Vade retro Stato: ecco perché la ricetta Mazzucato non funziona | Fondazione PER
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Vade retro Stato: ecco perché la ricetta Mazzucato non funziona

di Franco Debenedetti

 

 

1- Visioni di Stato e della Mazzucato*

C’è nell’aria odor di soldi, come mai prima d’ora: Recovery Fund, BCE, Banca d’investimento europea, SURE, MES. Mariana Mazzucato confida a Repubblica il suo entusiasmo: “Ora uno Stato imprenditore, che decida dove investire! E’ l’occasione che abbiamo per trasformare l’economia italiana”. E poiché, fa osservare, è questa la ragione per cui Conte l’ha chiamata a febbraio e poi, aggiungiamo noi, ha detto a Vittorio Colao di metterla nella sua task force, le appare l’occasione della sua vita: lo stato imprenditore, e con tanti soldi! E tutti soldi liberi, senza condizionalità, anche quelli­­­­­­­­ del MES, che ci han pensato gli amici dei Cinque Stelle a fargli l’esame del sangue, e se ne trovavano una traccia facevano cadere il governo. Arrivati che saranno in cassa, ci penserà lei a mettere le condizionalità. Le aziende “prima le si aiuta, mettendo le clausole che rispetteranno, per esempio come e su che cosa investiremo”: poi ci sarà lo Stato “che agisce in simbiosi con le imprese, indirizzando e coordinando investimenti e iniziative e che dimostra di avere una strategia, una visione di quale economia viviamo”.

In tempi normali, chi conosce la Mazzucato, sapendone in anticipo il contenuto, l’intervista manco l’avrebbe letta. Ma in tempi difficili questi propositi (o spropositi) fanno danni. Pensiamo a un medio industriale, diciamo uno con 250 operai: con quale spirito si mette a riparare ai danni di questo terremoto, se si sente dire che avrà dietro la spalla uno Stato che “indirizza e coordina investimenti e iniziative” e che gli vuole imporre la sua strategia e la sua visione. Nella migliore delle ipotesi, penserà rassegnato che alla fine saranno solo moduli da riempire.

 

Com’è fatta l’Italia che produce

Forse la professoressa Mazzucato dovrebbe studiare come è fatta l’Italia che produce. Le grandi industrie, pubbliche e private, le loro strategie le hanno: le FCA, TIM, Luxottica, Barilla, Ferrero, citando a caso, non sarà lei a fargli cambiare strada; figuriamoci con Enel, ENI, Finmeccanica. Un gradino sotto ci sono le cosiddette multinazionali tascabili, quelle che ci hanno tenuti a galla in questi anni: quelle le lezioni di strategia non le ricevono, le danno, perfino alla Germania, che avevano battuto come crescita delle esportazioni.

All’altro estremo ci sono le aziende con meno di 10 dipendenti, occupano il 45% dei lavoratori, sono la forza e la debolezza dell’Italia: la forza perché sono l’espressione delle caratteristiche di inventiva, di micro-imprenditorialità, di indipendenza che tutti ci invidiano: ma hanno una bassa produttività. Mentre per le aziende con più di 10 dipendenti la nostra produttività è superiore a quella tedesca, per quelle con meno di 10 siamo sotto di un terzo. Questa è una delle ragioni per cui noi cresciamo di meno. Ci han provato in tanti a convincerli a fondersi, e poi assumere un laureato: vuol provarci la professoressa, spiegandogli la “visione di quale economia noi vogliamo”?

 

Ammesso (e non concesso) che lo Stato sappia quale economia vuole, sarebbe capace di realizzarla?

A realizzare quella visione la Mazzucato vorrebbe che fosse lo Stato imprenditore. Ma, ammesso e non concesso, che lo Stato sappia quale economia vuole, è sicura che la sappia realizzare? Fin che si tratta di sostituire il vertice di una banca che ha salvato, come è stato dopo la crisi del 2008, non c’è bisogno di grandi visioni, basta il buon senso. Nel passato recente, non son mancate allo Stato le occasioni di realizzare visioni: per portare la banda larga nei “fantomatici (sic) fallimenti di mercato”, ha fondato Openfiber, ha messo dei soldi: ma l’azienda è in ritardo di 3 anni sul suo programma, e la fibra sovente si ferma su un palo a 50 metri dalla casa. Ed è grazie a TIM e a Fastweb se oggi lavoriamo e facciamo riunioni in pieno lockdown, dobbiamo dire grazie web.

Oppure prendiamo la Sanità: è tutta pubblica, ne fanno parte anche le strutture gestite da privati. Se da noi è stata un’ecatombe di medici e operatori sanitari, mentre in Germania non è morto neppure un medico, pare dipenda dalla disponibilità di strutture di emergenza: erano adeguate ai piani di emergenza da pandemia che pure esistevano? Gestire tamponi e mascherine non pare richieda “visioni” o competenze da rocket science: perché da noi il risultato è la horror story raccontata a Milena Gabanelli del Dataroom sul Corriere di lunedì 27? Nell’attesa che arrivino i soldi dall’Europa, aziende che con la chiusura sono diventate illiquide si rivolgono alle banche, a cui lo stato ha assicurato garanzia back to back fino a un certo massimale. Ma le aziende non hanno visto ancora un euro, perché alle banche si chiedono procedure interminabili: è meglio controllare la visione o la strategia?

Il corso di economia che la professoressa insegna comprende di certo la teoria del costo dell’informazione. Tutte le aziende, grandi e piccole sono depositarie delle informazioni. che gli servono, su concorrenti e clienti, sulle materie prime da acquistare e sul modo di lavorarle. E’ il loro capitale immateriale, se lo sono costruito lavorando. Non sanno tutto di tutti, ma hanno le informazioni che servono, se ne vogliono di più sanno come procurarsele. Quanto costerebbe a governi e loro rappresentanti acquisire quelle informazioni? E se non le hanno, che visione, che strategia gli possono richiedere di implementare?

 

Lo Stato non sprechi soldi nel cercare di fare quello che non può sapere

Lo Stato la propria visione e le proprie strategie le comunica con quello che fa. E di cose da fare ne ha tante: le ricerche di base, la sanità, la scuola, la giustizia. Già che si sta pensando al dopo, è proprio un sogno proibito quello di avere una burocrazia che faciliti e non ostacoli l’operare dei cittadini? Non sprechi soldi nel cercare di fare quello che non può sapere, e non li faccia sprecare nel non fare quello che dovrebbe saper fare. Perché quei soldi sembrano gratis, ma alla fine sono nostri. Non sarà elegante ricordarlo alla signora Mazzucato: ma proprio se lo è voluto.

 

2- La socializzazione dell’economia è una boiata pazzesca* 

“Quando l’economia è in crisi, a chi chiediamo aiuto? Non alle aziende, ma allo Stato. Ma quando l’economia va bene, ignoriamo i governi e lasciamo che le aziende si prendano i benefici”. Colpisce, in questa prima frase dell’articolo di Mariana Mazzucato pubblicato sul New York Times il 1°Luglio, che dopo il punto va a capo. Mentre avrebbe dovuto mettere due punti: e concludere “e ricomincino a pagare le tasse”.

Lo Stato è il monopolio territoriale della violenza legittima, per proteggere i cittadini da nemici esterni e da criminali interni. Inoltre allo Stato chiediamo di organizzare e fornire servizi universali, sanità, istruzione, welfare. Per questo gli diamo circa il 50 per cento della ricchezza che produciamo, e, pagandole, contribuiamo a rendere sostenibile l’immane debito che i governi hanno contratto. “In quest’ottica solo le imprese creano valore”, scrive la Professoressa: potrà non piacerle, ma è esattamente così che funziona, produrre profitti è responsabilità delle imprese, e pagare le relative tasse. Per lei è motivo di scandalo, per le imprese causa della sensazione di restare in credito.

Cita gli aiuti che la Federal Reserve erogò alle banche durante la crisi del 2008 per evitare il melt down. Li diede la FED, e i cittadini non ebbero dubbi che quei soldi erogati dalla banca centrale fossero soldi loro. E non sono solo loro: se ha dei dubbi, la professoressa provi a chiedere ai cittadini dei “paesi frugali” di chi pensano siano i soldi con cui la BCE compera il debito italiano per tener bassi i tassi: o quelli che l’Unione Europea si appresta a prendere a prestito dal mercato.

 

Lo Stato esiste come assicurazione contro eventi estremi

L’assicurazione contro eventi estremi – calamità: alluvioni, terremoti, epidemie – è verosimilmente la ragione per cui lo Stato esiste: dal tempo di Hobbes tendiamo a pensare che sia così. Anche per la buona ragione che non è che lo Stato si possa chiamare totalmente fuori da calamità e crisi. Se ci sono alluvioni, c’è il dissesto idrogeologico a cui non si è posto rimedio; ci sono i terremoti ma anche case costruite senza ottemperare alle norme o sui declivi dei vulcani. Quanto al Covid-19, su tante morti indaga la magistratura, e potrebbe (dovrebbe) anche farlo sul razionamento dei tamponi. E quanto alla crisi dei subprime, le cause furono in parte dovute a politiche governative per la casa a tutti, in parte a norme inadeguate: altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di emanare la legge Sarbanes Oxley.

Mazzucato continua a ripetere la storia di Internet e del GSM: ma cos’è il, pur grande, valore di questi strumenti restituiti alla società a fronte di quanto sono costate alle imprese le guerre, fredde e calde, pagate dai contribuenti? E poi, il “valore” era li fermo o lo hanno creato Google e Uber con la loro pulsione di fare profitti battendo la concorrenza sul tempo?

 

La proprietà statale delle aziende è un’anomalia

Ma torniamo al Covid-19: qui non stiamo affatto socializzando le perdite. Qui stiamo evitando che si determinino fallimenti (con le conseguenze sociali che ne deriverebbero) in conseguenza di una scelta, giustificata finché si vuole, ma collettiva, di imporre a cittadini e imprese il lockdown. Per motivi indipendenti dalla loro volontà, interi comparti sono a rischio.

Sulle condizionalità sugli aiuti dati alle imprese, per essere sicuri che essi vadano solo a evitare licenziamenti e a finanziare investimenti, nessuno obbietta nulla. Ma c’è chi vorrebbe sfruttare l’occasione per ridefinire – direttamente o indirettamente – gli assetti proprietari: e questo è tutt’altra cosa. Se è questo che pensa, lo dica. E sappia che questo desta allarmi e induce rifiuti  nel Paese che si è dovuto indebitare per pagare i guasti lasciati dallo “Stato imprenditore” .

Con la Professoressa (e ahimè non solo con lei) sempre lì andiamo a cadere. Se lo Stato (oggi) possiede aziende che fanno profitti, ciò non toglie che queste siano sempre un’anomalia. Per la loro stessa presenza riducono la concorrenza; per il fatto di essere pubbliche devono adottare pratiche che mirano ad altro che il massimo dei profitti: quando va bene, alla spartizione dei posti.

“Dovremmo socializzare i successi”, scrive la Professoressa: è quello che fanno le imprese pagando le tasse. Il problema è aumentare i successi: e questo vuol dire aumentare la concorrenza, facilitare la traduzione di idee in imprese, ridurre, se non le imposte che paga chi crea ricchezza, almeno il costo di chi la “socializza” e delle sciocchezze che fa.

 

* Pubblicato su HP, 30-04-2020

* Pubblicato su Il Foglio, 3-7-2020

Franco Debenedetti
Franco Debenedetti
fd@per.it

Nato a Torino nel 1933, laurea Politecnico di Torino in ingegneria elettrotecnica, diploma in ingegneria nucleare. Per 35 anni imprenditore e manager, dalla piccola azienda famigliare a CIR, Fiat, Olivetti, Sasib, Sogefi. Per 12 anni e 3 legislature, senatore del centro sinistra. Da 25 anni editorialista, ora per il Sole 24 Ore e Il Foglio. Fonda e presiede per 6 anni Interaction Design Institute Ivrea. Presidente dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto: "Ritagli",“Sappia la destra” (Baldini e Castoldi), “Grazie Silvio”(Mondadori), “Quarantacinque percento” (Rubbettino), “La guerra dei trent'anni”(Einaudi),“Il Peccato del Professor Monti” (Marsilio) e curato “Non basta dire no” (Mondadori). Tra le numerose prefazioni, il saggio di “Euristica della faglia” per “Terremoti Finanziari” di Raghuram G. Rajan (Einaudi),“Sesso e potere: un secolo” per “Il Mito Virtuista” di Vilfredo Pareto (LiberiLibri) e “Gretchen e la democrazia” per “La mente servile” di Kenneth Minogue (IBL Libri)

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