Verso la democrazia "compiuta": il contributo dei cattolici democratici alla stagione referendaria | Fondazione PER
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Verso la democrazia “compiuta”: il contributo dei cattolici democratici alla stagione referendaria

di Sandro Campanini

 

Ero presente anch’io, nel 1989, al congresso nazionale di Bari della Fuci (la Federazione degli universitari cattolici, di cui divenni poi, nel 1991, Presidente nazionale assieme alla compianta Patrizia Pastore): fu in quella occasione che per la prima volta venne proposta pubblicamente l’idea di un referendum sulla legge elettorale che portasse a un superamento del sistema elettorale proporzionale in direzione del maggioritario.

Quella proposta non rappresentava una temeraria improvvisazione, ma era il frutto di una riflessione che ormai da alcuni anni attraversava una parte dei settori più attenti del mondo politico, sociale e universitario e, in particolare, l’area cattolica “riformista” – assieme a buona parte di quella sinistra che si avviava al definitivo superamento del PCI, accelerato in modo repentino dal crollo del Muro di Berlino, a forze laiche e a movimenti di cittadinanza attiva.

Non a caso, quando dalla proposta teorica e dalla travagliata formulazione dei quesiti referendari si passò alla campagna referendaria del primo (1991) e poi del  secondo referendum (1993), accanto al leader di quella “traversata” – l’on. Mario Segni, che pure non veniva da quella tradizione  – e a varie personalità del mondo politico e sociale, si schierarono, oltre a molti giovani fucini, le ACLI e diversi esponenti provenienti dall’esperienza dell’Azione Cattolica.

A monte di questo impegno di una parte importante del cosiddetto “mondo cattolico”  c’erano le analisi e le proposte  di Pietro Scoppola e Roberto Ruffilli e per alcuni versi di Leopoldo Elia, per citare gli esponenti più significativi. Tutta una serie di concetti che venivano affermandosi  – lo “scettro” al cittadino, la fine  della “delega in bianco” ai partiti e della “conventio ad excludendum”, la democrazia decidente, il superamento dell’unità politica dei cattolici come “obbligo” di fatto, seppure non più formalmente richiesto con il Concilio Vaticano II – erano parte di una riflessione in cui si riconosceva la necessità di un nuovo protagonismo dei cittadini nella vita politica del Paese, meno condizionata da pregiudizi ideologici, in grado di portare a scelte consapevoli riguardo ai  rappresentanti e ai programmi di governo, nella convinzione che ciò avrebbe favorito anche profondi cambiamenti nel modo di intendere e organizzare la vita dei partiti – e anche delle istituzioni – rendendoli più responsabili di fronte ai cittadini e  più propensi a diventare strumenti di partecipazione e di selezione del personale dirigente che non  macchine di potere. Partiti la cui crisi era ormai conclamata, nonostante le molte resistenze ad ammetterlo.

Si trattava di fare un passo avanti ulteriore e decisivo verso una democrazia compiuta e dell’alternanza, rinvenibile già – seppure non fino a quel punto di realizzazione – in Aldo Moro.  E’ quindi abbastanza sorprendente che vi sia chi collega  questo movimento di riforma, i due referendum sulla legge elettorale, l’introduzione del Mattarellum, al populismo di questi ultimi anni. Per carità, di eterogenesi dei fini è lastricata la storia, ma per confutare questa tesi, non bastasse un’analisi onesta delle evoluzioni (e involuzioni) in Italia degli ultimi 10-20 anni, bisognerebbe almeno spiegare come mai allora il populismo abbia attecchito non solo da noi ma in Paesi con storie politiche, configurazioni istituzionali e sistemi elettorali molto diversi dal nostro e tra loro.

Semmai, c’è da chiedersi se le pulsioni populistiche non siano state favorite proprio dalla difficoltà di attuare e mantenere un più diretto e  virtuoso circuito democratico tra cittadini e istituzioni.  Il punto critico è piuttosto un altro:  i partiti e i movimenti  che si sono presentati sulla scena dopo quel passaggio, dopo una prima spinta iniziale, non sono stati in grado di – o, probabilmente, non hanno voluto – accettare fino in fondo di trasformarsi per essere all’altezza del nuovo modo di intendere il rapporto tra cittadini, partiti stessi e istituzioni. Nel fare questa affermazione, però, bisogna sempre ricordarsi che se le classi dirigenti hanno una loro primaria responsabilità, anche la società civile non ne è affatto esente, se è vero  che alcuni difetti del  sistema politico sono rinvenibili anche in molti altri ambiti.

Dopo i referendum sulle leggi elettorali, approvati con grandissimo consenso popolare, il Parlamento aveva approvato una buona legge, il cosiddetto Mattarellum, che per circa vent’ anni ha consentito – seppure con vari e noti incidenti di percorso – l’alternanza di maggioranze e di governi e un rapporto più diretto tra i territori e i parlamentari eletti nei collegi (anche qui, con alcune distorsioni legate alla logica dei “collegi sicuri” e dei “paracadutati”, che in alcuni casi sono andate purtroppo oltre un livello fisiologico). Quanto tale sistema abbia favorito l’ascesa di Berlusconi e la fine o il ridimensionamento dei grandi partiti tradizionali e quanto quel fenomeno sia stato dovuto al ritardo con cui le formazioni moderate e di centro (oltre a quelle socialiste) hanno reagito alla consunzione della “vecchia” forma partito, accelerata dalle inchieste giudiziarie e alle nuove istanze che venivano dal mondo e dalla società, è tema aperto che qui sarebbe complesso riprendere.

Personalmente non credo si possa attribuire al Mattarellum in quanto tale l’ascesa del berlusconismo, anche se può essere  vero che  tale sistema (e il modo furbesco con cui fu interpretato nella sua prima applicazione, con due alleanze distinte a nord e a sud), abbia aiutato Berlusconi a portare avanti il suo progetto; il che peraltro non ha impedito di sconfiggerlo. Ma ci sarebbe da chiedersi (cosa che a mio avviso non si è fatto abbastanza) come mai personaggi così radicalmente diversi dai leader democristiani, come Berlusconi, Bossi e Fini, e movimenti leaderistici e destrutturati come Forza Italia (tutto l’opposto rispetto al partito dei militanti, dei congressi, delle segreterie locali e nazionali e delle tessere) siano riusciti a intercettare il voto di migliaia di  elettori che avevano votato fino a poco tempo prima per partiti strutturati e capillari come  la Democrazia Cristiana (e il Partito Socialista).

Piuttosto, è un altro il punto su cui si potrebbe aprire una riflessione anche autocritica:  se è privo di fondamento ritenere che persone cresciute a “pane, Concilio e Costituzione”, come gli appartenenti ad associazioni cattoliche, pensassero di esaurire la democrazia a puro meccanismo elettorale e istituzionale (da cui la stucchevole contrapposizione tra le “regole” e la cosiddetta “democrazia sostanziale”, quasi che non ci possa essere attenzione a entrambe o che non ci siano interrelazioni tra le due dimensioni), può essere che  in alcuni momenti si sia confidato eccessivamente nella capacità del nuovo sistema elettorale di modificare profondamente i modi di fare politica e di organizzare la  vita di partito o movimento. Va però detto che Il Mattarellum è stato poi messo in soffitta abbastanza rapidamente e quindi non è stato possibile capire quali sarebbero stati i suoi effetti su  un periodo più lungo.

Gli anni dei referendum furono anche quelli della riforma del sistema elettorale per l’elezione dei Sindaci e dei Consigli comunali. Una riforma che ha dato ai cittadini la possibilità di una scelta diretta, sottraendo l’elezione dei o delle primi/e cittadini/e alle contrattazioni tra le forze politiche presenti in Consiglio comunale (con non infrequenti cambi in corso di mandato o anche “ribaltoni”) e dato maggiore legittimità e stabilità ai Sindaci e ai Consigli – salvo commissariamenti e scioglimenti. E’ vero che questo sistema ha accentuato il peso personale dei candidati o delle candidate a sindaco/a e ridotto a un ruolo molto limitato il Consiglio comunale e, in particolare, l’opposizione. Ma un’analisi che voglia essere obiettiva difficilmente potrebbe portare a rimpiangere il sistema previgente. Semmai (e lo stesso discorso dovrebbe essere fatto a livello nazionale se si tornasse al maggioritario), al rafforzamento degli esecutivi doveva e dovrebbe corrispondere un irrobustimento (nel merito e negli strumenti) dei poteri di controllo e proposta del Consiglio comunale e, all’interno di questo, delle minoranze.

La stagione referendaria vide una mobilitazione molto diffusa di associazioni, cittadini, comitati, esponenti politici e della società civile, di tantissimi giovani accanto a figure più mature e affermate, di persone con tradizioni culturali diverse, unite da un ambizioso obiettivo comune. Ci fu un impegno intenso e intergenerazionale, sostenuto da alte motivazioni ideali (al di là di qualche tono talvolta acceso, fatto però abbastanza fisiologico), nella convinzione che l’Italia dovesse e potesse diventare un Paese compiutamente “europeo”, con un sistema istituzionale più in grado di essere all’altezza delle sfide contemporanee, più trasparente e meno condizionato da poteri opachi e consorterie varie, vivificato e spronato da un maggiore protagonismo dei cittadini. Se quello spirito e quello stile di attivismo e partecipazione ampi e diffusi tornassero a innervare la vita politica e sociale del nostro Paese, ne avremmo un bel guadagno tutti.

Sandro Campanini
Sandro Campanini
campa@per.it

Nato nel 1966, residente a Parma, si è laureato in Scienze politiche a Bologna. Funzionario pubblico e giornalista pubblicista, dal 2017 è consigliere comunale del Partito Democratico, a Parma. E' stato Presidente nazionale della FUCI dal 1991 al 1992 e Coordinatore nazionale della rete associativa "Costituzione, Consiglio, Cittadinanza" (C3Dem) dal 2017 al 2019; è socio del Meic (Movimento ecclesiale di Impegno culturale) e del circolo culturale "Il Borgo" . E' autore di articoli su diversi siti on line.

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