Vent’anni dopo: Craxi oltre gli stereotipi | Fondazione PER
17381
post-template-default,single,single-post,postid-17381,single-format-standard,theme-bridge,bridge-core-2.0.5,cookies-not-set,woocommerce-no-js,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,columns-4,qode-child-theme-ver-1.0.0,qode-theme-ver-21.0,qode-theme-bridge,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-6.0.5,vc_responsive

Vent’anni dopo: Craxi oltre gli stereotipi

di Luigi Covatta

 

Vent’anni fa fu Stefano Folli a scrivere il più significativo necrologio di Bettino Craxi. Sul Corriere della Sera (21 gennaio 2000) richiamò un sondaggio pubblicato dall’Espresso a maggio del 1987 che “conteneva, quasi per caso, la chiave per capire gli anni ottanta e più ancora per leggere nell’immediato futuro: nel quinquennio che coinciderà con il declino del craxismo e sfocerà infine in Tangentopoli”. Il sondaggio diceva che “il 65% degli italiani dava un giudizio positivo di Bettino Craxi come statista ed uomo politico affidabile; la maggioranza si esprimeva altresì contro la formula del pentapartito”. Ma Craxi “non seppe o non volle capire che la sua figura aveva già spezzato i vincoli e le gabbie di un sistema partitico (o francamente partitocratico) ormai logoro”, e “non fu abbastanza coraggioso, o semplicemente innovatore”: anche se bisognava riconoscere che la sua “prudenza istituzionale” dimostrava “la sua tempra di democratico”.

 

“Non fu abbastanza coraggioso, o semplicemente innovatore”?

In effetti nel 1987 De Mita seppe tenerlo in gabbia: fino ad allestire la farsa del governo Fanfani a cui la Dc negava la fiducia, pur di impedirgli sia di eludere il patto partitocratico della “staffetta” sia di andare alle urne da presidente del Consiglio in carica. La “tempra di democratico”, quindi, non portò fortuna a Craxi: e non si sa come sarebbe andata se allora fosse stato “abbastanza coraggioso, o semplicemente innovatore”. Probabilmente Forattini lo avrebbe fatto finire a piazzale Loreto, e gli editorialisti lo avrebbero accusato di voler essere l’uomo solo al comando anche nelle istituzioni, dopo aver preteso di esserlo nel partito.

Ora Antonio Funiciello (Mondoperaio, gennaio 2020) considera il suo più grave errore quello di non aver esercitato con la dovuta attenzione, dopo la fine del suo governo, l’indiscussa leadership sul partito, che pure aveva costruito con tenacia a cavallo fra gli anni ’70 e ’80: e le cronache di Tangentopoli sono lì a dimostrare che, nonostante tutto, il “partito degli assessori” non venne minimamente scalfito dal cesarismo che pure aveva posto fine al partito delle correnti.

 

“Porre il Psi alla testa di uno schieramento progressista e riformatore vincente”

Al congresso del Psi del 1981 fui io a fare la dichiarazione di voto contro l’elezione diretta del segretario. Il giorno dopo mi aspettavo le lodi dell’ampio fronte anticesarista che già aveva preso di mira Craxi. Invece fui gelato da un articolo di Leonardo Sciascia (Il Giornale di Sicilia, 28 aprile 1981): il quale disse di non capire “perché la minoranza, che si considera di sinistra dentro il partito, si opponesse all’elezione diretta, di più larga partecipazione e portatrice di una maggiore stabilità”. E poi tessè le lodi dell’uomo solo al comando, mettendo in rilievo anche la coincidenza temporale con l’affermazione di Mitterrand nel primo turno delle elezioni presidenziali: “Che Craxi fosse in sintonia col congresso, anche nell’ambito della sua maggioranza stessa, non credo si possa affermare; ma che dal congresso lui e il Psi siano usciti in sintonia con un’area d’opinione molto più larga di quello che è stato finora lo spazio elettorale del partito mi pare sia fondata impressione”.

Debbo anche dire che – fatta eccezione della costante testimonianza di Michele Achilli – in seno al Psi quella mia dichiarazione fu l’ultima ad essere pronunciata contro Craxi. Lo stesso Signorile teorizzò che la sinistra era in minoranza, ma non all’opposizione: e nella preparazione della Conferenza di Rimini (che nonostante tutto Craxi volle affidare a me) non riscontrai ripulse neanche fra i collaboratori di Mondoperaio (salvo Paolo Sylos Labini, che però ce l’aveva coi socialisti che erano comparsi nelle liste della P2 e non col segretario). Come scriverà poi Alberto Benzoni, il consenso per Craxi nasceva “dalla intima convinzione che il nuovo leader del socialismo italiano avesse e la volontà e la possibilità di riuscire – sia pure attraverso vie traverse e talora oscure – nel compito da altri fallito o mai realmente tentato di porre il Psi alla testa di uno schieramento progressista e riformatore vincente”: per cui quel consenso era “anche compatibile con il dissenso politico e ideologico” (Il craxismo, 1991).

 

Craxi ebbe coscienza dei cambiamenti radicali nei rapporti politici

Benzoni difendeva Craxi anche dall’accusa (pur “fondatissima”) di avere la tendenza a “scavalcare gli organi”: egli infatti conosceva “la forza intrinseca che nasceva dall’effetto choc di proposte nuove e clamorose […] che il partito avrebbe fatto proprie […] con maggiore entusiasmo e partecipazione […] perché esse erano […] già nate e temprate nel mondo esterno, nel fuoco della vita: e non invece partorite in esangui e defatiganti percorsi interni”. Del resto un decennio prima era stato Antonio Baldassarre (allora ingraiano) a sottolineare che la svolta di Craxi affondava le sue radici “in una presa di coscienza (che non ha l’eguale negli altri partiti) dei principali mutamenti strutturali che hanno caratterizzato il sistema politico italiano, e cioè della trasformazione del partito di massa, della mutata composizione sociale dell’elettorato italiano e di quello socialista in particolare, dei cambiamenti radicali intercorsi nei rapporti tra partiti ed organizzazioni sociali, della diffusione di metodi di aggregazione di consensi estremamente diversi da quelli della sinistra tradizionale, del differente rapporto tra partiti e Stato” (Problemi del socialismo, settembre-dicembre 1980).

Lo stesso Baldassarre però avvertiva quanto fosse complicato il disegno di “trasformare l’attuale ‘centralità’ del Psi nel sistema dei partiti, che è di tipo funzionale (ossia legata alle strategie degli altri partiti), in una posizione strutturale (ossia legata al peso e allo spazio occupati nell’ambito dello stesso sistema)”: anche perché “il progetto craxiano presuppone, almeno nella sua prima fase, […] che si mantenga lo scenario politico attuale […] che caratterizza il nostro come un sistema bloccato”: per cui Craxi correva “il rischio di legare la propria sorte a quel sistema (bloccato) di cui oggi è diventato il massimo garante”. Ed a conclusioni simili giungeva due anni dopo Gianfranco Pasquino: il quale, pur riconoscendo che “senza ambizioni partigiane il Psi condanna se stesso a un ruolo subalterno che è altresì nocivo per tutto il sistema”, notava che Craxi era però costretto a “giocare da solo le sue carte”, data l’indisponibilità del Pci a una politica di alternativa e quella della Dc alla riforma del sistema politico (Il Mulino, maggio-giugno 1982).

 

La centralità del Psi e la “Grande Riforma”

Peraltro anche quando Craxi era approdato a palazzo Chigi ed aveva dato un’ottima prova di governo c’era chi ostentava scetticismo rispetto al suo progetto. Per esempio Claudio Rinaldi, il quale – rovesciando implicitamente la legge di Tocqueville (”per un cattivo governo il momento più pericoloso è sempre quello in cui esso comincia a riformarsi”) – gli imputava proprio l’intenzione di operare una “Grande Riforma” in epoca di buon governo: “Oggi l’Italia, anche per merito del governo Craxi, è il quinto paese industrializzato del mondo”, e “sono pochi quelli che davvero avvertono la necessità di tessere una seconda Repubblica” (Panorama, 1° marzo 1987). Il paradosso si sarebbe rivelato una cattiva profezia in relazione al destino della Repubblica, ma nei cinque anni successivi avrebbe pesato non poco in relazione al destino di Craxi: il quale avrebbe esitato troppo a lungo ad abbandonare il ruolo di Ghino di Tacco (la “centralità funzionale” di cui parlava Baldassarre) per costruire la “centralità strutturale” del Psi.

Ovviamente c’era del realismo nella sua posizione: né si può negare che il vantaggio tattico di cui godeva potesse in prospettiva rafforzarlo nel perseguire anche l’obiettivo strategico. Si può leggere in questa chiave anche la scelta più discutibile (e più discussa) da lui operata dopo l’uscita da Palazzo Chigi, il Caf: che non fu soltanto un’alleanza di potere (per di più mal congegnata, visto che ai due partner democristiani era riservata una sola poltrona, quella del Quirinale). In realtà Craxi, alleandosi con la destra democristiana, puntava soprattutto a snidare la sinistra del partito di maggioranza: il cui contributo avrebbe potuto essere essenziale per riformare il sistema politico, a condizione che De Mita rinunciasse a sua volta alla (peraltro precaria) rendita di posizione conseguita con l’esecuzione della “staffetta”.

 

Il rapporto con Segni e i referendari

In astratto l’obiettivo avrebbe potuto essere raggiunto anche alleandosi con Segni, che pure vantava indiscutibili quarti di nobiltà in seno alla destra della Dc. Era quello che in qualche modo gli suggerivano Pannella e Martelli. Ma ormai il leader referendario era circondato dai suoi sostenitori: a cominciare da quei “cattolici democratici” che – guidati da Scoppola – accusavano Craxi di avere intrapreso una “deriva plebiscitaria” proprio mentre loro stessi pretendevano di fondare una nuova Repubblica con un plebiscito. Come scriverà Marco Follini (C’era una volta la Dc, 1995), era immaginabile che i democristiani “avrebbero realizzato il bipolarismo reale, quando fosse stato possibile, anche a costo di modificare alcuni elementi della propria alchimia”. Invece finirono impaniati nel “conflitto fra l’identità e il ruolo”: tanto che nel 1994 non seppero da che parte schierarsi nel nuovo scenario che pure avevano efficacemente contribuito a creare.

Del resto neanche l’ala sinistra dei sostenitori che avevano circondato Segni aveva una strategia precisa, se non quella che aveva suggerito Maurice Duverger: il quale (Corriere della Sera, 4 gennaio 1993) riteneva che – attraverso l’alleanza fra Occhetto, Segni, Martelli e La Malfa (“quattro cavalieri per le riforme” protagonisti “di un’altra battaglia bipolare, quella dei moderni contro gli antichi”) – si sarebbe giunti a “una unione della sinistra su basi inversamente simmetriche a quelle che l’hanno portata al potere in Francia”. Pro missa bene cantata Duverger venne poi eletto al Parlamento europeo nelle liste del Pds: ma Occhetto non varcò mai il portone di palazzo Chigi.

 

Il complicato confronto con i comunisti

E’ il caso, a questo punto, di falsificare un altro stereotipo della leggenda nera del craxismo: quella che qualche tempo fa indusse Ernesto Galli della Loggia a definire Craxi “il Noske italiano”. Non che Craxi non fosse anticomunista: ma troppo spesso si dimentica, per esempio, che alla vigilia delle elezioni del 1983 (quelle che lo avrebbero portato a palazzo Chigi) volle incontrarsi con Berlinguer alle Frattocchie per verificare la possibilità di definire un’intesa programmatica a sinistra. Di quell’incontro, tuttavia, Alfredo Reichlin ricorda “l’assoluta incomprensione” da parte di Berlinguer “delle ragioni che spingevano Craxi sulla scena”, e che “nascevano dalle spinte di nuovi ceti e da un bisogno oggettivo di modernizzazione del paese” (Il silenzio dei comunisti, 2002). Mentre Gianni De Michelis ha sostenuto che anche in occasione dello scontro sulla scala mobile si tentò “di usare quel terreno per consentire ai comunisti di uscire dalla logica precedente […] favorendo il coinvolgimento politico del loro partito [attraverso l’accordo con la Cgil, n.d.r.] in un intervento importante per l’immediato quanto per il futuro” (La lunga ombra di Yalta, 2003).

Del resto neanche dopo la “svolta” le cose andarono diversamente. Solo Occhetto, nel 1990, aderì alla proposta di modificare il protocollo cinese che in Emilia-Romagna regolava i rapporti fra Pci e Psi, concedendo che alla guida della giunta regionale salisse Enrico Boselli. Quell’esperimento però finì bruciato nel grande falò di Tangentopoli: quando Boselli, pur non essendo personalmente coinvolto nelle inchieste giudiziarie, fu costretto alle dimissioni e sostituito da Pierluigi Bersani. Mentre dopo le elezioni del 1992 fu lo stesso Occhetto a respingere al mittente l’apertura di Craxi per un accordo fra i tre partiti dell’Internazionale socialista, come ha ricordato di recente Claudio Petruccioli (Mondoperaio, gennaio 2020). Ma a trent’anni di distanza nessuno sa che cosa si dissero Craxi, Veltroni e D’Alema nel camper collocato nel retropalco del congresso socialista di Rimini: e soprattutto nessuno ha potuto decifrare il senso di quell’incontro dai comportamenti successivi dei due dioscuri del Pds.

 

Perché Craxi contribuì a isolare Craxi

Non fu soltanto l’indisponibilità degli interlocutori, tuttavia, ad isolare Craxi. Fu anche la sua cultura politica, che gli impediva di concepire riforme che non nascessero da un’evoluzione del sistema dei partiti e rischiassero di determinare quel “salto nel buio” sempre temuto dal vecchio Nenni. Di questa indole fui testimone io stesso in una casuale ed estemporanea chiacchierata. Il 4 marzo 1991 l’Università di Ferrara celebrava il suo sesto centenario, ed il Senato accademico lo aveva invitato a tenere la prolusione con una lezione sul rapporto fra Nord e Sud del mondo, tema di cui si era occupato su mandato del segretario generale dell’Onu. Ero senatore di Ferrara, e toccò a me andarlo a prendere a Bologna. Nel breve tragitto, benchè non facessi parte del suo inner circle, chiese la mia opinione sull’atteggiamento da tenere in vista del referendum sulla preferenza unica (il primo ad essere celebrato fra quelli promossi da Segni).

Gli dissi che conveniva provocare le elezioni anticipate, perché quando la gente avesse capito che la parva materia del quesito referendario avrebbe messo in crisi la struttura dei partiti sarebbe andata a votare in massa. Mi rispose che non era vero che la gente fosse stufa dei partiti (tant’è vero che qualche mese prima alle elezioni comunali di Palermo la Dc non aveva perso un voto nonostante la fuoruscita di Leoluca Orlando). Ma soprattutto mi disse che le elezioni anticipate avrebbero colto i postcomunisti in mezzo al guado, e sarebbero state giustificate solo in presenza di un fatto politico nuovo: per esempio l’adesione dei miglioristi a liste di Unità socialista, che in qualche modo gli era stata fatta balenare da Napolitano.

 

Craxi capì molte cose. Ma non gli bastò

Tuttavia i miglioristi, come è noto, erano in tutt’altre faccende affaccendati. Con Formica e Martelli coltivavano il disegno della Sinistra di governo: il cui unico risultato, l’anno dopo, sarebbe stato quello di far mancare già al primo scrutinio una ventina di voti a Giuliano Vassalli, candidato di bandiera del Psi per la successione a Cossiga, aprendo così la strada a Scalfaro, certamente il personaggio più adatto per somministrare l’estrema unzione alla prima Repubblica. Resta comunque insoluta la questione posta implicitamente da Folli: Craxi venne sconfitto per avere osato troppo o troppo poco? E’ il caso, quindi, di affidarsi allo sguardo lungo di Luciano Cafagna. Secondo lui Craxi “capì cose che, se sei un genio (ma devi proprio esserlo, e non solo credere o far credere di esserlo), fai una di quelle rivoluzioni che sfondano e creano un vero mondo nuovo; ma se non lo sei, il solo fatto di averle capite non basta e finisce con l’ucciderti. E Craxi finì ucciso […] da molti pugnali diversi, come in un celebre giallo di Agata Christie” (prefazione a Menscevichi, 2005).

Il termine “riabilitazione” non fa parte del mio lessico: né mi appassionano le retoriche pop su esilio e latitanza che probabilmente verranno alimentate dal film di Gianni D’Amelio. Come ho cercato di dimostrare, la vicenda di Bettino Craxi è una vicenda tutta politica, e come tale va letta. Uno dei suoi più stretti collaboratori, Gennaro Acquaviva, lo ha fatto pubblicando presso Marsilio i dieci volumi della collana Gli anni di Craxi. La sua però è rimastavox clamantis in deserto: mentre il modo migliore per ricordare Craxi a vent’anni dalla morte (ed anche per onorarne la memoria) resta quello di condurre una riflessione a più voci proprio sugli anni che portarono dalla prima alla seconda Repubblica, che non furono solo gli anni di Craxi. E se capitasse che, ora che anche la seconda Repubblica è al tramonto, da questa riflessione si potesse trarre qualche elemento per evitare gli errori di allora, Bettino potrebbe finalmente riposare in pace.

 

Luigi Covatta
Luigi Covatta
covatta@per.it

Direttore di Mondoperaio, è vicepresidente di Libertàeguale. Dal 1979 al 1994 è stato parlamentare per il partito socialista, del quale nel 1992 è stato vicepresidente della “Commissione parlamentare per le riforme istituzionali”. Dal 1986 al 1989 è stato sottosegretario alla Pubblica istruzione, nei governi Craxi, Goria e De Mita. Dal 1989 al 1992 è stato sottosegretario ai beni culturali in due governi Andreotti.

Nessun commento

Rispondi con un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.