Voto a distanza e modalità di presenza: una questione di principio | Fondazione PER
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Voto a distanza e modalità di presenza: una questione di principio

di Massimo Adinolfi

 

Che cosa significa presenza, esser presente? Non sembra che vi sia nulla di più chiaro: possiamo avere dubbi sulla presenza di questo o di quello, ma non su ciò che significhi esser presente.

 

Che cosa significa esser presenti?

Eppure l’intera storia della filosofia occidentale può essere riscritta – e in certo modo è stata effettivamente riscritta, ripensata – come una serie di glosse intorno a questo concetto. Lungi da me l’idea di ripercorrerla in questo intervento, ma c’è una piccola cosa che è forse utile osservare (osservare, cioè tener “presente”: ci si inciampa comunque, c’è poco da fare), ed è la seguente.

Questa riscrittura è frutto di uno sguardo retrospettivo. È andata così, infatti: solo nel ‘900 si è fatto evidente che, da Parmenide in poi, si è inteso che essere significasse esser presente. Prima, questa equivalenza non aveva sollecitato alcun particolare sforzo di pensiero. Poi, è diventato una specie di basso continuo. Viene allora naturale domandarsi cosa diavolo sia successo, perché sia finito sotto osservazione qualcosa che fino ad allora era andato da sé.

Orbene, qualunque cosa sia accaduta (e per certi filosofi è accaduta una cosa che essi chiamano nichilismo, e il suo annuncio non ha ancora smesso di produrre i suoi effetti), un fatto è certo: che in filosofia hanno cominciato a usare le virgolette. A scrivere: “presenza” e a porla tra virgolette, oppure a corsivizzarla. Perché quella presenza non era più sans phrase, non aveva più una sua palmare evidenza, un suo significato univoco.

Spieghiamoci con un esempio. Se qualcuno tempo addietro avesse chiesto un po’ d’acqua, avrebbe ricevuto senz’altro un bel bicchiere di acqua di fonte. Oggi l’acqua è imbottigliata, può essere naturale o frizzante, con additivi o senza additivi, più o meno mineralizzata, filtrata o meno, imbottigliata o meno, e insomma se chiedete un bicchier d’acqua in risposta, prima di avere un bicchiere, avete una richiesta di precisazioni. Ma tutta questa scelta non è che renda più autentica – o, per dir così, più acqua – l’acqua di prima. Se ne può certo avere nostalgia, ma l’effetto nostalgico è, appunto, solo un effetto, una conseguenza retrospettiva della nuova situazione.

 

Votare a distanza

Non diversamente stanno le cose per la presenza e il suo significato per noi. Dinanzi alla possibilità di votare a distanza indietreggiamo, perché per noi votare non è mai stato possibile se non, appunto, essendo presenti. Ma ciò non significa affatto che quello sia l’unico significato di presenza, o che quel significato non possa ampliarsi, e differenziarsi, sino a comprendere le forme di esercizio del voto a distanza.

Ma facciamo, anche a questo proposito, un esempio. Pinco ha deciso di lasciare la sua ragazza, Pallina, e lo fa mandandogli un sms. Pallina prende allora il telefono e lo chiama, gridandogli che è un vigliacco, e che deve dirglielo in faccia, che vuole lasciarla. Un dialogo del genere l’ho visto l’altra sera in tv, e naturalmente nessuno dei miei familiari, che seguiva con me l’episodio (siamo pur sempre in quarantena) è sobbalzato protestando: ma come, per Pallina dire in faccia le cose significa dirle al telefono? Evidentemente, la cosa è apparsa loro naturale (solo io osservavo con ficcante acume filosofico una banale serie televisiva).

Ora, però, prendete i Guermantes, e leggete in qual modo Marcel Proust racconta, agli inizi del ‘900, come la persona che chiamiamo al telefono sia improvvisamente trasferita, grazie a un codice numerico composto su un disco rotante, tradotto in impulsi elettrici, «a centinaia di leghe di distanza, presso il nostro orecchio». La pagina è troppo bella perché io non la richiami, benché non possa citarla per intero:

«Diventiamo simili a quel personaggio della favola cui una fata, sulla semplice formulazione del desiderio, fa comparire in una luce soprannaturale la nonna o la fidanzata […]. È lei, è la sua voce che ci parla, che è presente. Ma come essa è lontana! Quante volte non ho potuto ascoltarla senza angoscia, come se davanti a quell’impossibilità di giungere a vedere se non dopo lunghe ore di viaggio colei la cui voce era così vicina al mio orecchio, io sentissi ancor meglio tutto ciò che vi è sempre di elusivo anche nelle parvenze del raccostamento più dolce, e a qual distanza noi possiamo in realtà trovarci dalle persone amate, nel momento stesso in cui ci sembra che abbiamo solo da stender la mano per stringerle a noi. Presenza reale, quella voce così vicina: nella separazione effettiva! Ma come l’anticipo, anche, d’una separazione eterna! Tante volte, ascoltando così, senza vedere colei che mi parlava da una tal distanza, mi sembrò che quella voce chiamasse da profondità donde non è dato risalire».

C’è una bella differenza, come si vede, tra la telefonata del Narratore proustiano alla nonna, e quella tra Pinco e Pallina, da cui sono scomparse le profondità, le lontananze, le distanze e pure la premonizione della separazione eterna. Potenza della tecnica! Pinco e Pallina si dicono le cose in faccia, ossia al telefono. Né avrebbe senso protestare che non è così, perché per Pallina la presenza al telefono è davvero più piena e corposa del semplice invio di un messaggio, anche se l’una e l’altra presenza sono mediate.

 

La mediazione non contraddice la presenza

E così siamo al punto: la mediazione non contraddice necessariamente la presenza. Io mi posso ben fare presente mediante qualcosa. Ovviamente, i canali attraverso i quali la presenza si presenta hanno caratteristiche diverse, e diversa sarà dunque anche il tipo di presenza che potranno assicurare, ma non c’è nessuna ragione per considerare presente solo chi è fisicamente presente in un certo tempo e luogo.

Dietro questa considerazione vi è chi vede vecchi fantasmi filosofici spiccare il volo. Se salta la linea di demarcazione fra ciò che è fisicamente presente e ciò che non lo è, salta tutto, si dice; in realtà, non c’è motivo di essere così pessimisti. Anche se non fosse possibile tracciare quella linea ed escludere categoricamente la presenza in remoto, a distanza, online, dal novero delle presenze vere e reali, non per questo non sarebbe possibile distinguere queste diverse modalità di presenza, e assegnare a ciascuna regimi determinati di esercizio, e specifiche modalità di accertamento.

Inutile, dunque, evocare spettri, se non per combattere battaglie di retroguardia. Se posso collegarmi via skype, presenziare a una riunione su una piattaforma, tenere un seminario interattivo sul web, intervenire in una chat di gruppo e non so cos’altro, non vedo proprio perché non potrei farmi presente a distanza anche in una procedura elettorale o in un processo deliberativo.

Si può ancora convenire che la presenza dal vivo procura una certa enfasi, in futuro avrà magari anche un particolare valore cerimoniale, ma avendo cura di osservare come sia proprio la pluralità dei modi di connessione e dei mezzi di comunicazione a porre in risalto e a dare enfasi a quel “tipo” di presenza. Tutto quello che sta accadendo, insomma, e che in fondo è sempre accaduto – almeno dall’invenzione della scrittura in poi – è riassumibile come un lungo processo attraverso il quale la presenza “fisica” (si notino le virgolette, effetto del processo che sto descrivendo) viene derubricata a presenza di un certo tipo.

 

A proposito di scrittura

A proposito di scrittura. Per i filosofi, è un vero e proprio topos, uno dei luoghi fondativi della loro disciplina: Platone che racconta nel “Fedro” l’invenzione dell’alfabeto. Per poi diffidarne, per trattarla come un pharmakon, che è insieme, per i Greci, antidoto e veleno. Così, che quando nella settima lettera autobiografica assicura ai suoi allievi che non affiderà mai a uno scritto le sue dottrine più fondamentali, per riservarne la trasmissione al solo insegnamento orale, in presenza, allestisce il palcoscenico su cui si esibiranno tutti i docenti alle prese con la didattica a distanza. Antidoto e veleno: a qualcosa serve, qualcosa però si perde, qualcos’altro andrà fatto in modo diverso. Si tratta di un mutamento, non di una fine. Certo, per Platone alcune cose proprio non potevano essere affidate al testo scritto, che è strutturalmente orfano dell’autore (anche se molti interpreti dubitano che si trattasse proprio di ‘cose’: ma questa è un’altra storia, e ha le sue virgolette) e si può persino convenire.

Ma resta il fatto non trascurabile che, in primo luogo, Platone dà questa istruzione per iscritto; che, in secondo luogo, Platone non ha fatto altro che scrivere per tutta la vita, donandoci il primo corpus filosofico dell’Occidente; che, in terzo luogo, è sempre possibile, forse persino necessario comprendere Platone, nei suoi scritti, meglio di quanto Platone non abbia compreso se stesso. L’ha detto un tale Immanuel Kant, che di Platone non era da meno: gli si può dunque accordare qualche fiducia.

 

La presenza è sempre un certo modo di esser presente

Al tirar delle somme: la presenza è sempre un certo modo di esser presente. Checché se ne dica, non c’è presenza assoluta, ma sempre solo presenza relativa, anche solo per il fatto che la presenza è sempre presenza a qualcosa o a qualcuno, e dunque è relazione, ed è perciò relativa, e se è relativa è plurale: può essere detta e declinata in molti modi.

Tra questi modi, certo, c’è quello a cui è associata una particolare rappresentazione. Quando il Parlamento è in seduta, sono i rappresentanti della Nazione che sono riuniti nell’emiciclo. Qui la presenza ha un compito di rappresentanza. Senza approfondire le complesse dimensioni di questo concetto, si comprende benissimo che un’Aula vuota non sarà mai un bello spettacolo. C’è almeno uno strato di significato, in quella rappresentanza, che è legato strettamente alla visibilità. Se lo diciamo cerimoniale, o rituale, non per questo lo sminuiamo, come se fosse un elemento puramente esteriore. Si danno altre circostanze, nella vita di un uomo ma anche in quelle di una collettività, in cui conta esserci, esser presente, anche se non è richiesto nient’altro all’infuori di ciò. Se sono al capezzale di un malato, anche se non posso far nulla fuorché dire «eccomi, son qui» è proprio perché il malato non ha bisogno di altra rassicurazione che non sia il mio esser lì, vicino a lui. Un altro momento decisivo in cui la presenza conta è, per l’appunto, quando ci si conta, si alza la mano e si dice: ci siamo, ci siamo anche noi, siamo pronti, su di noi si può contare. Questa presenza ha un chiaro significato politico: vale quanto l’alzata di un pugno, la risposta ad un appello, l’avvio di una mobilitazione, ed è all’origine del movimento democratico moderno. È comprensibile dunque che il Parlamento ne conservi memoria, abbia i suoi momenti in cui è importante esserci, farsi vedere e farsi contare.

Ma non v’è ragione per non immaginare che in futuro questa esigenza prenda la forma di una specifica procedura, proprio come già adesso i regolamenti delle Camere disciplinano la vita parlamentare nei diversi momenti della deliberazione, della discussione, della decisione. In plenaria e in commissione, qualificando diversamente gli atti, costituendo sedi diverse entro lo stesso luogo fisico.

 

Il voto espresso in remoto può essere libero, universale e segreto? La risposta è “sì”

È vero: il diavolo sta nei dettagli. E in materia di diritto, dove sono in gioco libertà fondamentali, bisogna che sia messa la massima cura in codesti dettagli. Ma è più facile affrontarli se il campo è sgombrato da obiezioni di principio. Il voto ha da essere libero, universale, segreto? Bene: c’è qualche impedimento di principio per cui un voto espresso in remoto, grazie a un’architettura digitale dedicata, non possa mantenere queste caratteristiche? Non mi pare.

Ma se bisogna affrontare solo profili tecnici, si possono costruire i relativi protocolli. Certo, sarà bene muoversi con gradualità, muovendo un passo alla volta, prendendo spunto dalle best practices disponibili, pronti a rivedere quanto è da rivedere e a migliorare quanto è da migliorare, ma senza preclusioni di principio. In fondo, io non ho fatto altro che sgombrare il campo dall’obiezione che non c’è telepresenza che tenga, la presenza vera è una sola, ed è quella che si dà quando siamo a tu per tu (chi esalta questo tu per tu, è evidente che non si è mai trovato dinanzi a una donna che gli gridava: tu non mi stai ascoltando!).

Se però questa obiezione è superata, come mi pare, non è meglio affrontare sine ira ac studio in quale maniera rendere profittevole l’utilizzo delle tecnologie e i nuovi modi di farsi presente grazie ad esse? Dopo tutto, se il problema è l’Aula vuota, e già rimbombano i rimbrotti di Bruno Vespa contro un Parlamento convocato solo un giorno a settimana, non sarà meglio teleriempirlo, che vederlo fisicamente svuotato dal coronavirus?

Massimo Adinolfi
Massimo Adinolfi
adinolfi@me.it

Massimo Adinolfi è docente di Filosofia teoretica dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale. Editorialista del Mattino di Napoli, collabora con Il Foglio. Dirige la rivista di filosofia Il Pensiero.​

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