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Vince Macron, l’europeista. E l’Ue tira un sospiro di sollievo

di Vittorio Ferla

 

I primi risultati del ballottaggio delle presidenziali francesi sanciscono la riconferma di Emmanuel Macron all’Eliseo. È la prima volta in 20 anni che un presidente uscente si assicura un secondo mandato. L’Europa tira un sospiro di sollievo dopo aver temuto la vittoria di Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, mai come quest’anno vicinissima all’exploit. Con il rischio di ritrovarsi un bubbone populista e sovranista nel cuore del vecchio continente.

Che la posta in gioco fosse cruciale Macron lo aveva sottolineato ancora nelle conclusioni del suo ultimo incontro elettorale a Figeac, nel sud-ovest della Francia. Per il presidente uscente, il ballottaggio sarebbe stato, di fatto, un referendum. A favore o contro l’Europa. Pro o contro una repubblica francese unita e laica. Queste elezioni, insomma, rappresentavano una scelta tra due visioni del mondo opposte.

Due visioni che, vista la fine dei partiti storici e la deflagrazione del sistema politico della Quinta Repubblica francese, vanno oltre la tradizionale alternativa tra destra e sinistra. Al primo turno, infatti, la neogollista Valérie Pécresse aveva raggiunto appena il 4,79% mentre la socialista Anne Hildalgo, sindaca di Parigi, aveva raggranellato un miserrimo 1,74%. La quasi sparizione dei partiti tradizionali conferma una nuova alternativa di sistema tra liberali e populisti: la Francia appare così come l’esperimento vivente della crisi che attraversa le liberaldemocrazie occidentali.

Da una parte, l’internazionalismo liberale di Emmanuel Macron, fondato sui principi della società aperta e del libero mercato, pur nella fedeltà alla declinazione statalista della cultura politica nazionale. Dall’altra, il populismo economico di Marine Le Pen, ispirato ai principi del protezionismo e dell’assistenzialismo sociale. Fino alla fine, l’esponente della destra francese ha cercato di cavalcare la tigre del malcontento sociale provocato dal mix delle ultime crisi economiche e della crisi pandemica. Un’onda lunga che parte dalle violente insurrezioni dei Gilet gialli e arriva fino alle più recenti proteste No Vax. Le Pen ha fondato la sua campagna elettorale su una serie di promesse demagogiche che vanno dalla riduzione permanente dell’Iva all’aumento degli stipendi dei lavoratori deciso direttamente dallo stato. Demagogica è apparsa pure la sua opposizione alle sanzioni contro la Russia, per paura delle ricadute economiche sulla società francese.

Questa divaricazione tra liberalismo e populismo si rispecchia anche nella frattura tra città e periferie rurali. Basti pensare che, al primo turno, il presidente uscente aveva ottenuto un grande successo a Parigi con il 35,33 per cento dei voti, conquistati soprattutto nei quartieri schierati storicamente con la destra gollista. E che, nel ballottaggio di ieri, ha probabilmente intascato il voto di porzioni di elettorato che, nelle grandi città, avevano premiato soprattutto il candidato della sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon. Sia chiaro: questi voti sono arrivati a Macron ‘turandosi il naso’, solo ed esclusivamente per opposizione al cripto-fascismo della Le Pen. La quale, viceversa, quasi assente nei grandi centri, è stata premiata nelle zone rurali. 

L’altra contrapposizione rilevante di queste elezioni è quella tra europeismo e sovranismo. Nel corso del primo turno, infatti, i candidati guidati da principi antiliberali e antieuropei – sia di destra che di sinistra – hanno raccolto più di diciotto milioni di voti, pari a quasi il 60% dell’elettorato francese. Accerchiato da Le Pen, Mélenchon, Zemmour (e altri candidati minori della destra radicale e della sinistra estrema), è quasi un miracolo che Macron sia riuscito nell’impresa portare alla vittoria la Francia europeista e liberaldemocratica.

In campagna elettorale, Le Pen aveva proposto un referendum costituzionale per dare “priorità nazionale” ai cittadini francesi in materia di occupazione, prestazioni di sicurezza sociale ed edilizia popolare e per stabilire “il primato del diritto nazionale sul diritto europeo”. In più, Le Pen aveva promesso di ridimensionare unilateralmente il contributo della Francia al bilancio comunitario già concordato con gli altri paesi membri. In altri termini, l’obiettivo era quello di trasformare la Francia, uno dei paesi fondatori della comunità europea, in una sorta di grande Ungheria. Un paese che prende dalle norme e dal bilancio europei solo quello che conviene. Senza rispettare i principi fondamentali, né la solidarietà tra i diversi partner. Una strategia ‘orbaniana’ che avrebbe sconvolto gli equilibri interni all’Unione portandola alla paralisi.

Sul piano strategico e geopolitico, infine, la leader della destra francese coltivava il piano dell’Europa delle Nazioni e un riavvicinamento a Vladimir Putin, da sempre punto di riferimento del Rassemblement National. Ma una Francia che fa dietrofront rispetto al sostegno all’Ucraina e alle sanzioni occidentali contro la Russia avrebbe rappresentato un colpo mortale per il futuro dell’Europa. Scampato questo pericolo con la rielezione di ieri, Emmanuel Macron si prepara a riprendere in mano la sua missione. Sul piano interno, il capo dell’Eliseo cercherà di riconciliare la società francese ferita e frammentata e continuerà a modernizzare l’economia nazionale. Sul piano globale, insisterà nel rilancio del progetto di integrazione europea, provando a fare della Francia il paese motore di questo processo. D’altra parte, il presidente francese è il leader europeo che ha coniato il concetto di ‘autonomia strategica’ dell’Ue. E che da sempre crede nella sovranità europea – sì, quasi una proiezione della sovranità francese – come emerge chiaramente dallo strepitoso e ancora attuale discorso alla Sorbona del 2017, intitolato: “Un’Europa sovrana, unita, democratica”. Le sfide concrete sono tre. La politica fiscale europea a partire dalla stabilizzazione del Next Generation Eu, come emerge dalla lettera aperta al Financial Times, sottoscritta con Mario Draghi nel dicembre scorso. L’indipendenza energetica dei paesi europei dalla Russia, processo che vede la Francia avvantaggiata dall’investimento sul nucleare. La difesa comune europea indispensabile per rispondere alla minaccia autoritaria e imperialista lanciata da Vladimir Putin. Ad appena 44 anni, carico di energia, ambizione e idee, Macron ha altri cinque anni a disposizione per raggiungere questi obiettivi.

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Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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