Usa, l’inflazione schizza a +6,8%. E se non fosse più temporanea? - Fondazione PER
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Usa, l’inflazione schizza a +6,8%. E se non fosse più temporanea?

di Vittorio Ferla

 

Negli Usa l’inflazione cresce a ritmi vertiginosi: tocca ormai quota +6,8 per cento rispetto allo stesso periodo di un anno fa. I dati sull’indice dei prezzi al consumo pubblicati venerdì scorso dal Bureau of Labor Statistics registrano un aumento dei prezzi a novembre dello 0,8 per cento rispetto a ottobre. L’aumento più veloce degli ultimi 40 anni: bisogna risalire al giugno 1982 per ritrovare una situazione così grave.

I fattori che provocano le dinamiche inflazionistiche sono noti: la devastante pandemia che ha sconvolto l’economia globale, l’impatto conseguente sulla forza lavoro e sulle catene di approvvigionamento, gli investimenti pubblici che hanno stimolato una elevata domanda di beni.

Gli aumenti su vasta scala abbracciano quasi tutti i settori, dai prodotti agricoli e alimentari all’edilizia abitativa. Le tariffe aeree sono aumentate a novembre del 4,7 per cento rispetto a ottobre. Circa la metà dell’aumento mese su mese dell’indice dei prezzi al consumo è dovuto all’aumento dei prezzi delle automobili, della benzina e dell’energia. Le aziende grandi e piccole aumentano i prezzi per compensare l’aumento dei costi di noleggio, trasporto e beni di prima necessità. Il covid ha pompato anche il costo delle cure mediche. Tra le cose che preoccupano di più gli economisti c’è l’aumento del costo delle case perché costituiscono grandi quote dei budget familiari.

I costi di affitto e alloggio tendono ad essere “molto più elevati rispetto, ad esempio, al carburante, al cibo o ai componenti di fornitura industriale”, ha affermato Joe Brusuelas, capo economista di Rsm, una rete multinazionale di servizi di contabilità. “Questo è il canale attraverso il quale inizia una possibile spirale salari-prezzi perché riduce il reddito personale”.

Col tempo, è possibile che i prezzi più bassi del gas e dell’energia o le catene di approvvigionamento non intasate aiutino a riportare i prezzi a livelli più sostenibili. Ma non è chiaro quando ciò accadrà, così le aziende e i consumatori cambiano le loro aspettative sul futuro.

L’inflazione è diventata sempre più una occasione di conflitto politico. I repubblicani sostengono che le misure di stimolo avviate dai democratici stanno surriscaldando l’economia e che il paese rischierà una recessione, quando la Fed deciderà di aumentare i tassi. “Il rapporto sbalorditivo sull’inflazione di oggi dovrebbe allarmare ogni singolo americano, ma soprattutto i politici”, ha detto venerdì scorso Patrick J. Toomey, senatore repubblicano della Pennsylvania. “Le famiglie americane che lavorano duramente stanno soffrendo come conseguenza diretta delle politiche anti-energia e di prestito sconsiderate dell’amministrazione Biden”, ha aggiunto, attaccando le politiche espansive dell’amministrazione Biden.

I Democratici cercano di fare scudo a difesa del presidente rilanciando un messaggio diverso: le proposte di spesa del programma Build Back Better non soltanto non c’entrano nulla con l’inflazione, ma sono, viceversa, fondamentali per ridurre i costi delle famiglie, con particolare riguardo all’assistenza all’infanzia e all’assistenza sanitaria. Lo stesso Biden venerdì scorso, nel corso del Summit per la democrazia, si è difeso così: “Gli economisti pensano che il programma Build Back Better ridurrà l’impatto sull’inflazione perché sta riducendo i costi per la gente comune”.

Negli ultimi mesi, la Federal Reserve sta rinunciando al suo tradizionale messaggio rassicurante secondo cui l’inflazione è “limitata” e “temporanea”. Il principale strumento politico della Fed per attutire l’inflazione è l’aumento dei tassi di interesse: raffredda l’economia generale e rallenta la crescita aumentando il costo dei prestiti e degli investimenti delle imprese. Gli economisti si aspettano sempre più che la Fed alzerà i tassi già in primavera, molto prima di quanto previsto all’inizio di quest’anno. E che potrebbero esserci effetti a catena anche sull’Europa.

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Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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