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Vaccini: condividerli con i paesi poveri conviene anche noi

di Vittorio Ferla

Che la pandemia aumenti le diseguaglianze tra le persone e tra i gruppi sociali lo avevamo già capito. Nelle nostre economie occidentali Covid-19 ha messo sul lastrico i lavoratori dei servizi a basso salario (soprattutto giovani e donne) e, nei paesi multietnici come gli Stati Uniti, ha colpito soprattutto le minoranze razziali (afroamericani e latini). Viceversa, i colletti bianchi sono stati in grado di lavorare in gran parte in sicurezza da casa. I super-ricchi, poi, lo hanno potuto fare dai loro dorati ritiri.

Nei paesi in via di sviluppo l’impatto della pandemia è ancora più drammatico. Basti ricordare che i lavoratori migranti che hanno perso il lavoro durante la pandemia, non hanno più inviato a casa la stessa quantità di denaro del passato. Per paesi come Filippine, Pakistan e Bangladesh, che vivono anche di ‘rimesse’, è stata una batosta. La recessione globale successiva alla crisi sanitaria ha poi tagliato la domanda di materie prime: ciò ha colpito duramente i produttori di rame come lo Zambia e la Repubblica Democratica del Congo e i paesi dipendenti dal petrolio come l’Angola e la Nigeria.

L’aumento vertiginoso dei casi di Covid-19, inoltre, ha depresso il turismo, con una drastica decimazione dei posti di lavoro e dei profitti in paesi come Thailandia, Indonesia e Marocco.
A complicare il quadro si aggiunge ora la diseguaglianza nell’accesso ai vaccini contro Covid-19. Nei mesi scorsi alcune delle principali aziende farmaceutiche hanno prodotto vaccini salvavita in tempi da record. Una volta conseguito questo prodigioso risultato i paesi più ricchi del Nord America e dell’Europa hanno sottoscritto degli accordi per acquisire la maggior parte della fornitura. “Una quantità enorme, sufficiente per vaccinare due o tre volte la loro popolazione”, spiega Peter Goodman del New York Times.

Questa – almeno nell’immediato – è una buona notizia per i paesi che hanno potuto investire. Viceversa, ricorda Goodman, “molti paesi in via di sviluppo, dal Bangladesh alla Tanzania al Perù, dovranno probabilmente aspettare fino al 2024 prima di vaccinare completamente le loro popolazioni”. Monopolizzando la fornitura di vaccini contro il Covid-19, le nazioni ricche rischiano in primo luogo di generare una catastrofe umanitaria in quei paesi che non riescono ad acquistare quantità sufficiente di vaccino.

“Pensiamo alla questione dei vaccini, come delle cure mediche in genere, al rischio di esclusione delle popolazioni più indigenti: chi ci racconterà l’attesa di guarigione nei villaggi più poveri dell’Asia, dell’America Latina e dell’Africa?”. Così Papa Francesco si è rivolto sabato scorso agli operatori dei media, nel corso della Giornata delle Comunicazioni sociali. E sottolineando l’emergenza ha continuato: “Le differenze sociali ed economiche a livello planetario rischiano di segnare l’ordine della distribuzione dei vaccini anti-Covid. Con i poveri sempre ultimi e il diritto alla salute per tutti, affermato in linea di principio, svuotato della sua reale valenza”.

Quello che ancora in pochi comprendono è che la devastazione economica dei paesi poveri che deriverà dall’accesso diseguale ai vaccini colpirà nel medio periodo pure i paesi più ricchi. L’allarme viene dallo studio accademico appena pubblicato dalla International Chamber of Commerce (Icc), l’istituzione che rappresenta a livello globale oltre 45 milioni di aziende in oltre 100 paesi. Secondo la ricerca, “anche nello scenario più favorevole alle nazioni ricche – tutte completamente vaccinate entro la metà di quest’anno, ma con i paesi poveri in gran parte esclusi – l’economia globale subirebbe perdite superiori a 9 trilioni di dollari, una somma superiore alla somma del Pil di Giappone e Germania”.

Quasi la metà di questi costi verrebbe assorbita da paesi ricchi come Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna. Nello scenario intermedio, nel quale “i paesi in via di sviluppo vaccinano metà della loro popolazione entro la fine dell’anno, l’economia mondiale subirebbe comunque una perdita compresa tra 1,8 e 3,8 trilioni di dollari. E più della metà dell’impatto sarebbe concentrato nei paesi ricchi”.

In pratica, il rapporto dell’Icc sostiene una conclusione solo apparentemente paradossale: che un’equa distribuzione dei vaccini non sarebbe soltanto nell’interesse umanitario dei paesi più poveri, ma costituirebbe anche un vantaggio economico per ogni Paese, compresi quelli ricchi, le cui economie dipendono maggiormente dal commercio internazionale. Condividere i vaccini con i paesi poveri non sarebbe soltanto una forma paternalistica di beneficenza, ma un vero e proprio must commerciale per le imprese delle economie più forti.

Bisogna ricordare infatti che il mondo del commercio internazionale sopravvive sulle catene di fornitura globali che producono pezzi di ricambio per l’industria e che continueranno a essere interrotte finché il virus rimarrà una forza. Un team di economisti – provenienti dalla Koc University di Istanbul in Turchia, e, negli Usa, dall’Università di Harvard e da quella del Maryland – ha esaminato i dati commerciali di 35 industrie in 65 paesi, esplorando in profondità l’impatto economico della distribuzione ineguale dei vaccini.

In pratica, sostengono i ricercatori, “se le persone nei paesi in via di sviluppo rimangono senza lavoro a causa dei lockdown necessari per soffocare la diffusione del virus, avranno meno soldi da spendere, riducendo le vendite per gli esportatori in Nord America, Europa e Asia orientale. Anche le multinazionali delle nazioni avanzate faranno fatica a garantire le parti, i componenti e le materie prime necessarie”.

La maggior parte del commercio internazionale, infatti, non coinvolge prodotti finiti, ma parti che vengono spedite da un paese all’altro per entrare nella composizione del prodotto. Secondo l’Oecd, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, dei 18 trilioni di dollari di beni scambiati lo scorso anno, i cosiddetti beni intermedi rappresentavano 11 trilioni di dollari. “Se la pandemia continuerà ad affliggere i paesi poveri – si legge nello studio – è probabile che gli effetti negativi siano peggiori per le industrie di quei settori – automobilistico, tessile, edile e al dettaglio – che dipendono dai fornitori sparsi per il mondo: qui le vendite potrebbero diminuire di oltre il 5%”.

Lo studio ricorda poi che esiste, già dall’aprile del 2020, una iniziativa filantropica globale lanciata dall’Oms e dai suoi partner: nota come Act Accelerator, ha lo scopo di fornire risorse ai paesi in via di sviluppo. Finora ha assicurato impegni per quasi 11 miliardi di dollari. Ma la cifra-obiettivo ammonta a 38 miliardi di dollari. E, sempre secondo lo studio di Icc, i restanti 27 miliardi di dollari – che potrebbero sembrare una somma enorme – “sono una miseria se paragonati ai costi che deriverebbero dalla diffusione incontrollata della pandemia”.

Nel corso del 2020 l’amministrazione Trump si è completamente disinteressata della questione. Che potrebbe ricevere invece nuovo impulso con l’ingresso alla Casa Bianca di Joe Biden. Un segnale viene dal fatto che Anthony Fauci, il medico che Biden ha riconfermato alla guida della task force contro la pandemia, ha già annunciato che gli Stati Uniti si uniranno alla campagna per la maggior condivisione possibile dei vaccini. Soprattutto a vantaggio dei paesi più arretrati.

“L’acquisto di vaccini per il mondo in via di sviluppo non è semplicemente un atto di generosità da parte delle nazioni più ricche. È un investimento cruciale per i governi che vogliono rilanciare le loro economie nazionali”, avverte John Denton, segretario generale dell’International Chamber of Commerce. Ecco perché il pragmatismo di Joe Biden potrebbe rilanciare la proposta di espandere il prelievo dal Fondo Monetario Internazionale per dare sollievo ai paesi poveri. I quali, sotto il peso di debiti pubblici enormi, hanno dovuto limitare la spese sanitarie. Con esiti facilmente immaginabili.

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Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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