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Vergogna e compassione: c’era una volta l’America

di Alessandro Maran

 

Com’è naturale, i siti dei media americani in questi giorni sono stati inondati dalle opinioni dei lettori sul dibattito presidenziale di martedì scorso. E, com’è naturale, un’osservazione è stata ripetuta all’infinto: «Perché gli organizzatori del dibattito non hanno chiuso il microfono dei candidati una volta esaurito il tempo a loro disposizione?». Ma sembra prevalere un sentimento di vergogna.

Ivan, un elettore americano ha scritto (alla Cnn): «Alla fine di un dibattito che considero vergognoso, provo vergogna per come la politica in America è diventata così incredibilmente faziosa, ridotta agli insulti e ai nomignoli, un comportamento che riteniamo inaccettabile nei bambini piccoli». Ma i telespettatori americani che hanno assistito al primo dibattito presidenziale non sono stati i soli a trovare pensoso lo spettacolo di martedì scorso. «Scrivo dalla Germania e vorrei dirvi che sono scioccato. La frase tedesca «fremd schämen» significa vergognarsi di qualcuno. E mi sono vergognato, per Trump. Che reality show orribile», ha scritto un altro lettore.

Naturalmente, gli avversari degli Stati Uniti non si sono lasciati sfuggire loccasione di esibire il dibattito come prova del fatto che lAmerica si sta consumando, divorata dall’odio. «Il dibattito è stato proprio come il paese: tutti parlano. Nessuno ascolta. Nessuno impara nulla. È un disastro», ha gongolato di gioia l’autore di un articolo di opinione sul Global Times, il tabloid di stato cinese, che, ovviamente, afferma di interpretare il pensiero della maggioranza degli americani e incensa il sistema (totalitario) cinese.

Anche lIran ha assunto un tono di superiorità nell’evidenziare le anomalie del dibattito nel quale il presidente Donald Trump si è infuriato ed ha interrotto il candidato democratico ed il moderatore: «Guardate in che situazione si sono impantanati. Da un lato, hanno la peggior gestione del coronavirus e sono alle prese con il tasso di disoccupazione peggiore e con i disordini allinterno degli Stati Uniti. Dallaltro, non hanno ottenuto alcuna vittoria nella loro politica estera», ha detto il presidente Hassan Rouhani.

Senza dubbio, hanno brindato (più discretamente) anche altrove, e certamente al Cremlino. Il tentativo di interferenza da parte della Russia nel 2016 per seminare discordia e danneggiare la democrazia americana è un albero che continua a dare i suoi frutti. E immagini come quelle del dibattito presidenziale, favorite dalla propaganda di governi poco amichevoli, danneggiano profondamente il soft power degli Stati Uniti allestero.

A dire il vero, Trump, che ha subito durissime critiche dappertutto, ha ottenuto l’aiuto di uno dei suoi migliori amici all’estero, il presidente brasiliano Jair Bolsonaro. Su Twitter, il «Trump dei tropici» ha criticato le dichiarazioni di Biden sulla foresta pluviale e il suo programma di 20 miliardi di dollari, cui ha fatto cenno nel corso del dibattito, per aiutare a proteggere l’Amazzonia, in quanto sarebbe motivato da una agenda nascosta. Se non accettassimo questa offerta, ha detto Bolsonaro, Biden «imporrebbe gravi sanzioni economiche al nostro paese», ma ha aggiunto che lui «a differenza dei presidenti di sinistra del passato, non accetta tangenti, interferenze o minacce codarde alla nostra integrità territoriale ed economica». «La nostra sovranità non è negoziabile», ha continuato il capo dello stato brasiliano (strappando un sogghigno quando, nella versione inglese del tweet, ha sbagliato il nome di Biden ed ha scritto: «che vergogna, signor John Biden, che vergogna»).

Negli anni scorsi, mentre il vulcano Trump continuava ad eruttare, all’estero è emerso un nuovo atteggiamento verso l’America. Mentre in passato nei confronti degli Stati Uniti c’è stato spesso rispetto e ammirazione (oppure paura e risentimento), raramente c’è stato un atteggiamento di compassione. Ora è così. Tory Sheperd, la columnist del quotidiano australiano «The Advertiser» di Adelaide, ha scritto: «Ci sono molte ragioni per sentirsi profondamente dispiaciuti per gli Stati Uniti» oggi, fra cui il Covid-19, gli incendi, i disordini civili, le sparatorie a scuola, e un «dibattito caotico e vergognoso». Oltretutto, ha scritto la giornalista australiana, «la loro politica è decisamente tossica».

Alessandro Maran
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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