Usa 2020, ecco come si elegge l’uomo più potente del mondo | Fondazione PER
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Usa 2020, ecco come si elegge l’uomo più potente del mondo

di Vittorio Ferla

 

Mancano ormai poche ore al 3 novembre, il giorno in cui i cittadini americani potranno scegliere il loro futuro presidente. È ormai praticamente conclusa, dunque, una lunghissima campagna elettorale che ha visto prima lo svolgimento in ogni stato delle primarie dei due partiti – democratico e repubblicano – che costituiscono l’asse del sistema politico statunitense, poi le Convention che hanno espresso i due candidati, i comizi e i discorsi elettorali dei duellanti (molti senza pubblico a causa del Covid), infine i dibattiti televisivi.

Ma come viene selezionato l’uomo più potente del mondo? Per capirlo bisogna ricordare che gli Usa sono uno stato federale: la forza dei singoli stati, radicata nella storia, si riverbera anche sulle regole elettorali. Il sistema elettorale assegna così a ogni Stato un peso, i ‘voti elettorali’: in tutto sono 538. Per ottenere la presidenza, un candidato deve ottenere quindi 270 voti elettorali. Può accadere che, in determinate situazioni, gli stati pesino più dei cittadini (anche perché i voti elettorali non sono esattamente rapportati alla densità della popolazione). È successo proprio nelle presidenziali del 2016, quando Hillary Clinton, in vantaggio nei voti assoluti espressi dai cittadini, fu sconfitta perché Donald Trump aveva conquistato più Stati e, di conseguenza, più grandi elettori.

Dal 1845, per decisione del Congresso, l’Election Day è sempre il primo martedì del mese di novembre, quattro anni dopo l’elezione precedente. La scelta della data è legata alla necessità di favorire la popolazione agricola (che allora era la stragrande maggioranza): a novembre si conclude il raccolto e la neve non blocca ancora le strade; il giorno feriale si rendeva necessario per consentire agli elettori di svolgere la pratica religiosa della domenica e per raggiungere poi i centri che ospitavano i seggi. Oltre che per il presidente, il 3 novembre si voterà anche per la Camera dei Rappresentanti e per un terzo del Senato (i senatori sono eletti per 6 anni, e ogni biennio si rinnova un terzo dell’assemblea).

La scelta del Presidente si basa sul Collegio elettorale, disegnato dai Padri Fondatori per cautelarsi rispetto agli eccessi tipici dell’investitura diretta. Il meccanismo prevede che l’elettore, esprimendo il proprio voto, selezioni una serie di grandi elettori, collegati al candidato, che eleggeranno il presidente in un secondo momento. L’elezione del presidente degli Stati Uniti è quindi indiretta. Eletti nei singoli stati in numero proporzionale alla popolazione – pari alla somma di deputati e senatori che rappresentano lo stato al Congresso – i grandi elettori (ovvero i rappresentanti che hanno ‘promesso’ di sostenere il candidato al quale sono collegati) sono 538: il numero corrisponde in sostanza al numero dei senatori (2 ognuno dei 100 stati) e dei membri della Camera (435 + 3 rappresentanti del District of Columbia). Servono pertanto 270 voti per conquistare la Casa Bianca.

In ciascuno stato il candidato che ottiene più voti conquista l’intera posta, anche se per uno scarto minimo di voti. Siamo di fronte a un sistema maggioritario secco che gli americani definiscono appunto “winner takes all”. Il che significa che, per esempio, se Biden vince in California ottiene tutti i 55 rappresentati della California nell’Electoral College. Ci sono solo due eccezioni: Nebraska e Maine, infatti, assegnano i loro voti elettorali, rispettivamente cinque e quattro, con il sistema proporzionale.

Bisogna ricordare poi che in America il voto postale è uno strumento assai diffuso. Nel 2016 quasi il 25% delle preferenze è stato espresso così. Il meccanismo prevede in tal caso l’anticipazione del voto per garantire i tempi di spedizione della scheda. Si può votare via posta, senza bisogno di motivazioni, in 34 stati americani e nella capitale Washington. In cinque stati dell’Ovest è questo il metodo principale. Gli altri 16 stati lo permettono solo per motivi di salute. Tuttavia, molti limiti sono stati allentati per evitare i rischi di contagio ai seggi a causa della pandemia. Proprio per paura del virus molti americani hanno scelto di votare così: ad oggi sono più di 70 milioni, un numero record. Bisogna ricordare che, a causa dei fusi, le urne nei vari Stati chiudono in orari diversi, a partire dall’una di notte (ora italiana) fino alle 7. Lo spoglio dei voti può richiedere dunque molte ore. Quest’anno, visti i grandi numeri del voto postale, potrebbero servire anche dei giorni prima di avere il risultato finale.

Tra i motivi di incertezza sul risultato finale va menzionato il ‘tradimento’ dei grandi elettori. La storia americana registra alcuni casi, anche recenti, in cui un grande elettore, al momento della riunione del Collegio elettorale (che quest’anno si terrà il 14 dicembre), ha votato per un candidato diverso dal suo. Tuttavia, sono stati ininfluenti ai fini dei risultati.

Inoltre, in caso di parità tra i due candidati all’interno del Collegio elettorale, la decisione viene demandata alla Camera dei rappresentanti che sceglie il presidente fra i tre candidati che hanno ottenuto il maggior numero di voti elettorali. Ma le elezioni presidenziali sono state decise dalla Camera soltanto due volte dalla Camera, ormai ben due secoli fa: nel 1800, quando Thomas Jefferson vinse solo al 36esimo ballottaggio; e nel 1824, quando Andrew Jackson vinse al primo ballottaggio.

Il percorso per l’elezione del Presidente degli Stati Uniti d’America si conclude poi con la proclamazione al Congresso (prevista per il 6 gennaio 2021) e con l’Inauguration Day fissato al 20 gennaio.

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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