento è un po’ burocratico e il suo contenuto a volte confuso. Ma il senso generale non può non essere condiviso, fondato com’è sul “rispetto dei diritti umani” e sulla condanna dei crimini compiuti dai regimi “nazisti e comunisti” nel XX secolo. Né, d’altra parte, si deve rimproverare al Parlamento europeo di formulare testi storiograficamente discutibili. Il Parlamento europeo ha sempre sottolineato – e lo fa anche in questo documento – l’autonomia e il primato della ricerca delle scienze sociali e della storia nella formulazione di giudizi sulle società del passato.

Al centro delle polemiche, come si è detto, è stato il concetto di totalitarismo e la sua ambizione di comparare comunismo e fascismo. Secondo i critici del documento, equiparare comunismo e nazismo sarebbe una procedura aberrante poiché porrebbe sullo stesso piano vittime e carnefici. L’osservazione è priva di consistenza da più punti di vista. In primo luogo perché la condizione di “vittima” e di “ carnefice”, ammesso cha abbia un valore analitico, è una condizione “storica”: la “vittima” di oggi può essere il “carnefice” di domani, e viceversa. Nelle guerre civili, e in particolare in quelle del XX secolo, nelle quali risentimento e violenza si sono intrecciati in una dimensione di tragica intensità, le vittime e i carnefici potevano cambiare nel momento nel quale uno dei due attori contrapposti avesse conquistato, anche temporaneamente, il potere.

 

La ricchezza del concetto di totalitarismo

Ma il secondo e più importante motivo per cui l’avversione ideologica verso il concetto di totalitarismo non può essere accettata risiede nella ricchezza della tradizione culturale legata al paradigma e nel suo persistente valore analitico.

Cominciamo col richiamare il contenuto del concetto – e la base della sua teoria. Secondo la teoria “classica” del totalitarismo, che si deve a una serie di saggi di Carl Friedrich e Zbignew Brzenzinski fra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60 del Novecento, il totalitarismo sarebbe un regime politico caratterizzato da alcune proprietà: 1) una concezione generale del mondo (cioè un’ideologia) alla quale i cittadini sono obbligati di aderire; 2) un partito unico di massa che è dominato da un capo carismatico e che ha soppresso ogni competizione politica; 3) una polizia politica che reprime il dissenso con la violenza e elimina fisicamente gli oppositori; 4) l’uso esclusivo degli strumenti di comunicazione di massa per indirizzare e forzare il consenso. A ciò potrebbero essere aggiunti il monopolio nell’uso della forza e la direzione centralizzata dell’economia. Secondo le osservazioni di Mario Stoppino (Che cos’è il totalitarismo, in Il Politico, vol. 40, n. 3, settembre 1975, pag. 384),

“la dirompente combinazione di propaganda e di terrore, resa possibile dall’uso della tecnologia moderna e della moderna organizzazione di massa, conferisce ai regimi totalitari una forza di penetrazione e di mobilitazione della società qualitativamente nuova rispetto a qualsiasi regime autoritario o dispotico del passato, e li rende perciò un fenomeno politico storicamente unico.”

 

Le origini italiane del totalitarismo

La “teoria classica” del totalitarismo, che ha contribuito allo svolgimento di innumerevoli studi sulla società sovietica e sul nazismo, era solo il punto d’arrivo di una lunga strada culturale e politica che aveva preso le mosse nell’Italia degli anni ’30. La parola fu usata da Mussolini e dai fascisti fino dagli anni ’20, per rivendicare il carattere “totale” del loro controllo della società. Ma è soprattutto nelle polemiche politiche degli anni ’30 che si trovano i primi segni di un indirizzo comparativo. Nel 1935 Gaetano Salvemini paragona il totalitarismo russo e quello fascista, sottolineando il ruolo della polizia politica in entrambi i regimi. Luigi Sturzo studia le “religioni politiche” e l’idolatria dei capi nel fascismo e nel comunismo. Francesco Saverio Nitti, nel 1938, formula una descrizione del totalitarismo molto vicina a quella “classica”: ai connotati propri del regime totalitario che abbiamo visto aggiunge la presenza di miti palingenetici di rigenerazione, come quelli legati all’ ”uomo nuovo” o al dominio e alla purezza della razza ariana. (Cfr. Antifascismo e antitotalitarismo : critici italiani del totalitarismo negli anni Trenta, a cura di Santi Fedele, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2009).

 

Il dibattito in Europa e negli Stati Uniti

In realtà, il retroterra del concetto di totalitarismo è assai più ampio e profondo delle sue origini “italiane”. In tutto il mondo della politica e delle scienze sociali si era attratti, nella seconda metà degli anni ’30, dai temi della tirannia e della violenza, della propaganda e della manipolazione dei simboli. Hitler aveva conquistato il potere nel 1933 e subito istituzionalizzato la violenza politica e l’eliminazione degli oppositori; nell’Unione Sovietica, la repressione, già sistematica, si impenna nel 1936 con l’inizio delle grandi purghe. Allo sviluppo del mito di Stalin nel “realismo socialista” corrisponde la propaganda nazista dei film di Leni Riefenstahl.

Si cominciava a studiare la psicologia del nazismo, la propaganda organizzata dallo Stato come fonte di una cultura fondamentalista, antisemita e nazionalista. Erano i temi che si respiravano nell’aria del tempo: attorno agli stessi concetti e nel medesimo periodo prendevano corpo anche i fondamenti del paradigma del totalitarismo. Fu allora che l’idea che un potere assoluto di tipo inedito fosse all’orizzonte della società industriale si fece strada in Europa e in America.

La riflessione era partita da un’elite che testimonia essa stessa la drammatica contraddizione del tempo: dalle grandi università tedesche erano emigrati intellettuali di straordinario valore in America, in Inghiltera, in Svizzera. La scuola di Francoforte si era spostata nella Columbia University, la London School of Economics ospitava molti fuorusciti, mentre nel resto d’Europa liberali, antifascisti, antistalinisti discutevano sui fondamenti dei nuovi regimi di massa. Si intrecciavano, in quelle ricerche, le grandi linee della cultura mitteleuropea, la passione civile e le novità delle scienze sociali in una fase centrale della loro storia.

Come Franz Neumann, come Karl Mannheim, come Otto Kirchheimer, come Hans Speier, come i fondatori dell’università in esilio a New York, gli studiosi dei nuovi regimi politici erano mossi da un intenso stimolo civile e da un profondo interesse scientifico. I loro studi sul terrore, il nazismo, il bolscevismo e il totalitarismo sarebbero stati inconcepibili senza le tragiche provocazioni che provenivano dal campo di Stalin e da quello di Hitler e Mussolini e che sollecitavano in modo particolare la partecipazione di chi aveva cercato di difendere i fondamenti giuridici e politici della Repubblica di Weimar. A ciò è da aggiungere lo stimolo internazionale alla comparazione che era parte integrante dell’emigrazione intellettuale, come l’idea di costruire nuovi paradigmi per l’interpretazione del presente in una originale e appassionata integrazione di scienze politiche e scienze sociali, di antropologia e psicoanalisi con lo scopo esplicito di studiare empiricamente e di capire le motivazioni dell’agire umano nella politica, nella propaganda, nell’uso della violenza.

Erano i temi che venivano già allora chiamati “totalitarismo”.

 

L’influenza del concetto di totalitarismo

Sottolineiamo, prima di tutto, la cronologia. Se, partendo magari superficialmente dalla data di pubblicazione delle opere di Hannah Arendt, si considera l’inizio degli anni ’50 il punto di partenza del percorso compiuto dal concetto di totalitarismo, si commettono due errori: in primo luogo si disconosce il ruolo e il significato degli studi e delle discussioni precedenti; in secondo luogo si finisce col creare un collegamento di necessità e di filiazione ideologica fra “totalitarismo” e guerra fredda.

Gli strumenti analitici offerti dal concetto di totalitarismo hanno influenzato le scienze sociali per mezzo secolo. È certamente legittimo discutere della validità e dell’utilità di un simile punto di vista, ma non si può in nessun caso ignorare come e quanto un simile paradigma abbia contribuito alla conoscenza dei meccanismi del controllo sociale e del funzionamento dei sistemi politici nei paesi comunisti. Il fatto che dopo la fine del secondo conflitto mondiale esso abbia smarrito le sue potenzialità comparative e il fatto che esso sia stato largamente usato negli studi contro il comunismo non ne diminuisce affatto il valore. In fondo, se si vogliono davvero sottoporre ai vagli necessari concetti e filtri analitici propri delle ideologie del ventesimo secolo, non si vede perché non sia stato manifestato lo stesso fervore polemico verso le definizioni del fascismo date dal Komintern (“la dittatura terroristica aperta degli elementi più sciovinisti del capitale finanziario”) o dell’imperialismo come “fase suprema del capitalismo” concetti entrambi che, se sottratti all’entusiasmo dei loro sostenitori, offrono appigli minimi alla riflessione sui grandi problemi del XX secolo.

Un pregiudizio largamente condiviso, come si è detto, è quello secondo il quale gli studi legati al paradigma totalitario non sarebbero altro che “prodotti della guerra fredda”, di volta in volta esaltati o respinti. In realtà, l’analisi comparativa delle dittature del XX secolo ha una storia più lunga e complicata rispetto a quella sbrigativamente suggerita in molti studi. Si pensi che se è vero che i temi ermeneutici centrali del concetto di totalitarismo sono quelli indicati da Carl J. Friedrich, riflessioni e discussioni sul tema sono contenuti in centinaia di libri e di testi degli anni precedenti. Dalle riflessioni di Franz Borkenau nella seconda metà degli anni Trenta agli scritti vivaci di Dorothy Thompson, ai fondamenti psicologici e culturali di Buio a mezzogiorno di Koestler e della Fattoria degli animali di Orwell molti combattenti per la libertà , in Spagna come in Francia, si trovarono schiacciati fra lo stalinismo e il fascismo.

 

Hanna Arendt e il carattere pubblico del totalitarismo

È forse però il libro di Hannah Arendt sulle “Origini del totalitarismo” (1951) il testo che ha definito più di altri il carattere pubblico del termine. Anche Arendt aveva abbandonato la Germania nazista. Ebrea, allieva di Heidegger e attratta dal marxismo, Arendt aveva potuto osservare nei due regimi dittatoriali la tendenza delle “classi” a trasformarsi in “masse” e aveva sottolineato il carattere nuovo e assoluto, rivolto all’annullamento dell’individuo, dell’indottrinamento politico.

Due anni dopo la pubblicazione del libro di Arendt, si tiene a Cambridge, Massachusetts, un grande convegno sul totalitarismo. Vi partecipò l’aristocrazia delle scienze sociali che si era formata fra grandi università e emigrazione fra gli anni ’30 e gli anni ’40 . C’erano Hannah Arendt, Karl Deutsch, Alexander Gershenkron, Merle Fainsold, Paul Kecskemeti, e, assieme a loro, George F. Kennan, Harold D. Lasswell, Adam Ulam, Bertram D. Wolfe. L’analisi riguardava il totalitarismo come fenomeno legato in termini sperimentali alle dittature di Hitler in Germania e di Stalin nell’Unione sovietica, si interrogava sulle sue caratteristiche economiche, politiche, antropologiche, sulle forme di governo che esso assumeva, ma anche sulla sua dimensione totale, mistica, legata a un universo di simboli e alla propaganda. Il clima era quello in cui la linguistica e la psicologia, l’antropologia e la sociologia si incrociavano in un rilevante sforzo conoscitivo. Era naturale che – di quella dimensione sperimentale – interessasse di più, per la sfida che il totalitarismo lanciava sul terreno della libertà, l’esperienza sovietica che non la riflessione storica sulla Germania sconfitta. Ma il punto centrale e condiviso fu che il totalitarismo rappresentava un fenomeno unico e nuovo, con un forte carattere identitario – come la polis greca, aveva detto Carl Friedrich.

Da quel convegno prese il via una vastissima campagna di ricerca, soprattutto sulle società comuniste. Quella nazista e quella fascista erano ormai passato. Si pensi a «The Communist Propaganda: The Schooling of Opinion Leaders», di Alex Inkeles, che apre nel 1950, le pubblicazioni del Russian Research Center della Harvard University: le riflessioni – che discutono i risultati di anni di studi – sul bolshevik agitator appaiono ancora oggi ricche di spunti di discussione.

 

Il Mondo e l’anticomunismo

Ma queste considerazioni non finiscono qui. Se torniamo dall’America in Italia, echi di quelle discussioni si sentono, chiarissime, nelle pagine de Il Mondo degli anni ’50. La stessa passione per la conoscenza del comunismo e del fascismo nella società contemporanea anima le pagine di Silone, di Tasca, di Garosci, di Cassola, di Chiaromonte, pagine classiche dell’anticomunismo liberale. Perché questo, occorre ricordarlo è l’ambiente nel quale fiorisce l’attrattiva del totalitarismo. È un anticomunismo che riesce a vedere i problemi e le attrattive del comunismo, un anticomunismo colto e civile che ha le sue origini intellettuali in parte nella tradizione liberale e in parte nella varie correnti internazionali dell’antistalinismo. Crociani, trotzkisti, socialisti ed ex comunisti esprimono spesso opinioni e concetti assai simili. È la critica al dispotismo, l’avversione al totalitarismo, l’incredulità laica di fronte al verbo di Stalin, la distanza critica dalla realtà illiberale del regime sovietico che anima questo anticomunismo, e non l’ansia intollerante di distruggere ciò che non si vuole capire. L’anticomunismo, in realtà, è una costellazione ricca e multiforme. Il fatto che di essa facciano parte, in una storia che va dalla rivoluzione d’ottobre ai giorni nostri, fascisti, tradizionalisti vicini al nazismo, reazionari e codini, paladini dell’intolleranza e della repressione, insieme a liberali, socialdemocratici, socialisti, cattolici, sostenitori appassionati dell’Occidente non ci esime dall’operare dei distinguo. Anzi, è proprio questa complessità che dovrebbe guidare le riflessioni sull’intelligenza dell’anticomunismo e sulla ricchezza del paradigma del totalitarismo

Dunque, una componente anticomunista può rendere certamente sgradito il concetto di “totalitarismo” a molti interpreti. Ma a quest’osservazione deve esserne aggiunta un’altra, di un certo rilievo. La teoria del totalitarismo da molti punti di vista si contrappone alla teoria del fascismo. Con la sola eccezione di Neumann, i marxisti hanno preferito studiare Hitler e Mussolini piuttosto che Stalin, con il risultato che molte brillanti e non ortodosse considerazioni di Gramsci, di Trotsky o di Thalheimer sono rimaste scarsamente feconde.

 

Come leggere la Risoluzione del Parlamento europeo

Il documento del Parlamento europeo sulla memoria dei crimini dei regimi totalitari non è, alla fine, un testo scientifico al quale si debba rispondere, ma semmai un richiamo civile alla pari dignità di antifascismo e di anticomunismo. La povertà interpretativa di quelle righe del documento che individuano nel patto russo tedesco del 1939 una delle premesse della Seconda guerra mondiale non deve far dimenticare la tragedia della Polonia e dei paesi baltici schiacciati dalla violenza di Hitler e di Stalin. Aspetto non secondario dell’esperienza delle dittature totalitarie è, fra l’altro, l’eliminazione di intere categorie sociali, etniche, religiose sulla base di programmi e opzioni politiche. Quando Hannah Arendt scriveva sul male assoluto espresso dalla figura di Eichmann, negli archivi sovietici erano ancora nascosti i documenti nei quali, con un tratto di penna, Beria e Stalin condannavano a morte decine di migliaia di patrioti polacchi.

 

Franco Andreucci
Franco Andreucci
andreucci@perfondazione.eu

Professore di Storia contemporanea all’Università di Pisa dal 1975 al 2013. È stato Jean Monnet Fellow all’Istituto Universitario Europeo e ha insegnato a Barcellona, Chicago e Marburg. Si è occupato di storia del socialismo, del marxismo, della socialdemocrazia tedesca e del Partito comunista italiano. Tra i suoi lavori sono "Falce e martello. Identità e linguaggi dei comunisti italiani fra stalinismo e guerra fredda" (Bologna, 2005); "Visioni del comunismo. H. Lasswell, N. Leites e B. Wolfe fra politica e scienze sociali" (Milano, 2010); "Da Gramsci a Occhetto. Nobiltà e miseria del Partito comunista italiano 1921-1991" (Firenze, 2014). Ha scritto la prefazione al volume "XS Il comunismo in 100 date" (Firenze, 2015).

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