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Usa-Russia (e Ue). Di nuovo a Reykjavik?

di Alessandro Maran

 

«Impantanati a Minsk: il summit Ue dirottato dalla Bielorussia». Così titola oggi Politico Europe. I capi di stato e di governo della Ue avrebbero dovuto, infatti, dedicare il vertice alle relazioni con i loro due più importanti e scomodi vicini: la Gran Bretagna e la Russia. Invece sono stati indotti a focalizzare la loro attenzione sulla Bielorussia e le conclusioni dei leader europei sulla Russia (concepite come un messaggio «forte» di condanna delle «attività illegali, provocatorie e disturbanti della Russia contro la Ue e i suoi stati membri») sono state declassate ad un fatto assolutamente secondario.

Eppure, quello delle relazioni della Ue con la Russia resta un nodo strategico. Anche perché Russia e Bielorussia non sono due problemi separati. Se Lukashenka è sopravvissuto alla «Rivoluzione delle ciabatte» e alle manifestazioni di protesta è grazie alla protezione di Putin, e probabilmente, come sostengono diversi analisti, se ora si comporta da «fuorilegge internazionale», è con il consenso di Mosca.

Inoltre, la settimana scorsa il segretario di stato americano Anthony Blinken e il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov si sono incontrati a Reykjavik. L’Islanda, si sa, ha ospitato uno dei più famosi summit della Guerra fredda tra il presidente americano Ronald Reagan ed il leader sovietico Mikhail Gorbachev. Questa volta, la posta in gioco non era così alta, ma le tensioni tra Mosca e Washington richiamano alla memoria proprio i vecchi tempi.

Gli Stati Uniti hanno usato toni molto duri che riflettono i molti e diversi fronti della contesa: dagli attacchi informatici attribuiti alle spie di Mosca alle pressioni territoriali sull’Ucraina del presidente Vladimir Putin. Il portavoce di Blinken ha detto che il segretario ha espresso «profonda preoccupazione» per il dispiegamento di truppe, le repressione russa contro la stampa e gli oppositori politici e le condizioni del leader dell’opposizione Alexey Navalny.

Blinken ha ormai la fama di essere uno che esprime la posizione americana in modo molto schietto. Qualche tempo fa, ha scatenato uno scontro retorico con la delegazione cinese in Alaska, che ha condensato le tensioni con un altro enorme avversario degli Stati Uniti. Ma l’amministrazione americana sta cercando anche di svelenire le relazioni con Mosca: il presidente ha proposto un summit con Putin in Europa e prima dell’incontro della settima scorsa ha provocato l’ira dei repubblicani revocando le sanzioni sull’impresa che sta dietro la pipeline russa Nord Stream 2 diretta in Germania.

Molto probabilmente, i rapporti tra Stati Uniti e Russia non saranno mai buoni. Anche perché uno dei caposaldi del progetto politico di Putin è proprio quello di accrescere il potere relativo di Mosca screditando la democrazia americana (si veda l’ingerenza nelle elezioni). Ma disinnescare la diffidenza tra rivali dotati di armi nucleari (in abbondanza) è sempre una buona idea. E ci sono ambiti (come i programmi nucleari della Corea del Nord e dell’Iran) in relazione ai quali entrambi i paesi hanno interessi comuni. E forse c’è perfino qualche spiraglio: «In linea di principio, ritengo che si sia trattato di una discussione molto utile», ha detto Lavrov dopo l’incontro.

Resta il fatto che, il mese scorso, la Russia ha ammassato quasi 80.000 uomini al confine con l’Ucraina. Non molto lontano, nella regione del Donetsk dell’Ucraina orientale, i separatisti appoggiati dalla Russia di recente hanno intensificato i loro attacchi. Qualche settimana fa, il segretario di stato americano Anthony Blinken ha visitato Kiev per mettere in evidenza il sostegno americano all’Ucraina. Nonostante l’acquazzone, Blinken ha visitato, con in mano un mazzo di rose, un memoriale dedicato ai soldati ucraini morti nei combattimenti con la Russia; e, più tardi, ha detto di essere essersi commosso «nel rendere omaggio a quanti hanno perso la vita per difendere la democrazia dell’Ucraina».

Da quando il presidente Joe Biden si è insediato alla Casa Bianca (spodestando Donald Trump, notoriamente più sollecito con il presidente Putin,) le tensioni tra la Russia e gli Stati Uniti sono aumentate.

Probabilmente l’aumento delle truppe russe dal mese di marzo è un messaggio rivolto sia all’Ucraina che agli Stati Uniti e all’Unione europea.

Nei confronti dell’Ucraina, è un tentativo classico di intimidazione; un modo per ribadire che la Russia considera il paese dell’Europa orientale come parte della propria sfera di influenza e si oppone ai tentativi ucraini di unirsi alla Nato. La Russia ha già annesso la Crimea sottraendola all’Ucraina dopo l’invasione del 2014. E ora gli 80.000 militari potrebbero essere, in parte, un modo per rafforzare la posizione russa in vista dei negoziati di pace sulla regione del Donetsk, garantendo a Putin un controllo potenzialmente maggiore sull’Ucraina orientale.

Nei confronti degli Stati Uniti e dell’Unione europea, i militari sono il segno che la Russia tiene all’Ucraina più di quanto l’abbiano a cuore europei e americani. Gli Stati Uniti e la Nato stanno preparando le loro manovre militari nell’Europa orientale, chiamate «Defender Europ, che comprendono 28.000 uomini. Il dispiegamento di truppe russe «è teso principalmente a smascherare il bluff degli Stati Uniti e dell’Europa», hanno scritto Helene Cooper e Julian Barnes del New York Times, e a «rendere evidente a Kiev limiti del sostegno occidentale».

Il dispiegamento di truppe sembra anche contenere un messaggio che va molto oltre l’Ucraina. È una dimostrazione di forza da parte di Putin proprio mentre sta cercando di mettere a tacere il movimento di protesta guidato da Alexey Navalny, che ha ispirato più manifestazioni dissenso di quante Putin ne abbia affrontate da molti anni a questa parte. Ed è un modo per ricordare a Biden che se dovesse diventare più aggressivo nei confronti della Russia, Putin può creargli parecchi problemi.

Joe Biden ha un programma di politica estera molto ambizioso, buona parte del quale ha poco a che vedere con la Russia e una parte del quale, anzi, richiederebbe la cooperazione della Russia, come il cambiamento climatico e il programma nucleare iraniano. Un’escalation dello scontro in Ucraina renderebbe tutto molto più difficile; e mostrandosi più aggressivo sull’Ucraina, Putin può dimostrare a Biden e ai leader europei che è ancora in grado di condizionarli.

Dal canto suo, il presidente americano ha usato parole dure nei confronti di Putin. Lo ha definito un killer. Ma le politiche reali di Biden sono molto più moderate e alternano, platealmente, bastone e carota. Senza dubbio, la visita di Blinken a Kiev è stata una sfida, e il mese scorso gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni sulla Russia in risposta all’hackeraggio e all’interferenza nelle elezioni presidenziali. Ma le sanzioni si sono fermate ben al di sotto di quanto gli Stati Uniti avrebbero potuto fare. «Ho detto chiaramente al presidente Putin che avremmo potuto spingerci oltre, ma ho scelto di non farlo» ha detto Biden annunciando le sanzioni. «Gli Stati Uniti non stanno cercando di innescare una spirale di conflitti e di escalation con la Russia».

Forse l’obiettivo di Biden è quello di creare una relazione stabile facendo capire a Putin che avrebbe più da perdere che da guadagnare da uno scontro aperto. E non è facile. La Russia, come ha scritto di recente l’Economist, è già «il più prolifico produttore di instabilità sui confini europei, e verosimilmente il più attivo piantagrane nelle democrazie più ricche, finanziando i partiti estremisti, diffondendo disinformazione e discordia». E (come Putin sta dimostrando in Ucraina) potrebbe causare perfino guai peggiori.

Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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