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Untore o samaritano? La Cina alla conquista del 21° secolo

di Vittorio Ferla

 

Disastri ambientali, opacità autoritaria, propaganda politica, aiuti anti-virus: così la Cina può dominare l’Occidente

 

Il cambio radicale del nostro sistema di vita dopo l’esplosione dell’epidemia da Covid-19 non è più una prospettiva futuribile ma una realtà attuale. Quello che ancora non si dice abbastanza è che, insieme al tempo quotidiano delle relazioni e del lavoro, cambieranno – o sono già cambiati – i rapporti di forza nello scacchiere geopolitico. La Cina è il protagonista indiscusso di questo nuovo scenario. E soprattutto – è bene che qualcuno cominci a dirlo – un protagonista assai pericoloso. Proviamo a capire perché.

 

La Cina è la prima responsabile del disastro ambientale

La famigerata Sars – la sindrome respiratoria acuta “severa” di origine virale causata dal virus SARS-CoV, stretto parente del Coronavirus odierno – è apparsa per la prima volta nel novembre 2002 nella provincia del Guangdong (zona di Canton) in Cina. L’epidemia conseguente durò fino

al luglio 2003, provocando, secondo le stime ufficiali, più di 8 mila casi e circa 800 decessi in 17 paesi, quasi esclusivamente asiatici. Come ricordano sul Washington Post il biologo Jared Diamond e il virologo Nathan Wolfe, il salto di specie verso l’uomo (zoonosi è il termine tecnico), allora come oggi, si realizzò nei mercati cinesi dove gli animali selvatici, vivi o morti, sono venduti a scopi alimentari e di altro genere. Il virus della Sars ebbe origine da questi animali selvatici (civette, zibetti, procioni, ecc.) che avevano contratto il virus dai pipistrelli. Già allora – come oggi – invece di prendere iniziative per controllare l’epidemia, il governo cinese tacque sull’accaduto per mantenere l’ordine pubblico e non informò l’Organizzazione mondiale della sanità fino al febbraio 2003. La mancanza di trasparenza provocò gravi ritardi negli sforzi per controllare l’epidemia.

A distanza di sedici anni l’evento si è ripetuto con le medesime modalità con l’odierno Coronavirus. La differenza è che oggi la diffusione della malattia è diventata una pandemia che colpisce tutto il mondo e che ha ormai le caratteristiche di un vero e proprio disastro ambientale su scala globale. Colpisce ovunque, democrazie euroatlantiche comprese: i morti si conteranno a decine di migliaia. La Cina comunista, nel corso di questi anni, non ha mai modificato quelle abitudini culturali, né, men che meno, ne ha vietato l’esercizio a fini di tutela della salute pubblica. Con l’aggravante che le pratiche non si svolgono più in un qualche villaggio sperduto nella foresta, dove i danni sarebbero limitati, ma in estese metropoli, molto ben collegate con tutto il mondo per via aerea. In qualsiasi paese occidentale un governo con questo livello di responsabilità sarebbe stato travolto e sostituito dall’opinione pubblica inferocita. Figuriamoci in un caso come questo, in cui l’evento si ripete uguale a distanza di più di un decennio.

 

Il modello Wuhan e l’opacità del sistema autoritario

Nei giorni scorsi la Cina ha scagionato ufficialmente post-mortem Li Wenliang, il medico che fu punito per aver avvertito l’opinione pubblica dell’esistenza del virus. Una sorprendente ammissione di errore tardiva da parte del regime che oggi scarica le responsabilità sulla polizia locale. Nel dicembre dello scorso anno la polizia aveva sanzionato otto medici, tra cui Li, per aver avvertito gli amici sui social media della minaccia emergente. Man mano che il virus si diffondeva, i leader locali di Wuhan hanno ordinato ai medici di eliminare i post con i quali si chiedevano donazioni di forniture mediche. All’inizio, il regime ha ampiamente pubblicizzato le punizioni usandole come un avvertimento per altre potenziali voci libere. Appena è diventato chiaro che l’epidemia non poteva più essere nascosta, il Partito Comunista cinese ha cambiato tattica invitando la popolazione – con le buone ma, soprattutto, con le cattive – alla guerra comune contro il virus. Com’è noto il dottor Li Wenliang è morto proprio di Coronavirus. Dopo il decesso, Li è diventato il volto della rabbia popolare nei confronti del controllo che il Partito al potere esercita sulle informazioni. In Cina è del tutto normale che i funzionari mentano o nascondano non solo i focolai di malattie come la Sars e il Covid-19, ma anche gli incidenti sul lavoro, le calamità naturali (nel 2005 una contaminazione chimica ha interrotto le forniture d’acqua a milioni di persone nel nord-est della Cina, successivamente le vendite di latte contaminato hanno fatto ammalare migliaia di bambini) e le frodi finanziarie, con la punizione di chi diffonde le informazioni, siano essi semplici cittadini o giornalisti indipendenti. Il Partito tollera qualche sfogo pubblico, ma alla lunga usa il suo controllo sui media e sulla rete per soffocare le critiche e incarcera chi protesta sulla base di vaghe accuse.

“Oggi siamo nel mezzo di un lockdown da pandemia perché il regime comunista cinese si preoccupava più di sopprimere le informazioni che di sopprimere il virus. I medici di Wuhan sapevano a dicembre che il coronavirus era in grado di trasmettere da uomo a uomo perché gli operatori sanitari si stavano ammalando”, racconta Marc A. Thiessen del Washington Post. Ma fino al 15 gennaio, il capo del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie dichiarava alla televisione di stato che “il rischio di trasmissione da uomo a uomo è basso”. Il governo cinese decretò la quarantena a Wuhan solo il 23 gennaio.

“Se il regime avesse preso provvedimenti non appena fosse stata rilevata la trasmissione da uomo a uomo – accusa Thiessen – avrebbe potuto contenere il virus e prevenire una pandemia globale. Invece, i funzionari hanno soppresso le informazioni che avrebbero potuto salvare delle vite. Questo è ciò che fanno i regimi totalitari. Prima mentono a se stessi e poi mentono al mondo. I leader che abusano della loro gente sono meno preoccupati di salvare vite che di assicurarsi che il mondo non scopra l’inefficienza del loro sistema”.

 

I dati della Cina sono affidabili?

Ma il complicato rapporto della Cina con la trasparenza non finisce qui. Da qualche giorno la Cina trasmette i festeggiamenti per la fine dei contagi a Wuhan. Tuttavia, dalle fonti non ufficiali continuano ad arrivare notizie diverse. A dispetto della narrazione di un ritorno alla normalità ben presente nei media statali e nelle dichiarazioni dei vertici del partito, che descrive i nuovi casi come “casi di ritorno”, cioè dovuti al ritorno di cittadini cinesi dall’estero, il modello Wuhan non sembra aver ridotto a zero il rischio dei contagi.

L’altro punto debole della narrazione cinese riguarda i metodi adottati per la quarantena. Secondo Human Rights Watch (Hrw) molti cittadini con precedenti malattie, anche terminali, costretti all’improvviso e per lungo tempo a restare prigionieri in casa, non hanno potuto ricevere le cure necessarie. Inoltre, tra le vittime collaterali del confino ci sarebbero centinaia di cittadini di Wuhan che dopo due mesi di quarantena forzata soffrono di gravi disagi psichici.

Ma non basta. Secondo la gran parte della stampa internazionale e della comunità scientifica, la Cina appare inaffidabile rispetto ai dati relativi al numero di contagiati e di decessi provocati dal virus. Oggi l’Italia sembra aver raggiunto il triste primato delle vittime a livello mondiale, ma in realtà nessuno può giurare sulle informazioni fornite dal colosso asiatico che, molto probabilmente, conta numeri assai più elevati.

A seguito dei fatti di Wuhan, Pechino avrebbe dovuto immediatamente lanciare l’allarme alla comunità internazionale segnalando la gravità del pericolo anche a livello di tutte le istituzioni internazionali. Inoltre, oggi, dovrebbe fornire con trasparenza i dati corretti relativi al fenomeno, per consentire agli altri paesi di comprendere meglio ciò che li aspetta. Ma la Cina non ha fatto nulla di tutto questo. Questa cosa pesa gravemente sulla impreparazione e sulla sottovalutazione del problema da parte degli stati che oggi sono colpiti. E che pure avrebbero potuto fare di più. Oggi perfino Trump – che per mesi aveva trattato con superficialità colpevole la questione – è costretto a prenderne atto. “Ora possiamo vedere che il modo in cui la Cina tratta la sua gente – incalza Thiessen – influenza la salute e la sicurezza della popolazione americana. Lo stesso sistema totalitario che ha mentito sui campi di concentramento per un milione di uiguri ha mentito sullo scoppio di questo virus, creando una pandemia globale. Se la Cina fosse una società aperta e trasparente, con un governo responsabile, oggi gli americani non sarebbero sottoposti a lockdown”.

 

 

La manipolazione della storia del virus

Una volta aperto il vaso di Pandora dell’infezione – qualcuno potrebbe pensare – la Cina non può che riconoscere l’errore compiuto. E invece no. Come racconta la Cnn, il 12 marzo scorso, il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian, rivolto ai suoi 300 mila follower, ripubblica con un tweet un video in cui Robert Redfield, il direttore dei Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie, rivolgendosi a un comitato del Congresso americano, relaziona su alcuni decessi per influenza negli Stati Uniti successivamente identificati come casi di Covid-19. Nel commento, Zhao prima domanda: “A quando risale il paziente zero negli Stati Uniti? Quante persone sono infette? Quali sono i nomi degli ospedali?”. Poi insinua: “Potrebbe essere l’esercito americano che ha portato l’epidemia a Wuhan”. Infine accusa: “Sii trasparente! Rendi pubblici i tuoi dati! Gli Stati Uniti ci devono una spiegazione!”. Promuovere in rete una teoria del complotto basata sul fatto che il virus sarebbe stato portato in Cina dagli americani è uno degli strumenti del regime per manipolare la storia del virus. Zhao è solo uno degli esponenti del governo cinese che usano Twitter per difendere la Cina dalle critiche – e adesso per attaccare gli Usa – nonostante la piattaforma sia stata bandita nel paese, insieme a Facebook, Instagram e una serie di altri importanti siti di social media occidentali. “Alcuni social media cinesi, e persino il governo del paese, sembrano aver lanciato una campagna concertata per mettere in discussione l’origine del nuovo coronavirus”, avverte Steven Jiang della Cnn. Già nel corso di una conferenza stampa a Pechino il 4 marzo scorso, Zhao aveva detto ai giornalisti che “non è stata ancora raggiunta alcuna conclusione sull’origine del virus”. Qualche giorno prima, il 27 febbraio, pure Zhong Nanshan, un esperto cinese di malattie infettive, ha messo in dubbio la provenienza del coronavirus.

 

La diplomazia delle mascherine

Ma la propaganda cinese non si limita alla difesa. Oggi la Cina cerca di riscrivere tutta la narrativa del virus con una diplomazia sempre più aggressiva. Come racconta France24, “con milioni di mascherine per il viso, prestiti a basso interesse e team di esperti medici, la Cina, mentre schiva le critiche sui suoi passi iniziali nella gestione del coronavirus, sta cercando di proporsi, soprattutto agli occhi degli stati europei, come un buon samaritano”. Fa parte di questo disegno la donazione di centinaia di migliaia di maschere chirurgiche e kit di test alle Filippine e al Pakistan, l’invio di squadre di medici in Iran e Iraq e il prestito di 500 milioni di dollari per aiutare lo Sri Lanka a combattere il virus. A ciò si aggiunga la strategia diplomatica offensiva nei Balcani in funzione anti-Ue, realizzata finora attraverso forti investimenti infrastrutturali basati sui prestiti in paesi a corto di liquidità: la settimana scorsa Pechino ha inviato in Serbia uno stock di attrezzature mediche. E l’ambasciatore cinese ha assicurato che ulteriori aiuti e medici partiranno dalla Cina verso la Serbia nei prossimi giorni.

Adesso l’obiettivo del presidente Xi Jinping è quello di aiutare l’Italia e la Spagna, le più colpite finora in Europa. In questi giorni, la visita di un team di medici cinesi specializzati nella lotta a Covid-19 in visita all’ospedale Spallanzani di Roma e alla Regione Lombardia ha invaso i canali tv, rafforzando la propaganda del governo cinese. Accanto a questo, ci sono gli aiuti concreti, tra i quali tre milioni di mascherine in arrivo da Pechino a bordo di aerei salutati da hostess sorridenti e poesie di solidarietà. Nulla di strano: l’Italia rappresenta per la Cina il principale partner europeo di “Belt and Road”, il massiccio progetto infrastrutturale di Xi Jinping. E questo a causa di un partito tecnototalitario, il M5s animato dalla Casaleggio Associati, che ha spostato pesantemente l’asse della nostra politica estera verso il gigante asiatico. Fino ad oggi il governo e la stampa italiana hanno decantato all’unisono le meraviglie del modello Wuhan, un modello di confinamento che, però, si è reso necessario per i ritardi del governo cinese e che, nella sua interezza, si può realizzare solo adottando gli strumenti tipici di un regime totalitario. Soltanto negli ultimi giorni, finalmente, cominciano a essere rivalutati modelli più intelligenti ed efficienti come quelli adottati dalla Corea del Sud e da Taiwan che, a differenza della Cina, sono democrazie che hanno aggredito con anticipo l’epidemia.

 

Verso il secolo della Cina?

La Cina cerca ormai di rivendersi come “paese responsabile” che si mette al servizio delle altre nazioni. Lo può fare forte di una economia che pur avendo subito un duro colpo a causa del lockdown di Wuhan ha resistito comunque grazie alle dimensioni di un paese gigantesco che non ha mai chiuso completamente. A differenza di quel che sta succedendo in Italia e che progressivamente succederà in Europa e in America. L’Unione europea, infatti, sta per essere travolta dall’arrivo dell’epidemia e fatica a trovare la quadra della sua cronica frammentazione. A sua volta, il governo degli Stati Uniti sotto Trump, autoisolatosi al grido di “America First”, non riesce a offrire alcuna risposta internazionale significativa. Il contesto offre al governo cinese un’opportunità unica di occupare il vuoto politico ed economico lasciato dagli altri concorrenti globali, offrendosi come paese “salvatore”. Lo stesso ruolo che gli Usa svolsero alla fine della seconda guerra mondiale.

“Ovviamente non possiamo trasformare la Cina in una democrazia. Ma – ammonisce Marc A. Thiessen del Washington Post – possiamo ritenere la Cina responsabile del suo comportamento e dare un prezzo alle sue bugie e alla sua oppressione. Quando la crisi sarà passata, il presidente Trump dovrebbe calcolare il danno e chiedere che Pechino paghi per la morte e la distruzione scatenate negli Stati Uniti e nel mondo. È importante che questo virus sia per sempre collegato al brutale regime che ne ha facilitato la diffusione”. L’avvertimento è forte e chiaro ma rischia di restare velleitario, proprio perché la reazione di Trump è stata ottusa e sgangherata. La crisi pandemica del 2020 inaugura definitivamente il secolo della Cina.

 

 

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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